narrativa

Evoluzione innaturale

«Raamiz! Raamiz, dove cazzo sei?»

La porta sul retro del “Lufti Kebab” si spalanca sotto la spinta di un uomo sulla sessantina, con indosso un grembiule bianco, dalla carnagione scura e l’aria visibilmente alterata.

Raamiz lo guarda con occhi supplicanti mettendo una mano sul microfono del cellulare.

«Lufti, dammi sono un minuto, maihairbani[1]».

«Sì, sì, ma ho una consegna che aspetta, sbrigati.»

«Shukriya[2], shukriya».

Il cuoco torna dentro il locale chiudendosi la porta alle spalle.

«Mary, ascolta… – riprende Raamiz – sì, lo so che ti avevo promesso che stasera… No, Lufti non mi sta sfruttando è un caro amico di baba[3] e mi dà una mano. Non è così semplice…»

Non è semplice per niente, non lo è mai stato: un ragazzo mingherlino, timido, gentile e impacciato, una preda in un mondo di predatori, da qualche tempo un immigrato in un paese straniero che lo accoglie quanto lo emargina. È consapevole della sua intelligenza, per questo ha fatto di tutto per frequentare l’università: ha imparato la lingua, ha messo i soldi da parte, si è trovato un lavoro. Ha la speranza concreta di potersi un giorno evolvere in qualcosa di meglio del “ragazzo pakistano che consegna i kebab”. Anche se per il momento consegna kebab per potersi permettere quella speranza.

Mary questo lo sa e lo dimostra con la stima e l’affetto. Ma la sua vita di ragazza agiata e integrata è più facile sotto molti punti di vista e questo crea spesso delle distanze che li separano e rendono difficile la comprensione, nonostante il sentimento tenero e sincero che è sbocciato tra loro.

«D’accordo, ti richiamo dopo, sì, scusa ancora.»

Passando davanti al bancone con la testa abbassata prende la busta d’asporto con un gesto meccanico, l’indirizzo è scritto a penna su un biglietto. L’aria fredda gli sbatte in faccia mentre parte con il motorino e lo fa pentire di non aver indossato una felpa.

 

Quella sera Raamiz decide di tagliare per il parcheggio deserto dei palazzoni – anche se gli tocca fare l’ultimo tratto a piedi – per fare prima, vuole sbrigarsi e andare da Mary, come le ha promesso.

La stessa sera in cui tre balordi qualunque hanno deciso di prendersela con qualcuno. Quello con la testa rasata, comincia a lanciargli delle offese razziste e quando lui accelera il passo senza rispondergli, gli altri due, uno biondo e uno con i divaricatori ai lobi delle orecchie, lo bloccano. La paura gli consente di fissare nella mente pochi particolari distintivi, li vuole denunciare. Intanto gli dà la busta che deve consegnare, gli dà tutto: il portafoglio, le chiavi del motorino, un braccialetto, ma quelli continuano a ridere e a mettergli le mani addosso. Alla fine testa-rasata dà un morso a uno dei kebab del sacchetto e glielo sputa in faccia con espressione disgustata e infuriata.

«Cos’è questa merda? Ci hai tritato tua sorella qui dentro? Eh?»

Non è un’accusa, neanche un insulto, è solo il segnale per cominciare il pestaggio. Lo mandano a terra con schiaffi e pugni, poi cominciano i calci in faccia e allo stomaco. Quando un colpo di mazza da baseball gli fracassa il ginocchio per poco non sviene dal dolore, prova a trascinarsi via dalla furia del branco, la suola di uno scarpone militare gli schiaccia una mano fratturandogli le dita. A quel punto si limita a rannicchiarsi in posizione fetale e a subire.

È di nuovo sul punto di perdere conoscenza, lo tiene sveglio un getto di liquido caldo sulla faccia. Si copre con le mani e vede il capellone che ride mentre gli piscia addosso. Ridono tutti.

