6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 2

6 terribili verità – Seconda verità

Il racconto di Sandro.

Era estate inoltrata, fine luglio… Il 23 di luglio. Il sole era calato già da un pezzo, ma faceva un caldo soffocante. Avevamo appena cominciato il viaggio di ritorno verso l’Italia. Quella notte, all’altezza dell’Isola di Khark, lontano dalla costa, praticamente in mezzo al Golfo Persico, avvistammo una petroliera in fiamme. Ci sembrò che battesse bandiera iraniana, e non rispondeva ai nostri tentativi di contatto radio.

Proprio dentro quell’inferno di fuoco, che sembrava voler divorare ogni cosa, mandammo le lance di bordo per vedere se vi fosse ancora qualcuno vivo. Io ero a bordo di una di esse. Quando ci avvicinammo vedemmo due uomini gettarsi in mare, uno di loro si era tuffato tenendo in spalla l’altro, privo di sensi. La cosa non ci stupì molto; il cameratismo a bordo delle petroliere era forte e quel marinaio era un vero colosso, lo vedemmo subito, nuotava con poderose bracciate di una mano, mentre con l’altra teneva a galla il suo compagno. Salì proprio sulla lancia dove mi trovavo anche io, quindi riuscii a vederlo bene, era impressionante: il mare alle sue spalle era divorato da un muro di fiamme, e lui nuotava in quell’acqua rossa e nera come un dannato in fuga dal diavolo in persona; il corpo era teso per lo sforzo, ma la faccia… pareva non respirare neanche: era immobile. Forse per colpa del bagliore sporco dell’incendio, che accentuava le ombre o distorceva le forme con la sua luce tremolante, però qualcosa in quel marinaio era disturbante, non solo per me, tutto l’equipaggio della lancia rimase scosso dal suo avvicinarsi. Il volto era allungato come quello di un caprone; la bocca larga, bassa sul mento, contratta in un’espressione truce; i capelli più di tutto lo facevano sembrare uno spettro mentre affiorava dall’acqua: erano lunghi – e questo già era molto strano per un marinaio, corvini –, di un nero impenetrabile, unti e luridi, gli ricadevano bagnati davanti la faccia nascondendo gli occhi.

A ogni modo ci vollero tre persone per issarlo a bordo tanto era grosso e pesante; lui, al contrario, issò a bordo l’altro marinaio senza nessuno sforzo. A parte un paio di rozze braghe di tela portava solo una canottiera scura, non aveva neanche le scarpe; probabilmente era stato sorpreso durante il sonno.

L’uomo che aveva issato a bordo invece indossava una divisa, talmente rovinata che da quella prima occhiata non fu possibile desumere molto, se nonché, doveva essere un graduato.

Mentre soccorrevamo quei due, un altro uomo si affacciò dal parapetto della nave urlando come se lo stessero scannando; le fiamme si alzavano appena un palmo dietro la sua schiena, in pratica stava bruciando vivo.

“Che aspetta a buttarsi?” ce lo chiedevamo tutti.

Poi vidi che stringeva questa cosa tra le braccia, sembrava volerla proteggere dalle fiamme. Lì per lì ci sembrò solo un ciocco di legno delle dimensioni di un pallone da calcio, un bauletto forse o una cosa simile. La stringeva come se da quella cosa dipendesse la sua vita. Una delle lance riuscì a recuperarlo solo perché alla fine svenne e cadde giù dalla petroliera; a dire il vero il salvataggio anche in quel caso non fu facile perché l’uomo, benché privo di sensi, continuava a tenersi avvinghiato all’oggetto, che non galleggiava affatto – come avrebbe fatto se fosse stato davvero di legno – Anzi, stava trascinando a fondo quel poveretto.

Gli uomini della lancia si tuffarono immediatamente e lo trovarono appena sotto il pelo dell’acqua. Era conciato piuttosto male, la cosa che trasportava doveva essere incandescente, perché nei punti in cui la stringeva gli aveva ustionato la carne in modo orribile: se pure avesse voluto disfarsene non avrebbe potuto farlo; gli si era praticamente fusa addosso.

Se avessimo saputo – Dio mi perdoni –  lo avremmo lasciato al suo destino.

Invece, come era nostro dovere li salvammo. Di tutto l’equipaggio di una petroliera riuscimmo a trarre in salvo appena tre uomini, tutti con ustioni rilevanti al punto da mettere in dubbio la loro sopravvivenza.

Quello messo peggio era ovviamente l’ultimo che salvammo: privo di coscienza, continuava a delirare, diceva cose senza senso e a volte incomprensibili. Udendolo alcuni di noi mormorarono delle preghiere affinché fosse liberato dagli incubi che lo tormentavano o, sospetto, affinché quegli stessi incubi tormentassero soltanto lui. Una volta a bordo della Monfalcone lo portammo subito in infermeria, almeno per sedarlo; quando poi il medico di bordo, il dottor Righi, riuscì a separarlo da quell’affare e a medicarlo, sembrò calmarsi. Il dottore comunque non era molto ottimista: le ustioni erano troppo gravi, in alcune parti la carne si era sciolta, in altre era stata carbonizzata fino alle ossa.

Per quanto riguarda il colosso, sembrava sotto shock, non reagiva agli stimoli; in realtà mi dava l’impressione di essere molto concentrato su qualcos’altro, che però mi sfuggiva. Ero incuriosito da quell’atteggiamento, quindi lo osservai per un po’; non saprei dire esattamente che età avesse: la pelle era ruvida e segnata come quella dei pescatori o dei contadini di una volta, di chi passa anni sotto il sole o al vento, ma dai lineamenti non sembrava avere più di trentacinque o quarant’anni.

L’altro, quello in diviso, si riprese dopo un po’; era messo abbastanza male anche lui, ma dopo le prime cure sembrò disposto a parlare, così in un francese un po’ stentato riuscimmo a capire che era uno dei sottufficiali della petroliera iraniana, non conosceva l’uomo che lo aveva salvato, poteva trattarsi di un marinaio semplice entrato da poco nell’equipaggio, e dato lo stato di confusione in cui versava nessuno chiese di più. Identificò, invece, il terzo marinaio come il direttore di macchina.

Volle sapere che giorno era e sembrò sconvolto della nostra risposta; secondo quanto raccontò avevano avuto un incidente mentre rientravano senza carico al largo dell’isola di Halul, oltre venti giorni prima; forse sbagliammo noi a capire o forse non riusciva ancora a ragionare bene, perché Halul si trovava molto più giù di dove avevamo trovato la loro nave, verso il golfo di Oman, e percorrere tutto quel tratto con lo scafo in quelle condizioni era praticamente impossibile.

Vedendo che la sua agitazione cresceva, il dottore somministrò un sedativo anche a lui e decise che tutti e tre dovevano riposare, così per quella notte non proseguimmo la discussione e poi non avemmo più modo di tornare sull’argomento.

L’oggetto portato a bordo durante il salvataggio, una volta ripulito, si rivelò essere una testa, una testa umana dall’aria piuttosto grottesca e molto precisa nei dettagli, scolpita nel legno o nella pietra, forse addirittura un vecchio tronco fossilizzato. Benché ci fosse molta curiosità al riguardo, e non poca apprensione, nessuno era in grado di dire di più, perciò fu portata nella stiva per essere esaminata in un secondo momento.

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