narrativa

6 notti 6 giorni

Prima notte_

Lui si sveglia, è tempo di andare a caccia, come ogni notte. Deve uscire dalla sua tana, rassicurante, sicura, e allontanarsi per cacciare. Sa dove andare a cercare la preda, lo sa sempre, non c’è notte che non vi sia una preda da cacciare. Non si domanda perché, Lui, sente i morsi della fame ed esce. Fuori dalla tana si gira a controllare, che non ci sia nessuno, che non ci siano altri predatori, che nessuno lo segua, come ogni notte. E non c’è nessuno, come ogni notte. Controlla perché deve.

La preda è da qualche parte li fuori nella palude, ne sente l’odore, può percepirne la presenza.

Qualcosa che non comprende, o di cui non può comprendere il motivo, lo disturba. Lui non si pone mai domande, agisce, ma stavolta qualcosa lo frena nonostante la fame, lo fa esitare tutta la notte. Ha timore di sporgersi oltre la soglia della sua tana. Non può negarsi per sempre a se stesso e scatta fuori per cominciare la caccia. Colpa dell’esitazione, cade in trappola. Lunghi strali metallici piovono dal cielo e crescono dalla terra per circondarlo, sbarre invalicabili di una gabbia argentea, che riluce forzatamente al levarsi del sole.

 

Primo giorno_

«Amore? Amore, svegliati – dice Sabrina facendo schioccare un tenero bacio sulla fronte di Paolo – Buon compleanno!»

Sorride come può fare unicamente la luna al sole.

«Mmm… buon giorno» risponde Paolo

È ancora mezzo addormentato, ma Sabrina la vede bene, è il suo angelo. Prima o poi la sposerà. Lo pensa sinceramente. Lo pensa da cinque anni.

Dopo qualche minuto di zapping distratto, si ferma tu Tele Lazio, è l’ora del TG Regionale. Dopo una serie di notizie insulse la TV gli racconta una cosa interessante accaduta ieri.

«Un giovedì sera come tanti a Latina, in Piazza Orazio… efferato omicidio… gli esperti della polizia escludono l’intenzionalità del delitto…»

«Ah, vabbè, se lo dicono gli esperti….»

Lo dice abbastanza forte, per farsi sentire da Sabrina.

Tutte le ipotetiche elucubrazioni delle forze dell’ordine lo infastidiscono davvero, però in fondo gli fa piacere che parlino di lui, è quasi orgoglioso di quello che ha fatto la sera prima.

«Ciao tesò, io vado».

Si è lavato, vestito, ha fatto colazione e ora esce di casa: la sua bella casetta in fondo alla Nascosa. È cambiata la Nascosa in questi ultimi anni, non molto però, continua a rimanere quel piccolo ritaglio selvaggio a due passi dalla città. A Paolo piace pensarla così.

Peccato che il suo lavoro non si trovi esattamente a due passi, il suo studio di architettura, infatti, si trova ad Aprilia, qualche altro passo, vicino casa di Simone, il suo socio, il suo amico.

Ieri Simone gli ha fatto un discorso strano, c’entrava di mezzo il fatto che Chiara è di nuovo incinta, il piccolo Samuele un altr’anno e andrà a scuola, il lavoro così com’è non va benissimo. Insomma, il classico discorso strano di chi cerca scuse. È il caso di andarci a parlare, le motivazioni sono tutte buone, ma il lavoro non si tocca. Paolo ama il suo lavoro. Potrebbe uccidere per il suo lavoro. Forse lo farà.

In serata parlerà a Sabrina della sua idea di tornare in Scozia, ci sono già stati un paio di anni fa ma è la sua passione, glie ne parlerà con entusiasmo di fronte ad una cena coi fiocchi. Sabrina non sarà d’accordo.

