6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 1

6 terribili verità – Seconda verità

«Signor Livi?»

«Sì, sono io.»

L’uomo anziano si appoggiò sulla maniglia della porta di casa per sporgersi verso i suoi interlocutori: aveva dimenticato gli occhiali con le lenti progressive sul tavolino vicino alla poltrona. Li scrutò entrambi, con curiosità mentre grattava con la punta dell’indice una vecchia cicatrice che gli tagliava trasversalmente il sopracciglio destro. Non li conosceva, ma non gli sembravano cattivi ragazzi.

«Come posso aiutarvi?» chiese.

Lei, sulla trentina, di carnagione chiara, capelli castani, quasi biondi, raccolti in una lunga treccia, il corpo esile nascosto da un abbigliamento distinto ma pratico, jeans e un blazer su una maglietta di cotone; un paio di grandi occhiali da vista si appoggiavano sul naso leggermente all’insù.

 Lui, di età indefinibile, forse quaranta, con i capelli corti neri, la barba di tre giorni e gli occhiali scuri calati sul naso aquilino, cerchietti d’oro a entrambe le orecchie. Indossava un completo nero, con camicia bianca e la cravatta rossa allargata. Dai polsini slacciati e dal colletto aperto si intravedevano i margini di alcuni tatuaggi.

Lui sorrideva. Lei no.

«Buongiorno signor Livi – disse la ragazza – mi chiamo Chiara Bianchi, ci siamo sentiti ieri al telefono, non so se si ricorda.»

«Bianchi?»

«Esatto. Questo è il mio collega, l’agente Rossi.»

«Bianchi e Rossi?»

«E neri – disse l’agente sporgendosi avanti – Ora ci fai entrare, nonnino?».

«Mario! – lo ammonì lei – Non ci faccia caso, signor Livi, il mio collega cerca solo di essere amichevole.»

Il padrone di casa alzò le sopracciglia, un po’ spiazzato, poi aprì un largo sorriso e rise divertito.

«Ahah, non vi preoccupate, prego entrate, entrate.»

Li accompagnò attraverso il piccolo atrio fino al salotto dove stava leggendo il giornale prima che suonassero il campanello e li invitò a sedersi sulle altre poltrone disposte attorno a un tavolino.

«Potete chiamarmi Sandro, sapete? Sono vecchio, ma non ho studiato, mica sono dottore io che mi dovete dare del lei.»

Mario lanciò un’occhiata alla collega, come a dire “Visto? Che ti avevo detto?”.

«Bene, Sandro, intanto grazie per la disponibilità.»

La ragazza si accomodò davanti all’uomo e tirò fuori da una borsa un tablet e si preparò a prendere appunti. Il suo compagno invece continuò a vagare distrattamente per la stanza guardando le foto ben disposte sopra i mobili.

«Macché – disse Sandro sorridendo – Mi fa piacere parlare con qualcuno, e anche essere d’aiuto se posso. Sapete, da quando è morta mia moglie non è che ricevo molta gente in casa.»

«Bene – disse Chiara rispondendo al sorriso – Purtroppo, come le… ti dicevo al telefono, non è una visita di cortesia, abbiamo bisogno del tuo aiuto per…»

«Sì, certo – la interruppe l’uomo – Però non ho capito una cosa dalla telefonata di ieri. Sapete, è che sono un po’ sordo. Voi chi siete? Cioè, chi vi manda, per chi lavorate?»

A questa domanda Mario girò la testa e guardò con aria interrogativa la sua collega, la quale gli annuì in modo impercettibile e tornò a preoccuparsi del loro ospite.

«Siamo agenti dell’AISS[1]

«Se è per gli schiamazzi dei vicini io ho già detto tutto ai Carabinieri.»

Mario aggrottò la fronte e si voltò di nuovo verso le foto.

«Non è per gli schiamazzi» disse.

«Ah, meno male…»

«Siamo dei Servizi Segreti» continuò Chiara mostrando un tesserino.

L’uomo prese gli occhiali da sopra un tavolino e li inforcò sul naso. Rimase immobile per alcuni istanti a fissare lo stemma blu notte e il cartiglio riprodotti sulla tessera[2].

«A-R-C-A-N-A…Ahah. Cos’è, uno scherzo?»