Dopo che il branco si allontana rimane immobile sull’asfalto, schiacciato a terra dal dolore e dall’umiliazione. Rimane così finché non si accorge di non essere solo nel parcheggio. Gli pare di vedere un’ombra muoversi con circospezione al margine del suo campo visivo, passi furtivi vanno e vengono accompagnati da un brontolio sommesso. Spera che si tratti solo di un grosso gatto o un cane randagio. In cuor suo però sa che gli sciacalli hanno fatto posto al lupo.

«Aap kawn hain?[4]» chiede nascondendo la testa tra i gomiti per non guardare.

 

Raamiz si sveglia di soprassalto con ancora davanti agli occhi l’ultima immagine dell’incubo: due occhi rossi e bestiali avanzano nell’oscurità prendendo la forma di una donna nuda, con la pelle grigia e tirata sulle ossa scarne che si avventa sulla sua gola per divorarlo, con le unghie lunghe e i denti snudati. Zanne lunghe e aguzze da predatore.

L’immagine non è reale, e scompare, a differenza di Mary, che lo è, e resta, seduta a fianco al letto nella camera dell’ospedale dov’è ricoverato. Sgrana gli occhi quando lo vede cosciente.

«Raamiz – dice la ragazza abbracciandolo – Oddio, Raamiz, ti sei svegliato.»

Le cinge le spalle con le braccia, come se fosse una vecchia abitudine. La conosce da tempo, praticamente da quando è arrivato in Italia, eppure non aveva mai notato alcuni dettagli che in quel momento balzano alla sua attenzione. Sotto il profumo composito e artificiale del balsamo annusa l’odore vero della pelle, del suo respiro, della sua paura. Attraverso i vestiti percepisce il sangue e gli altri fluidi corporei scorrere nel sistema circolatorio. Riesce quasi a vedere oltre la pelle candida, la ramificazione di arterie, vene e capillari. Sente il cuore espandersi e contrarsi, i muscoli scorrere tra le ossa e la pelle.

Quando l’occhio gli cade sulla sua mano dimentica per un istante Mary, apre e chiude il pugno: le dita sono intatte, agili. Il ginocchio anche. Si stupisce di non avere alcun tipo di dolore.

La ragazza si accorge che qualcosa non va e si stacca da lui con lieve imbarazzo.

«Sei stanco? – chiede – Vuoi riposare?»

La guarda come si guarda una sconosciuta, si rende conto di vederla davvero per la prima volta in quel momento, e non gli suscita alcun interesse, non in quel momento. Ha ragione lei, deve riposare. Così torna a sdraiarsi sul letto e gira la testa di lato sul cuscino.

«Non vuoi più parlarmi?»

La voce di Mary è rotta per il pianto.

«Non è stata colpa mia quello che è successo. Sei ingiusto a trattarmi così.»

Non pensa affatto che sia colpa sua, sente a mala pena le sue parole come un brusio indistinto, la sua attenzione è colta dalle sottili lame di luce che filtrano attraverso le tapparelle della finestra, prova un profondo fastidio, un’avversione verso quel tiepido calore che pare bruciargli la pelle.

Dopo che Mary è uscita in lacrime dalla stanza, Raamiz si alza e va a chiudere meglio le imposte della finestra, in modo che non passi neanche uno spiraglio di luce, poi si rimette a letto, colto da un senso di torpore opprimente, più forte anche della fame che sente salirgli dallo stomaco.

 

Apre gli occhi subito dopo il tramonto, non c’è sonnolenza o intorpidimento degli arti, è cosciente e vigile. Niente nella stanza indica che sia passato del tempo, il buio potrebbe essere indotto dalle imposte serrate, eppure ha l’assoluta certezza che sia notte, lo sente sotto la pelle.