 

Seconda notte_

È buio, non c’è nessun odore; solo quella della paura. Di chi? Di Lui? La paura e la gabbia. Ovunque si gira vede sbarre. Nessun rumore, non un verso, neanche un ronzio: la palude fuori dalla gabbia non lo chiama, non lo incita, questa notte è solo. Le sbarre lo bloccano, abbattere le sbarre. Sbatte, sbatte sulla gabbia, morde le sbarre. Le sbarre non provano dolore, Lui ringhia tutto il suo disappunto.

Una nenia lo mette in allarme. Dalla nebbia della palude giunge un rumore diverso, innaturale, ma non fuori luogo, come aria soffiata attraverso antiche pelli di capra. La nenia lo calma, lo incuriosisce e lo rasserena. Si ridesta da solo, il dolce suono se n’è andato. Ringhia ancora, ha fame, la caccia deve cominciare. Attraverso le sbarre vede una luce, oltre la palude, non gli piace, lì non s’è mai avventurato, però sa che lì si trova il villaggio. Dove vivono le persone. La fame cresce; si spegne solo con l’arrivo del nuovo giorno.

 

Secondo giorno_

Paolo si sveglia. Sabrina è già uscita, è sabato ma lei lavora anche oggi

“Lavora troppo quella ragazza”.

Spera solo che non si sia accorta delle macchie di sangue sulle sue mani. A dire il vero le sta notando solo adesso anche Paolo, pensava di essersi pulito a dovere. Ieri è tornato piuttosto tardi, forse qualche dettaglio gli è sfuggito.

Fa spallucce e va in bagno.

«Oggi niente lavoro, non dopo quello che mi ha fatto Simone».

Comunica diligentemente al suo specchio. Lo specchio non ha nulla da obbiettare e Paolo la prende come un’autorizzazione. In realtà è ancora a disagio per quello che gli ha detto Simone

«Non prendertela Paolo, io ti apprezzo molto, come amico e come collega».

Un bel gesto da parte sua.

“Perché le brutte cose serie cominciano sempre con le belle stronzate?” si chiede Paolo.

«Però sai qual è la mia condizione familiare, non siamo più ragazzini che possiamo permetterci di rischiare senza pensare al futuro».

Paolo ha cominciato a parlare della Scozia.

«Che cazzo c’entra la Scozia, qui si tratta della mia famiglia, di assicurargli una buona condizione».

Alla fine il discorso era che Simone voleva lasciare lo studio di architettura per andare a lavorare a Roma.

“Perché non l’ha detto subito?” si chiede ora.

«Quindi mi lasci a me nella merda? Mors mea vita tua? Bell’amico di merda».

«Paolo non prendertela così».

«E come avrei dovuto prendermela?»

Lo specchio non risponde, oggi non è molto loquace. Comunque Paolo se l’era presa a tal punto da aver avuto bisogno di sfogarsi, lei avrà avuto si e no 18 anni. L’idea era di non usare la violenza il classico lavoretto pulito, ma i coltelli non fanno sempre quei bei tagli definiti come fanno vedere nei film. Si lava due volte le mani per togliere ogni macchia. Si sente di disegnare e non vuole lasciare strisciate rossicce sul foglio. Anche perché il risultato è per lo più nero, come delle ombre che si muovono nel buio, o attendono nel buio. In lontananza una luce, come di un abitato. La luce genera l’ombra, di un animale che si avvicina.

«Per la Scozia allora? C’hai pensato?» chiede Paolo avvicinandosi dolcemente alla schiena nuda di lei

«Non credo sia una buona idea. Non ora. Abbiamo un sacco di altre spese» risponde Sabrina.

Paolo per ora soprassiede sul diniego ricevuto e fa l’amore con Sabrina, con passione. È sempre stato dolce, ora è violento, vuole punirla. Sabrina impazzisce di piacere.

 

Terza notte_

Ancora la gabbia. Lui prova ad uscire ma non ci riesce. La luce è già li fuori che lo aspetta, era li da prima che Lui si svegliasse. La palude sa molto di tana stanotte. Lui sente vociare, voci allegre, sente risate, gemiti, odore di sudore, di eccitazione. Anche Lui è eccitato, in stato di frenesia si scaglia contro le sbarre, vuole uscire, deve uscire, la preda lo sta chiamando, lo sta invitando. Si scaglia contro le sbarre con maggiore violenza, fino a perdere i sensi.

