L'ora della scimmia, narrativa

L’ora della scimmia – capitolo 3

«Non sono uno di voi».

Lolo non alza neanche la faccia mentre lo dice, continua a riempire lo zaino con le sue cose. Una sacca più che lo zaino. Una vecchia sacca da marinaio in tela verde e cuoio; la stessa che si porta dietro ogni volta che lascia la città da ormai quasi dieci anni, cioè da quando Bato gliel’ha regalata quando era bambino.

«Sì che lo sei» ribatte Rasnia alle sue spalle.

«Non per tutti».

Lolo continua a mettere cose nella sacca. Non che nella sacca entrino più di tante cose. Non che lui abbia più di tante cose da metterci dentro: delle magliette a maniche corte – la sua felpa preferita la indossa –, un paio di pantaloni di ricambio, mutande, spazzolino, una saponetta…

«Forse se ti mettessi i calzini come fanno gli altri».

…niente calzini. Non li sopporta. Non li ha mai sopportati. Con quei piedi che si ritrova riesci a malapena indossare delle scarpe. Perché Rasnia ha detto quella cosa? Lei lo sai che…

«Lo sai che…!»

L’impeto di rabbia di Lollo si infrange contro il sorriso della ragazza, quando si volta per rimproverarla e la vede. Si è cambiata, ora indossa abiti più consoni per stare nel campo: una camicetta bianca dal collo largo sopra una gonna ampia è colorata, della stessa stoffa della fascia che le tiene i capelli.

«Lo so – gli dice – Non dicevo sul serio. E neanche tu puoi dire sul serio».

«Mi chiamano raklo, capisci?»

Ransia sembra incerta su cosa dire e si mordicchia un labbro prima di andare avanti.

«Cosa ricordi di prima? Prima che Bato ti trovasse?»

Lolo fa spallucce.

«Niente, i miei primi ricordi sono qui».

«Se prima non c’è niente, allora sei venuto al mondo quando mio padre ti ha preso tra le braccia per la prima volta. Sei nato e cresciuto qui con noi. Sei un chavó come qualsiasi altro ragazzo del campo».

«Non capisci».

«Se vuoi esserlo. Se senti di esserlo».

«Mi chiamano raklo, come se fossi un ragazzo qualsiasi di fuori».

«Lolo, andiamo, nessuno ti chiama raklo».

«Lo fanno e come. Quando credono che io non li senta…»

«Ma tu hai buone orecchie».

Al sorriso aperto di Rasnia, Lolo oppone stavolta una smorfia dura e ostinata. Un’ostentazione che scade quasi subito in gioco quando il ragazzo muove le orecchie a sventola e la giovane nomade reagisce scoppiando a ridere.

«Sei un cretino».

L’espressione sorridente di Lolo muta gradatamente in seria, a cui si aggiunge una punta di indignazione.

«Forse, ma non aspetterò che sia il kriss a cacciarmi».

«Non credo vogliamo cacciarti».

«Non importa, me ne andrò prima che decidano».

Mette dentro la sacca un berretto con la visiera, dopo averlo guardato come se potesse in qualche modo ispirarlo.

«E non riuscirai a farmi cambiare idea» aggiunge rivolto a Rasnia.

«No, non ci riuscirò – ribadisce lei con calma – Sei troppo testardo».

«Non provare a trattenermi».

Lolo chiude la sacca, stringe e annoda i lacci in cima e ne saggia il peso, poi si gira verso la ragazza.

«Non provi a trattenermi?» le chiede.

Rasnia inclina la testa sulla spalla mezza nuda.

«Sarebbe il modo migliore per farti scappare. Se sei deciso a fare il tuo viaggio è giusto che tu vada».

Lolo si siede sul bordo del letto e abbassa lo sguardo a terra.

«Non sono deciso per niente, ma non sento di avere alternative. Cioè ho l’impressione che se non lo faccio adesso non avrò un’altra occasione. Sembra una stupidaggine, ma non sto scappando, io devo andare…»

Rasnia gli prende il mento tra le mani e gli alza il volto fino a farlo specchiare nei suoi grandi occhi neri.

«Puoi andare dove vuoi, questa è la tua casa, non la tua prigione».

«Io… non vorrei lasciarti».

«Saremo sempre legati io e te, e a legarci non saranno delle catene dorate, ma i ricordi».

Rasnia prende un sacchetto che aveva legato in vita e ne tira fuori un monile: una vecchia chiave di ferro con anello legata a un laccetto fatto con una treccina. Allarga il laccetto e lo mette al collo di Lolo.

«Voglio lasciarti qualcosa che ti accompagnerà ovunque tu vada. L’anello di ferro terrà lontani i brutti sogni, la chiave ti aprirà le porte di quelli importanti, e i miei capelli, che la tengono sospesa sul tuo petto ti terranno legato a me».