Spalanca la finestra e si sente pervaso dall’ebbrezza dell’aria frizzante proveniente dalla città avvolta dalle ombre, il vento pungente gli ghiaccia la pelle, ma non prova nessun fastidio, si sente anzi molto reattivo, riesce a distinguere i dettagli più minuti delle persone laggiù in strada, quattro piani più in basso: movimenti, battiti cardiaci, respiri, affanni, tremori e timori. Sente la necessità di uscire, deve entrare nella notte, mischiarsi all’oscurità, correre nel buio, tutto il resto non gli importa. A parte la fame. La fame lo corrode, come se non mangiasse da settimane, ma più che un problema la percepisce come una condizione immutabile del suo essere, la ragione per agire.

Si riveste, con gli stessi indumenti sporchi e laceri che portava durante l’aggressione ed esce dalla camera. Il silenzio domina il corridoio, illuminato da luci di servizio, fredde, bianche, molto diverse dalla luce del sole. Riduce gli occhi a due strette fessure per acuire i sensi, sente un gemito basso e straziante oltre una porta. Un uomo anziano, troppo debole per alzarsi dal letto o muoversi, ciondola la testa da una parte e dall’altra, si lamenta con voce flebile. Al centro di un’ampia fasciatura all’altezza dell’addome si va allargando lentamente una macchia rossa.

«Aiuto… Aiutatemi… Infermiera…»

La voce dell’uomo si attutisce fino a confondersi nelle sue orecchie, tutti i sensi sono focalizzati sulla chiazza di sangue che cerca di emergere dalle garze come se avesse vita propria, ne gusta il sapore metallico in bocca, l’odore dolciastro nel naso, lo sente fuoriuscire dalla ferita appena suturata dell’uomo là dove erano saltati i punti, come se fosse la sua carne.

«Lei chi è? – chiede l’infermiera giunta a controllare il malato – Cosa ci fa qui?»

«Io… – non sa cosa rispondere – Io voglio andarmene. Adesso».

«Mmm… Adesso non è possibile, ne può parlare domani col medico di turno. Ora se non le dispiace…» e lo invita a uscire.

Raamiz annuisce un po’ confuso da quanto gli è accaduto e torna nella sua stanza. Dallo stomaco partono dei crampi che si diffondono senza pietà e senza tregua in tutte le membra, fibra per fibra, nervo per nervo. Deve uscire. Sale sul davanzale della finestra e salta giù.

 

La fame atavica, quella cattiva, quella che non molla, lo perseguita con scariche di dolore a ogni passo. Deve mangiare. D’istinto pensa a della carne, un hamburger gli sembra una buona soluzione.

Attende con evidente nervosismo che gli portino al banco il suo panino con patatine, vi si getta sopra quasi con ferocia, con una brama che non è semplice appetito. Strappa un paio di grossi bocconi, infila una manciata di patate nella bocca ancora piena e innaffia tutto con la cola. Sa tutto di cenere. Un sapore indistinto, neanche sgradevole, solo inutile e falso. Come falso e inutile gli sembra tutto quello che vede nel locale, persone che parlano, ridono, si sforzano di essere felici, di instaurare relazioni. Si ritrova, senza esserne consapevole, a ridurre tutto a istinti primari, gli unici che gli sembrano veri, degni di nota: la sopravvivenza, il predominio, la fame. Tutto ciò che porta una vita a predare un’altra vita senza porsi questioni di coscienza.

In quel frangente si accorge della ragazza che lo sta fissando da un tavolo diritto davanti a lui, dove il suo sguardo si era perso per alcuni lunghi istanti nella confusione generale.

La ragazza scambia qualche parola e un sorriso malizioso con la sua amica di tavolo, prima di alzarsi e venirgli incontro. Appoggia le mani sul tavolo chinandosi in modo da mettere in mostra il seno prominente, in buona parte visibile dalla scollatura della maglia.

«Perché mi fissavi?» chiede.

«Uh? Non ti fissavo. Non mi ero neanche accorto di te.»

Dice la verità. Non gli sembra più il caso di mentire per educazione, destare dispiacere nell’altro non sembra più una cosa così sconveniente. La ragazza però non gli è indifferente, anzi. Sente nei suoi confronti una pulsione sessuale forte come non mai, la prenderebbe lì, chinata sul tavolo del pub, anche con la forza, davanti a tutti. Potrebbe farlo, non sono i freni inibitori a contenerlo, ma semplici strategie innate di conquista.