«Nessuno scherzo, purtroppo» disse Mario.

«Non capisco…»

L’uomo sembrava sinceramente confuso.

«Vedi, Sandro – riprese Chiara – stiamo indagando sulla morte del signor Alfieri, Martino Alfieri. Un suicidio in realtà, si è buttato dal balcone del suo appartamento, al sesto piano di uno dei nuovi palazzi alla Q5.»

«Non conosco nessuno in quel quartiere…»

«Probabile, ma lei e il signor Alfieri avete lavorato per un certo periodo assieme, negli anni ’70.»

«Ho fatto molti lavori da giovane, vedete, non sono ricco di famiglia…»

«A bordo delle petroliere.»

A queste parole il vecchio tirò su la testa e irrigidì la schiena.

«Ascoltami, Sandro, abbiamo motivo di pensare che tu sia in pericolo.»

«Diglielo – disse l’agente Rossi senza distogliere lo sguardo dalle foto – Diglielo e facciamola finita, è inutile perdere tempo.»

«Di… dirmi cosa?» chiese Sandro.

«Alfieri non è stato l’unico – continuò la ragazza cercando di calmare il suo ospite – Abbiamo scoperto almeno altre tre morti simili alla sua negli ultimi sei mesi. Tutti malati allo stadio terminale: avevano un tumore al cervello, che li aveva colpiti all’improvviso, e tutti si sono suicidati.»

«Continuo a non capire.»

«Tutti erano stati vostri colleghi.»

Livi cominciò a innervosirsi, si torceva le mani, distoglieva lo sguardo.

«Ci sono passato con mia moglie, forse anch’io preferirei andarmene serenamente che affrontare la malattia.»

«Forse, ma abbiamo motivo di pensare che possa esserci stata un’istigazione al suicidio in questi casi.»

«Va bene, va bene – Sandro fece un gesto spazientito con la mano – ma da me cosa volete?»

«Il giorno in cui è morto, Alfieri era a casa con la figlia, che si occupava di lui già da qualche tempo, senza alcun preavviso le ha detto “è tornato”.»

«È tornato…»

«Ha detto esattamente così.»

«Mio Dio… È tornato…»

«Signor Livi, Sandro, chi è tornato?»

L’uomo guardò prima la ragazza, poi il collega, che ora stava osservando la scena.

«Nessuno, non significa nulla, sono i vaneggiamenti di una persona malata.»

Mario si avvicinò col sorriso sulle labbra, si sedette sul bracciolo della poltrona di Chiara, si tolse gli occhiali e fissò Sandro con due penetranti occhi neri.

«Può dirci qualcosa del periodo in cui hai lavorato sulle VLCC?»

La domanda venne posta in tono calmo, ma perentorio, da interrogatorio ufficiale più che da chiacchierata amichevole; nonostante questo, ebbe sull’uomo anziano l’effetto di sollevarlo dalla confusione in cui versava, anzi sembrò doversi mettere a ridere da un momento all’altro.

«VLCC?» chiese.

«Sì, “Very Large Crude Carrier”.»

«Oh, so bene cosa sono le VLCC, solo che la gente normale di solito le chiama solo superpetroliere. Siete appassionati di grosse navi? Fate i volontari per GreenPeace, o una cosa del genere?»

Mario si sedette al margine di una poltrona rimasta vuota, sporgendosi in avanti sulle ginocchia e mostrando all’uomo una foto che aveva preso dal mobile all’ingresso: ritraeva un equipaggio al varo di una nave di grande stazza.

«Ecco, una cosa del genere, mio padre ha lavorato a bordo della “A. Sicilia” fino al 1986.»

La notizia sorprese Livi, che, eccitato dai vecchi ricordi, dimenticò il motivo che aveva condotto da lui i due agenti.

«Capisco, già quelli sì che erano giganti dei mari, quando l’industria navale italiana era tra le migliori del mondo… Quanti anni sono passati?»

«Più di quaranta dai primi vari» intervenne Chiara.

Sandro si adagiò sulla poltrona ed era quasi possibile vedere il flusso di ricordi che lo avvolgeva e gli turbinava attorno.

«Cavolo…»

Gli occhi erano preda della nostalgia, e anche di qualcos’altro, un sentimento più cupo che li faceva tremolare e gli impediva di fissarsi su un punto preciso.