La testa fa male, il respiro è pesante, la bava esce dalla bocca scivolando dalla lunga lingua, ma almeno sa dove si trova e cosa deve fare. È ancora nella gabbia, riesce a uscire e comincia a correre. Dalla palude sorgono alberi scuri e contorti, Lui passa nel bosco con la sicurezza di chi è nel proprio territorio. È Lui il cacciatore. Il viottolo di breccia e terra che trova al limitare del bosco lo disorienta. Seguirlo significa entrare nel loro territorio, una cosa che non vorrebbe fare, una cosa che non ha mai avuto bisogno di fare. Ora le cose sono diverse, la preda è fuggita dal suo territorio e la scia che lascia è chiara, il vento caldo e afoso gli porta il suo odore, si è diretta verso la luce, è entrata nel villaggio. Come la sua preda prima, Lui segue la strada, riesce a raggiungere solo i primi raggi del sole che lo sorprendono all’orizzonte.

 

Terzo giorno_

Paolo si sveglia con le spalle indolenzite.

“Proprio non ci voleva”.

I graffi sulle braccia hanno macchiato il letto.

«Scusa – dice al cadavere di Sabrina mentre lo adagia sul tappeto – ma devo levare il copri-materasso».

Si ferma a guardare un istante i meravigliosi occhi castani di lei, sbarrati, più o meno come quando Paolo le ha chiesto per l’ennesima volta di andare in Scozia. Sabrina gli ha risposto che doveva finirla con questa mania e che non sarebbero andati proprio da nessuna parte. Paolo ha serrato le mani attorno al suo collo e ha cominciato a stringere fino a che lei non si è più mossa. Entrambi avevano fatto qualcosa che non avrebbero dovuto fare. Erano pari. Anzi, Sabrina lo aveva anche graffiato.

Dopo aver avvolto il corpo freddo nel lenzuolo macchiato di sangue lo adagia con cura nel bagagliaio della sua Punto. Gli era sempre piaciuta come macchina, sin da ragazzo

«Basta tirare giù i sedili di dietro e c’entra di tutto» aveva detto una volta parlando con suo padre. Aveva proprio ragione.

Lasciare Sabrina gli occupa del tempo, ma non tanto, così decide di fare una passeggiata ai Giardinetti per chiarirsi le idee sulle sue strane visioni notturne. Non proprio incubi, quasi, sogni molto ricorrenti. Un po’ di paranoia se l’aspettava, in fondo la sua vita ha subito diversi cambiamenti di recente; il fatto è che si sente seguito; se non fosse un termine da film dell’orrore direbbe braccato.

No, la passeggiata non lo aiuta affatto, anzi, dietro ogni albero dei Giardinetti crede di vedere occhi che lo fissano, che lo cercano.

«Che palle!»

Il signore seduto sulla panchina a leggere il giornale non capisce cosa disturba Paolo ma smette di chiederselo quasi subito.

Quando torna a casa si mette a disegnare, con la matita, pochi contorni, tanti effetti di luce ed ombra, la sua tecnica preferita. Si vede un bosco, molto sfocato, come se qualcuno stesse correndo molto velocemente attraverso la vegetazione. Nitida, in fondo alla prospettiva si vede solo una luce.

Paolo comincia ad essere preoccupato di se stesso e per se stesso. Eppure è lucido, lucido come non è mai stato prima, quando era distratto da tante passioni.

Simone lo invita a cena per chiarire la discussione che hanno avuto due giorni fa.

«Vaffanculo Chiara, sei una stronza!»

La battuta di Paolo durante la cena riesce piuttosto male, così come gli altri insulti che gli escono spontanei, pesanti.