«Ma sono felice che tu sia venuta da me» aggiunge infine sorridendo.

Può sentire il suo odore modificarsi, la voce variare di frequenza, la pelle emanare sostanze in grado di comunicare direttamente con il cervello di lei e creare un legame per effetto chimico.

«Che stronzo – dice lei sguaiata – Magari sono venuta solo perché voglio mandarti a cagare.»

«Scommetto che invece vuoi altro…»

 

La stanza inizia a girare appena si sollevano le palpebre, così le richiude, in questo modo gestisce il senso di vertigine, la nausea invece non passa. La prima sensazione è quella di una creatura viva che striscia dentro di lui, risale dalle viscere alla gola per uscire.

Com’era finito in quella condizione? Quando era tornato nel suo appartamento?

È giorno pieno ormai e ha ricordi confusi della notte precedente: il pub, la gente, una ragazza, una corsa nella notte fino al parco pubblico, il rischio, il proibito, loro che scavalcano i cancelli, rotolano avvinghiati sull’erba fredda e umida, lei a cavalcioni sopra di lui, eccitata si toglie la maglietta, lo accarezza in volto mentre si passa il palmo della mano sulla pancia piatta e giocherella con il piercing all’ombelico, gli mette un indice in bocca cercando la lingua, l’altro indice lo mette le tra le sue labbra carnose e lo succhia avidamente, promettendo una notte di folli piaceri.

Il flusso della memoria è interrotto da un violento conato di vomito, rimette sangue, non suo, e pezzi di carne cruda. Nella pozza rossastra e schiumosa vede il dito della mano di una ragazza.

Il disgusto iniziale viene soppiantato dalla curiosità, distrattamente si guarda nello specchio dell’armadio: è smagrito, pallido, ha gli occhi infossati, la bocca gronda sangue, bava e bile.

Le immagini, i ricordi, tornano a defluire nella sua testa, come una cascata acida che brucia ogni connessione col mondo esterno e riempie ogni spazio di densi vapori caustici.

Con le mani tremanti cerca il telefono nelle tasche dei pantaloni, nella felpa, poi ricorda che lo ha dato a uno dei tre balordi. Se non può chiamare Mary, deve andare da lei. Non pensa, il panico è più forte dell’istinto: apre la porta di casa e viene investito dalla luce, si dice che è solo il chiarore che passa dai cubi in vetrocemento nella tromba delle scale, ma è come se fosse una scarica elettrica, lo disorienta, lo acceca, gli brucia la pelle. Chiude la porta di scatto e vi si appoggia con la schiena.

Passato lo shock, il battito si regolarizza su una pulsazione molto lenta, ma non si sente affatto debole, sente energie nuove scorrergli nel corpo, deve solo aspettare.

Chiude gli occhi e aspetta. I sensi, poco alla volta, lo abbandonano.

 

Il parcheggio dei palazzoni lo accoglie come se fosse un astronauta alla prima esplorazione di un asteroide roccioso. Un’immensa spianata di asfalto e cemento. Come sfondo l’edilizia popolare selvaggia e il degrado urbano. In mano ha una busta d’asporto del Lufti Kebab.

Attraversa il parcheggio con la testa bassa e il passo lento, tenendo il sacchetto davanti a sé.

«Ehi, guarda chi è tornato a farsi dare una ripassatina.»

Riconosce la voce di testa-rasata, Raamiz vorrebbe ridere, lo fa il biondo al suo posto. I due balordi sono a qualche metro da lui, in posa strafottente e minacciosa, non sembrano voler menare le mani stasera e gli fanno dei segni di sparire, ma lui li provoca, rimane lì, tira indietro gli angoli della bocca, a qualcuno potrebbe sembrare un sorriso. Stanno al gioco, la loro espressione ora non è più divertita, sono arrabbiati e offesi. Il biondo si mette una mano tra le cosce e gli urla contro.