«Uh, grazie. È una specie di magia».

«una specie. Voglio che questo viaggio lo cominciamo insieme».

Gli tende la mano e lo invita ad alzarsi

«Vieni, accompagnami in un posto».

***

Con una certa fatica, Lolo passa attraverso la stretta apertura del seminterrato; lui è magro e snello, ma è anche alto e ha le spalle larghe.

«Come lo sapevi che era qua dietro?» chiede a Rasnia che lo guarda dalla strada.

Il dubbio è legittimo visto che quando sono arrivati nei pressi si è diretta con estrema precisione verso una tavola di legno incastrata in una rientranza del muro e l’ha tolta per farlo infilare.

«Secondo te? – risponde lei – L’ho nascosta io».

Entrato nella cantina bassa e polverosa, Lolo si sfrega le mani per pulirsi e si guarda attorno.

«Bella merda» commenta sotto voce.

Poi si rivolge alle gambe di Rasnia che sporgono dalla finestrella.

«Che posto è?»

«E che te ne frega? Dammi una mano».

«Ah, sì».

L’aiuta a calarsi nel piccolo ambiente buio. Praticamente la prende per i fianchi e la tiene sollevata. È leggera, così esile, e lui ha sempre avuto una forza notevole per un ragazzo della sua età; “per via delle braccia lunghe” diceva Bato.

«Comunque non è qui che volevo portarti» gli dice Rasnia dirigendosi verso la porta.

«Ma dai…» è il commento scocciato.

«Dobbiamo salire».

Salgono qualche scalino fino al livello della strada, nell’ingresso di un palazzo il cui portone è sbarrato da detriti di ogni sorta. L’abbandono e il disuso hanno lasciato segni ovunque, ma la struttura non sembra aver subito un cattivo utilizzo o atti di vandalismo: come se a un certo punto tutti si fossero semplicemente dimenticati dell’esistenza di quel posto, ritrovato chissà poi quanto tempo dopo da Rasnia.

Lolo nasconde questa sua sensazione di disagio dietro una battuta.

«Se le scale reggono…»

«Reggono, reggono – dice Rasnia cominciando a salire – Non è la prima volta che ci vengo».

Mentre la segue uno scalino dopo l’altro, un piano dopo l’altro, Lolo pensa che la seguirebbe ovunque, con lei andrebbe ovunque, ma non può rimanere al suo fianco se lei decide di restare al campo, ferma: lui deve partire.

“Forse non ha deciso” pensa.

Il dubbio genera riflessioni e opportunità.

“Le chiederò di venire con me”.

Per poco non le va a sbattere contro. Perso nei suoi pensieri non si era accorto che lei si era fermata.

«Ecco dove volevo portarti».

Dal pianerottolo si accede direttamente a un ampio locale. La porta di ingresso non è mai stata montata e mancano perfino gli stipiti. Un appartamento o un ufficio; è difficile stabilirne la destinazione d’uso originaria, poiché non c’è nulla a parte le colonne portanti.

Lolo e Rasnia entrano in una grande stanza mai ultimata: manca la pavimentazione e il massetto è alcuni centimetri sotto il livello del pianerottolo, le pareti sono intonacate, ma non rifinite e il soffitto è una tessitura di mignatte spoglie; non ci sono neanche le finestre e la luce della luna che entra senza filtro dalle ampie aperture squadrate riesce a rendere affascinante anche quel monumento all’incuria umana.

Quello che si intravede dalla finestra più grande, dritta davanti a loro, lascia Lolo senza fiato. Rasnia, intuendo questa reazione, lo prende per mano e lo guida fino alla porzione di parete mancante; si capisce che avrebbe dovuto ospitare una vetrata, ma la vetrata non c’è, non c’è nulla a separarli dalla Città che si estende sotto di loro fino all’orizzonte. Il buio attorno trasmette ai loro sensi la sensazione di essere sospesi nel cielo nero; non di volare, ma di poggiarsi sulle colonne di forza che sostengono la volta oscura che li abbraccia, li ricopre e li avvolge; lontanissimi dai propri pensieri, a un passo dalle stelle sfocate dalle luci della Città.

«Quella è casa nostra» dice Rasnia allungando un braccio nel vuoto.

Indica il campo nomadi: una macchiolina sbiadita al lato dell’agglomerato di luci degli edifici e delle strade, un punto fuori come tanti altri punti fuori dalla Città, che attorno alla Città orbitano e vivono di luce riflessa.

«Da qui è facile cadere…» aggiunge poco dopo.

Lolo distoglie lo sguardo dal panorama e lo fissa sulla ragazza, che si gira e gli sorride.

«Hai sete?» gli chiede.

«Ho dell’acqua nello zaino, se vuoi».