Gli dicono di non farsi più vedere. Peccato, la giornata era cominciata bene.

 

Quarta notte_

La gabbia attorno. Così stretta, con le sbarre così spesse e così fitte che al suo interno non sembra entrare neanche l’umidità, neanche l’odore nauseante e familiare della palude. L’unica cosa che esiste è la gabbia. Dentro Lui. Fuori la libertà. Dentro la fame vorace che lo logora e gli fa avere paura di non vedere un’altra notte, la paura che tante volte l’ha salvato. Fuori il villaggio, pieno di vita, pieno di prede.

La forza non ha effetto; urla, ringhia, di solito funziona, ma le sbarre non retrocedono, loro non hanno paura. Salta per uscire, balza verso l’alto. La prima volta quasi ce la fa a superarle, il secondo salto ha meno slancio, e sempre di meno ogni salto successivo. Salta inutilmente fino a cadere esausto.

La notte non è finita e Lui dorme di giorno. Si sveglia riposato che è sempre buio. Le sbarre gli lasciano la possibilità di uscire. È ancora buio ma sa che gli rimane poco tempo prima che faccia luce e Lui dorme, di giorno.

La palude gli da il benvenuto e lo invita a superare il bosco, a lasciarsi alle spalle le stradicciole di terra. Corre costeggiando una grande, grandissima strada che ha quasi tolto ogni fiato al bosco. I radi alberi lo proteggono e lo celano alle gigantesche lucciole che a coppie gli sfrecciano rumorosamente a fianco. L’aria salmastra gli affanna il respiro, gli appesantisce la corsa, gli si infila nelle narici impedendogli quasi di sentire l’odore sanguigno della preda.

Si acquatta e scatta sotto il ponte a difesa del villaggio; separa il buio dalla luce l’acquitrino paludoso dalla nuova pietra. È arrivato al villaggio, si immerge nelle luci che si confondono con il chiarore dell’alba.

 

Quarto giorno_

Mani sporche di sangue, ancora, strano. Chissà di chi è stavolta. Uno strano odore nelle narici. Uno strano sapore nella bocca.

«Chissà di chi è il sangue?» si chiede Paolo mentre va in bagno a lavarsi.

«Probabilmente è tuo».

Gli risponde lo specchio. Da come ha ridotta la faccia sembra sia reduce da una rissa. Il TG regionale non gli comunica di nessuna baruffa nei locali nella provincia di Latina. Più probabile un pestaggio allora; nel parcheggio dell’ospedale. Il parcheggio del Santa Maria Goretti gli è sempre sembrato un buon punto per una resa dei conti all’americana: stile io lo reggo tu gli meni. Vicino la porta d’ingresso c’è una 24 ore, non è sua. Ora ricorda.

Il mercato del martedì era un posto buono come un altro per fare una passeggiata notturna, per incontrare casualmente un signore che si faceva i fatti suoi, per chiedersi cosa portava nella sua 24 ore, per volerlo sapere a tutti i costi. Il signore non era d’accordo, in compenso era spaventato, così ha colpito Paolo sulla faccia con un tubo trovato per terra. Non era cattiveria da parte del signore, voleva solo difendersi. Non è stata cattiveria neanche quella di Paolo, voleva solo sapere cosa c’era in quella 24 ore, solo curiosità. Una volta strappato il tubo dalle mani del signore è stato tutto facile, gli aveva appena mostrato come si faceva a colpire, colpire, colpire, colpire…

Il signore ha deciso di rimanere per terra gemendo, così Paolo ha deciso di impadronirsi della 24 ore, ma non era più curioso

“Vedrò cosa contiene quando sarò a casa”.

Ancora deve vedere.

La 24 ore può aspettare ancora un po’, prima deve liberarsi la mente dalle ombre della notte, disegnando. Corre in ufficio e per tutta la strada fino ad Aprilia tenta di capire cosa disegnerà. Disegna occhi famelici e cattivi nascosti dietro muri di edifici cadenti. Dopo 180 minuti passati a chiedersi cosa rappresentano quelle forti pennellate di china sul foglio decide che 180 minuti sono troppi. Scannerizza il disegno e manda un’e-mail al suo amico Gianluca

SECONDO TE COS’È?