«Non scappi frocetto? Vuoi farti un’altra bevuta?»

Lui annuisce e getta nella loro direzione il sacchetto. Testa-rasata lo raccoglie e lo apre – mentre l’altro continua a inveire verso di lui – poi lo getta a terra con aria disgustata e fa un passo indietro. Sull’asfalto cadono due orecchie sporche di sangue non ancora rappreso, i lobi deformati da divaricatori.

Era stato il terzo del branco a condurlo lì. Camminava nella notte, senza una meta precisa, in balia della fame e dell’istinto; aveva scelto una strada affollata per andare in caccia di sensazioni e si era lasciato guidare da una nuova esperienza, nel caos di percezioni della città si era imbattuto in qualcosa di familiare, esattamente cosa non era in grado di comprenderlo, un odore, una vibrazione, qualcosa nell’aria gli aveva fatto rintracciare tra i molti uno dei balordi che lo avevano picchiato pochi giorni prima. Sapeva che era nelle vicinanze, lo aveva cercato e lo aveva individuato con precisione. Senza farsi scoprire – celandosi in modo spontaneo e disinvolto – aveva seguito lo sciacallo fino alla tana del branco.

Mentre osservava i due teppisti alle prese con i resti del loro compagno, sembravano più cuccioli sparuti o pecore, che non sciacalli. Lui era il lupo, pronto a scattare e a uccidere.

 

Un tremolio insistente dal comodino interrompe il sonno leggero di Mary e le fa pensare che tanto vale tenere attiva la suoneria se deve comunque svegliarsi a ogni vibrazione del cellulare. Sbadigliando allunga la mano e trova a tastoni lo smartphone. Risponde senza pensarci.

«Pronto?»

Dall’altra parte della cornetta un respiro lento e un lungo silenzio.

«Mary…» dice alla fine una voce roca e titubante.

«Raamiz? Raamiz sei tu?»

«Devo parlarti Mary… devo dire delle cose e non so a chi dirle…»

«Raamiz, che ore sono?»

«È notte.»

La risposta non prevede una replica, così la ragazza si tira a sedere sul letto, con la paura e la tensione di chi non sa cosa sta per succedere, ma comincia a leggere col senno di poi i fatti presenti.

«Ti ascolto, Raamiz. Sono qui».

«Fa male, ma solo all’inizio. È come mi hai sempre detto tu, la paura di scoprire me stesso, di essere come veramente sono… Avevi ragione tu… Non erano sogni, è possibile abbandonare tutte le sovrastrutture, ricondurre tutto all’essenziale… è come evolversi di milioni di anni in una notte, ogni risorsa elevata al massimo, ogni bisogno secondario ridotto al minimo… È la fame che muove tutto, è lei che detta le regole».

«Raamiz, di cosa stai…»

«Ho dovuto farlo! L’istinto ha preso il sopravvento, ero… janwaar![5] Non capivo, eppure riuscivo a vedere a chiare immagini le conseguenze delle mie azioni… Uno di quei bastardi l’ho tenuto.»

«Di chi parli, Raamiz?»

«Quello rasato, ho pensato le sarebbe piaciuto di più».

«Io… Io non capisco…»

«Neanch’io, neanch’io, ma è così… L’ho lasciato a lei, dove lei ha trovato me, io mi sono nascosto e lei è uscita da una finestrella di un seminterrato, l’ho vista bene, come se fosse giorno, è uscita annusando l’aria, guardandosi attorno alla ricerca di cibo, non si fidava del dono che le avevo lasciato. Lo ha guardato un po’, nascosta nell’ombra, mentre quel disgraziato piagnucolava e si contorceva. Era cosciente ma non poteva scappare, ho fatto in modo che non potesse scappare, la schiena, si è spezzata come un fuscello, è stato facile dopo aver placato la fame.