Rasnia gli mette l’indice sulle labbra, poi rientra nella stanza, raccoglie qualcosa da dietro una colonna e si siede per terra.

«Pensavo a qualcosa di meglio» dice mostrando la bottiglia di vetro opaco che ha raccolto.

«Quella è l’acquavite di Manolo – esclama Lolo sorpreso – Dove l’hai presa?»

«Oggi fai un sacco di domande inutili – è la risposta – Ti ho portato qua perché non riesco ad aprirla, che ti credi?»

Lolo fa spallucce e con passo dinoccolato va a stappare la bottiglia. Finge di porgerla a Rasnia e un attimo prima che lei la afferri la tira indietro e la porta alle labbra.

«Sei proprio un cafone!» si lamenta lei dandogli una pedata, che raggiunge Involontariamente il polpaccio ferito.

Per via del dolore improvviso, Lolo ingoia d’un fiato la sorsata da alcol che aveva in bocca. Sente un fuoco divampargli in gola e nelle viscere, mentre Rasnia si sbellica dalle risate per le espressioni grottesche che fa nel tentativo di riassumere il controllo dei suoi sensi.

«Ma sei scema?» le chiede con voce soffocata appena si è ripreso un attimo.

«Ahahah! Scusa – prova a darsi un contegno lei – Ma sei troppo buffo».

«Come no, proprio buffo…»

Quando Lolo alza la gamba del pantalone per controllare lo stato del lungo taglio, Rasnia smette di ridere e si sporge con espressione preoccupata.

«Che ti è successo?»

«Niente, oggi pomeriggio quando scappavo…»

Non finisce la frase e lei non gli chiede di farlo, accetta il silenzio e beve un paio di sorsi di acquavite tenendo il liquido forte in bocca per farlo scivolare poco alla volta in gola.

Lolo riabbassa l’orlo dei pantaloni e chiude il discorso.

«Non voglio parlarne».

«Va bene».

Un altro po’ di acquavite scorre tra le labbra sottili, poi la bottiglia passa in altre mani, più grandi e callose, e alle impronte delle labbra sul vetro si sovrappongono altre labbra, meno delicate ed eleganti.

«Volevo darti anche io un regalo» dice Lolo guardando il mondo libero fuori dalla finestra.

«Perché non me lo dai?»

Il ragazzo posa la bottiglia e inizia a rovistare nella sua sacca.

«Perché non l’ho ancora finito».

Le porge sul palmo aperto una spilla di fattura artigianale: un lungo ago a cui è stato fissato un fiordaliso blu intenso con un intricato incrocio di fili di rame.

«Lolo, è bellissima!»

«Non è finita, così rischi di pungerti – distoglie lo sguardo – E anche il fiore vero… è stupido, appassisce…»

Senza preavviso, si sente prendere delicatamente per le guance da dita gentili, che portano il viso lì dove le labbra si congiungono per un istante fugace, tenero, atteso, che si scioglie nella risata di gioia liberatoria di entrambi, fronte contro la fronte.

«Scusami, era l’unico modo per farti smettere di dire scemenze. E poi è bella davvero».

Rasnia abbassa gli occhi sulla spilla che tiene tra le mani a coppa.

«Grazie, la terrò sempre con me: sarà il mio ricordo».

«Però, davvero, fai attenzione a non ferirti».

«Fai attenzione tu a non farlo».

«Io non ti farei mai del male».

«Lo so».

Rasnia si alza in punta di piedi e dà un bacio sulla guancia del ragazzo.

«Rasnia, davvero io…»

Lei gli dà le spalle e fa qualche passo ancheggiando vistosamente.

«Lo so, lo so, lo so».

Poi raccoglie l’acquavite e si gira.

«Lo. So».

Allunga il liquore verso Lolo.

«Ti va di fare un gioco?»

«No, vorrei chiarire questa… cosa tra noi».

«Non puoi chiarire questa “cosa”, sei troppo confuso».

Lolo fa un respiro profondo; nella sua idea voleva sembrare arrabbiato, ma all’ultimo gli scappa un sorriso e un tono paternalistico.

«E tu sei ubriaca».

«E tu sei una scimmia».

«Adesso che cosa c’entra…»

«Vuoi giocare, sì o no?» lo interrompe Rasnia.

«No!»

«Non era una domanda».

«Certo che era una domanda!»

«Bevi!»

Rasnia gli porge ancora la bottiglia.

«Non voglio bere!»

«Non è giusto: se io sono ubriaca, devi esserlo anche tu».

«Ma perché?»

La guarda negli occhi e trova la risposta, banale, ovvia già saputa: perché la seguirebbe ovunque. Prende il collo della bottiglia, reclina la testa e alza il gomito: si avvicendano lunghe sorsate finché gli dura il respiro.

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