 

Quinta notte_

Ancora, sempre, la gabbia. Inutile arrabbiarsi, inutile girare in tondo nervosamente, inutile scagliarsi contro le sbarre o provare a saltarle. Bisogna solo aspettare. Lui si sdraia e aspetta. È in pace; immagina di essere fuori dalla gabbia e di correre dietro alla sua preda. Ne segue le tracce, l’odore inconfondibile, come selvaggina sotto il muso di un lupo. Ripercorre la stessa strada della sua prossima vittima, come impronte fresche sotto le zampe di un lupo. Lo motiva l’istinto, la consapevolezza di ciò che accadrà, come carne viva e tremante sotto le zanne di un lupo.

Come un lupo che afferra la sua preda le sbarre si aprono e Lui si lascia divorare dalla notte.

Di nuovo la luce lo cattura attraverso il bosco, di nuovo la strada salmastra cicatrizzata sulla faccia della palude, di nuovo il villaggio di grandi luci, di piccoli boschi fra le grandi case, di larghe strade, di ampie radure del colore dei sassi.

Lui attraversa qualunque cosa si ponga innanzi alla sua preda; ha fiutato la pista.

Lo sta conducendo in una trappola, lo sa, lì, nella grande radura al centro del villaggio, all’ombra della lunga vetta che risuona al passare del tempo come una civetta. Il lago, nel cuore della radura di pietra, sembra brillare di luce propria al riflesso della luna. Il mondo di pietra sospeso sopra l’acqua si illumina al riflesso abbagliante del sole che sorge.

 

Quinto giorno_

Paolo neanche se lo chiede quando si è svegliato. Forse non ha proprio dormito. L’alba l’ha salutata di fronte lo schermo del computer. Il programma di grafica l’ha aiutato a dare una forma riconoscibile ai suoi turbamenti latenti. Nel paesaggio informatico si intravede una piazza. Indubbiamente è una piazza; c’è un palazzo al lato sulla destra, un colonnato, probabilmente un porticato, e una torre a punta. Bello, gli piace. Se non fosse per quella macchia scura nell’angolo in basso a sinistra. L’ombra di una sagoma contorta, che lo guarda. Anche Simone lo guarda, male.

«Ti avevo detto di non farti più vedere».

Brutto, glie lo dice in tono brusco, cattivo, vuole offenderlo, ma Paolo non si offende, si limita a ribattere.

«Non ti preoccupare. Non mi vedrai mai più».

Il coltello rende esatta la sua profezia. Quello che ha comprato in Scozia; quello con il manico in legno inciso con motivi celtici.

Chiara e Samuele torneranno solo alle nove e mezza di sera, ha tutto il tempo di riposarsi prima di pensare a loro; decide di dormire.

Il messaggio di Gianluca lo sveglia all’ora di pranzo

IL BRONX ANNI 20?

Ora il disegno lucido dentro lo schermo del computer gli suggerisce altri quesiti.

«Hai da fare più tardi?»

Gianluca gli dà la sua disponibilità per telefono

«Devo farti vedere una cosa. No, non qui. Oggi lo studio è chiuso per lutto. Vediamoci davanti alla Biblioteca».

«Allora? Che te ne sembra?»

Paolo gli mostra la stampa formato A3 Guarda li Gianluca indica la torre dell’orologio sopra il Comune

«Mi sembra Piazza del Popolo».

«È vero! Ma quest’ombra qui in basso?»

«Boh! Un lupo mannaro americano a Latina?»

Paolo capisce che da Gianluca non può pretendere più di tanto. Sorride lo stesso per non sembrare scortese. Piazza del Popolo però continua a rimanergli in mente.

«Ciao Annalisa».