«La fame. Potevo sentirla agitarsi dentro… quella creatura, dentro di lei, molto più forte della mia, molto più antica. All’inizio volevo conoscere, poi ho capito che non ne avevo bisogno: tutto ciò che sono, tutto ciò che siamo, è nel nostro sangue, basta porsi in ascolto. L’ho guardata mentre si avvicinava per nutrirsi, non potevo lasciarglielo fare, capisci? Non potevo… era mio!»

«Raamiz, smettila per favore!»

«Il nuovo soppianta il vecchio, è il corso dell’evoluzione, non ce n’è per soddisfare la fame di tutti, non c’è abbastanza vita…»

«Così mi metti paura – sussurra Mary sul punto di mettersi a piangere, ma riesce a calmarsi – Sei a casa?»

«No, sono fuori».

«Dove sei, ti raggiungo».

Il suono monotono nel telefono gli conferma che Raamiz non è più al telefono.

 

Mary apre la portiera dell’auto e rimane qualche stante seduta a guardarsi le ginocchia, non è sicura di voler scendere, meno ancora di voler andare da lui.

«Tesoro, va tutto bene?»

Lei rivolge un sorriso finto e rassicurante al volto preoccupato dell’uomo anziano.

«Tutto bene papà, grazie per avermi accompagnata. Cerco di fare subito, se la cosa richiede più tempo ti mando un messaggio, così tu vai, io poi torno in autobus.»

«Stai attenta» le dice il padre mettendole una mano sul braccio.

«Papà, è Raamiz, mica un mostro.»

Perché abbia detto così non se lo spiega, non ci vuole pensare, pensa a tutt’altro mentre entra nel portone e sale le scale fino all’appartamento di Raamiz, è preoccupata per lui, ha letto che le conseguenze psicologiche delle violenze subite possono condurre alla depressione o peggio.

Non ha bisogno di suonare il campanello, la porta è aperta, accostata. Appena entra viene investita dall’odore dolciastro della decomposizione, dalle finestre sbarrate poche strisce di luce attraversano il pulviscolo nell’ingresso, insufficienti a illuminare l’ambiente, finché gli occhi non si abituano alla semi oscurità e le mostrano cadaveri di cani, piccioni, topi e gatti sparsi ovunque, squarciati, dissanguati, in alcuni casi spolpati e gettati lì.

Non ha tempo di razionalizzare, dalla camera da letto proviene una nenia incomprensibile.

«Kutta, billi, kabutar, chuha[6]».

Mary si affaccia nella stanza e vede Raamiz, o almeno quello che resta di lui. Sopra una specie di tana fatta con un materasso sventrato e pagine strappate da libri e riviste, è accucciato il ragazzo pakistano. La pelle grigia è tesa sulle ossa sporgenti, le unghie sono lunghe e sporche, le labbra senza colore sono ritratte sule gengive. Ciondola ripetendo quella specie di filastrocca per bambini, tamburellando a vuoto le dita ossute e guardando il soffitto, sembra demente.

«Raamiz…»

Quando lei gli parla gira la testa nella sua direzione, un barlume di coscienza illumina per un istante il suo sguardo folle. Mary ora vorrebbe scappare, ma si accorge di non riuscire più a muoversi. Biascicando in urdu, Raamiz si avvicina alla ragazza con passo dinoccolato, la annusa, la fissa così da vicino che i loro nasi quasi si sfiorano. È paralizzata dalla sua stessa volontà che le impedisce di andarsene, è folle, lo sa, ma desidera subire tutto ciò che lui le farà.

È l’anima di Raamiz quella che vede in fondo a quegli occhi affossati, la vede dissolversi, oscurata dall’ombra color sangue della fame. Nell’oscurità della camera vede biancheggiare lunghi canini sporgenti da una bocca allargata a dismisura. Poi il dolore lancinante di un morso sul collo.

[1] Urdu: per favore.

[2] Urdu: grazie.

[3] Urdu: papà.

[4] Urdu: Chi sei?

[5] Urdu: animale.

[6] Urdu: Cane, gatto, piccione, ratto.

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