narrativa

Samhain

La notte era qualcosa di palpabile appena fuori le luci e i rumori del centro, appena al di là del cuore della festa la notte era un’entità amorfa e aliena che diramava i suoi tentacoli umidi in tutte le direzioni avvolgendo strade, marciapiedi, case, palazzi. E persone.

Di solito l’oscurità riusciva convincere i pacifici e pavidi abitanti della periferia residenziale a rimanere dentro le loro case, ma quella sera invitava molti a scendere in strada per sfidare il buio tra un lampione e l’altro, nonostante il freddo e la nebbia.

Halloween metteva sempre Cornelio di buonumore, forse perché poteva indossare la sua vecchia tunica nera e andare in giro scalzo senza che la cosa destasse particolare stupore, forse perché nonostante i secoli non fossero stati clementi con la sua anima corrotta amava ancora dilettarsi con le piccole cose.

«Dolcetto o scherzetto?»

Perso nei pensieri non si era accorto che tre bambini travestiti da mostri gli si erano piazzati davanti con dei cestini a forma di zucca tra le mani.

Le piccole cose…

Si accarezzò la lunga barba nera con un accenno di sorriso sulle labbra, poi si chinò sui ragazzini, coprendoli per intero con la sua ombra.

«Scherzetto, ma lo faccio io a voi.»

Fissò quello che gli aveva rivolto la domanda, indossava dei vestiti stracciati e una maschera di gomma verdognola.

«E tu cosa dovresti essere?» gli chiese divertito.

«Uno zombi, signore” rispose il bambino.

«No no no, non ci siamo.»

Scosse la testa, poi si tirò su me ampie maniche della tunica.

«Vediamo che cosa si può fare.»

Le mani di Cornelio furono circondate da un alone verdastro e malsano e si mossero descrivendo con lentezza simboli arcani nell’aria.

Il bambino cominciò a tossire, poi si mise a urlare in preda al panico scuotendo tutto il corpo, si strappò la maschera da ciò che rimaneva del suo volto, divorato dalla cancrena e dai vermi. Fece pochi passi e si accasciò al suolo con un rantolo gorgogliante.

Anche uno degli altri bambini si mise a strillare per la paura. Indossava una tuta nera con delle strisce bianche, mentre la faccia era stata imbiancata con il cerone, tranne intorno agli occhi, dipinti con grandi cerchi neri.

«No, non me lo dire, tu sei uno scheletro.»

Un lampo luminoso si irradiò dal suo corpo come un flash che investì in pieno il bambino mentre tentava di fuggire. I vestiti gli si polverizzarono addosso, la pelle e la carne caddero liquefatti in una pozza di liquame organico. Lo scheletro era ancora in vita e vi rimase alcuni lunghi istanti, con gli organi ulcerati e brandelli di muscoli che penzolavano fusi sulle ossa.

Lo stregone assisteva compiaciuto il proprio operato quando si accorse che il terzo bambino lo guardava immobile. Il suo costume consisteva in una tuta di lana rosso fuoco, un cappuccio da cui spuntavano due corna nere, un tridente di gommapiuma e per finire dei baffetti arricciati disegnati sopra le labbra.

«Beh? Perché non scappi? Non hai paura che ti possa accadere qualcosa di male?»

Il bambino scosse la testa con aria piuttosto intontita.

«Ah, giusto, tu sei il diavolo. Allora ti faccio vedere io qualcosa di veramente malvagio. Ti va di accompagnarmi.»

Il diavoletto annuì con la testa

 

Cornelio e il suo nuovo giovane compagno guardavano il paziente disteso sul letto d’ospedale, la stanza era completamente buia se non per le luci dei piccoli monitor di alcuni macchinari collegati all’uomo, era anziano, inerme, quasi scheletrico, respirava a fatica e sembrava in grado di muovere a malapena solo un braccio che teneva disteso avanti a sé, rigido ma senza alcuna tonicità, nel vano tentativo di difendersi dallo stregone.

«Che cos’ha?» chiese il bambino.

«Eh… quanto può essere macabra la vostra innocente curiosità – disse Cornelio mettendogli una mano nodosa sulla spalla – Vedi, una volta, molti anni fa, io e questo signore abbiamo fatto una scommessa. Se avesse vinto lui gli avrei dato il mio potere.»

Il bambino alzò la testa a guardarlo.

«E ha perso?»

«Oh no – disse l’uomo sorridendo – Ha vinto. Sfortunatamente per lui il mio potere viene dal Male e come d’accordo io gliel’ho dato tutto. Il suo corpo è vinto da un male incurabile che non gli consente di vivere e non gli permette morire.»

Lo sguardo perplesso del ragazzino lo invitò a ulteriori spiegazioni

«lo vengo a trovare una volta l’anno, la notte di Samhain.»

Il bambino sgranò gli occhi.

«Halloween, creaturina mia, la notte di Samhain è Halloween.»

«Interessante» disse l’omino in abito rosso.

«Già. Queste cose non le insegnano a scuola, impara come il Male gratifica e punisce.»

Il senso di gratificazione svanì assieme al ghigno sul volto dello stregone quando l’altro riprese a parlare

«Quindi il potere che ti ho dato non ti appartiene più, lo hai dato via per una stupida scommessa.»

Cornelio volse la faccia al bambino e un’ombra di terrore ne segnò i lineamenti.

«Samhain…» disse prima accasciarsi a terra del tutto inerme.

Non era in grado di muovere un muscolo, riuscì solo a sussurrare alcune parole tra le lacrime.

«Perché mi fai questo? Ho sempre servito la causa del Male…»

Samhain si affacciò al letto e accarezzò il malato sulla fronte.

«È vero, ma io sono un dio capriccioso.»

Si girò verso Cornelio con un sorriso divertito e gioioso impresso sul volto infantile.

«E questa è la mia notte.»

 

Al cambio turno, verso l’alba, gli infermieri trovarono riverso sul pavimento un uomo alto e magro, molto pallido, con indosso solo una tunica nera, non aveva con sé documenti o altri segni di riconoscimento. La diagnosi si rivelò piuttosto confuso, era chiaro solo che soffriva di un male che non gli permetteva di muoversi pur mantenendo inalterate le sue facoltà mentali. Lo misero nel letto della stanza dove era stato rinvenuto, il paziente che lo occupava era infatti deceduto dopo anni di agonia, con un sorriso beffardo sulle labbra.

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