Chiara allungò la mano e con un sorriso dolce la poggiò sul ginocchio dell’uomo.

«È per quello che abbiamo chiesto il tuo aiuto; avremmo bisogno di venire a conoscenza di alcuni fatti, è successo qualcosa in quegli anni le cui conseguenze continuano a perseguitare il presente.»

«Eh… speriamo che la memoria non faccia cilecca.»

«Tu c’eri – disse Mario – Alcune cose non si dimenticano.»

«Vediamo – riprese dopo un profondo respiro – Quelli erano tempi strani, sapete? Il mondo moderno si stava costruendo in quegli anni, gli anni ‘70, tutto si muoveva e il petrolio muoveva tutto e le petroliere muovevano il petrolio. In Italia, ma un po’ in tutta Europa, il greggio lo si prendeva dal Golfo Persico. Era lontano come la casa del diavolo. Quando hanno chiuso il Canale di Suez, dopo la guerra dei sei giorni, l’unico modo per andarci era circumnavigare l’Africa. Cristo! Più di due mesi per andare e tornare: un’eternità. Muovere delle barchette non era più conveniente, così i governi avviarono la produzione di queste superpetroliere. Anche l’Italia fece lo stesso; al tempo la Società Armatrice era la SNAM e mise in cantiere sei navi da 250.000 tonnellate, le VLCC appunto.»

Il vecchio si voltò e fece un cenno ammiccante a Mario.

«Una di queste, anzi, la prima uscita dai cantieri, fu la A. Sicilia.»

L’agente rispose con un sorriso.

«Poi il Canale lo riaprirono, il canale di Suez intendo, era il ‘75 se non sbaglio. La portata del canale non permetteva di far transitare navi di quella stazza a pieno carico, così si poteva utilizzare solo all’andata, con la nave in zavorra, mentre il ritorno andava fatto sempre attorno all’Africa. Il risparmio di tempo era comunque notevole, ma non abbastanza se si poteva usare il Canale solo per metà del viaggio, così le superpetroliere divennero un affare in perdita; dovevano viaggiare a carico parziale o alleggerirsi del carico in più riprese, insomma divenne più comodo usare petroliere di stazza minore.»

«Come la Monfalcone?» chiese Chiara.

Sandro sembrò sorpreso della domanda e mentre rifletteva si fece scuro in volto.

«Sì, come la… Monfalcone, ma anche altre navi.»

«Tu hai lavorato a bordo di quella petroliera, vero?» chiese Mario.

Ora l’uomo si muoveva sulla poltrona, a disagio, spostando il peso da una parte all’altra.

«Se già lo sapevate perché tutti questi giochetti?»

I due agenti si guardarono con una punta di imbarazzo

«E comunque ci ho fatto solo un viaggio… ed è tutto registrato sul diario di bordo.»

«Non tutto» precisò Mario.

«Quel viaggio, Sandro – disse Chiara – fu l’ultimo a bordo della Monfalcone per tutto l’equipaggio.»

«Già, nessuno ebbe più il coraggio di salire su quella nave dopo…»

Gli ospiti aspettarono che l’uomo finisse la frase, ma si chiuse in se stesso borbottando qualcosa di incomprensibile.

«Per colpa di qualcuno? Di un uomo? Quello che è tornato a perseguitare Alfieri e gli altri?»

Livi alzò gli occhi sui due ragazzi, erano lucidi e arrossati.

«È tornato a perseguitarci, dopo tutto questo tempo, ma non è un uomo.»

L’agente Bianchi posò il tablet senza aver scritto una sola parola.

Sul punto di mettersi a piangere, il vecchio si grattò la cicatrice sul sopracciglio.

[1] Agenzia di Informazione e Sicurezza Straordinaria.

[2] Lo stemma dell’AISS è uno scudo di forma appuntata con campo azzurro caricato al bordo da otto stelle d’oro di otto raggi; in posizione centrale figura una torcia arancione con ampie fiamme; lo scudo è sormontato da un anello a fascia d’oro. Il cartiglio sotto lo scudo riporta il motto in lettere maiuscole capitali romane ARCANA PERSPICIO ET SERVO (conosco i segreti e li custodisco).

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