Conosciuta un paio d’anni fa; Sabrina non l’aveva mai potuta sopportare ma ora può chiamarla senza problemi

«Quanto tempo. Ti va di uscire stasera? No, poi ti spiego. Vediamoci in Piazza del Popolo. Sul tardi però, alle nove e mezza ho un po’ da fare. A dopo. Ciaociao».

 

Sesta notte_

Le sbarre sono fatte di fumo questa notte e Lui comincia a correre. Corre per raggiungere la preda, come ogni notte. Corre verso la luce, come ogni notte. Ma questa notte anche lui è una preda, si sente braccato, è inseguito.

Questa notte l’istinto di sopravvivenza è più forte delle sbarre. Attraversa il fumo, spezza le sbarre e corre.

In quella che potrebbe essere la sua ultima notte corre per salvarsi; per catturare la preda.

Bosco strada villaggio. Un lampo corre attraverso l’antica palude, fino al cuore pulsante della trappola in cui è caduto: la radura di pietra con il lago e il pinnacolo svettante.

Lo braccavano alle spalle e ora lo attendono, lo circondano.

Odori cattivi, di fuoco, di eccitazione e di paura. L’unico odore familiare è quello della sua tana. Ha seguito così a lungo la preda e l’ha riportato alla sua tana. La sua tana: la mente di Paolo.

Con un balzo lo raggiunge ed è di nuovo al sicuro.

La bestia; il cucciolo che cresce con l’uomo, divorando i suoi blocchi, i rospi che ingoia ogni giorno. La bestia si nutre divorando le serpi velenose, le frustrazioni. Mette l’uomo in pace con il mondo facendo sua la rabbia dell’ospite, seminando distruzione al ritmo di quella rabbia. Come il lupo che caccia perché quella è la sua preda, perché è ciò che deve fare.

Senza la bestia prevale l’uomo; senza freni, fuori dall’ordine naturale, travalicatore dell’istinto e dell’equilibrio. Solo la caccia periodica della bestia pone limiti alle insane attitudini dell’uomo.

Con un balzo lo raggiunge ed è tornato nella sua tana. Ma è troppo tardi per cacciare: è l’alba. La bestia si sopisce e si sveglia l’uomo.

 

Sesto giorno_

La bestia si sopisce e si sveglia l’uomo; consapevole.

«Fermo! Mani in alto! – dice il poliziotto – Posa il coltello!»

Paolo vorrebbe e guarda la sfera di pietra che incorona la fontana alla sua sinistra. Un liquido caldo, denso e rosso cola sulle sue mani serrate sul manico di legno del coltello. Quello che ha preso in Scozia, con le incisioni celtiche. Paolo vorrebbe proprio.

Annalisa gorgoglia qualcosa mentre i suoi occhi diventano vitrei e comincia a diventare rigida.

Paolo la sorregge ancora, stretta al petto. Non per farsi scudo dalle pistole che i poliziotti gli puntano contro, per non lasciarla cadere, non vuole che si faccia male.

Quanta paura ora, quella che finora ha tenuto chiusa chissà dove.

Dov’era quando fuggiva da Aprilia con gli ultimi momenti di Chiara e Samuele negli occhi?

Qualcosa doveva andare storto. Qualcuno doveva vederlo e sospettare.

La ragione lo seguiva e lo guidava in ogni sua azione fuori dalla morale. Quel confine così netto, così costruito, così evidente. Così facile da seguire, e da valicare.

Lo spirito no, quello era chiuso chissà dove.

Qualcosa doveva andare storto. Qualcuno l’ha visto. E l’hanno seguito fino a Latina, l’aspettavano a Piazza del Popolo. Come un cane che fiuta la pista. Come un lupo che insegue la preda. L’hanno raggiunto, fino alla fine, fino a chissà dove.

Paolo stringe Annalisa, ma non pensa a lei.

«Cosa ho fatto…»

Sente le lacrime solcargli il viso. Poi il ringhio degli spari.

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