L’ora della scimmia – capitolo 2

Quella sera, al campo nomadi, una decina di ragazzi e ragazze seduti in cerchio con delle bibite e delle birre in mano, chiacchierano tra loro, ma sembrano in attesa che si riempia l’unica sedia vuota del cerchio.

Nello spiazzo in terra battuta, su cui si affacciano roulotte e container, a parte loro ci sono un gruppetto che guarda una vecchia televisione dando indicazioni a un uomo che sistema l’antenna lì a fianco, e delle signore che chiacchierano svolgendo diverse attività, chi rammenta calzini, chi spenna un pollo, chi fa la maglia, qualcuno se ne rimane davanti alla porta della propria abitazione a leggere il giornale, a schiacciare un pisolino o semplicemente a guardare quello che succede.

Gli abitanti del campo non sono tutti lì, alcuni ragazzi più grandi sono usciti, molti adulti sono fuori città per lavoro, alcune coppiette sono riuscite a fuggire ai controlli degli adulti e si sono nascoste, sanno che prenderanno le botte dai loro genitori, ma ne vale la pena.

Rasnia sbuca da dietro le spalle di Manuel e Rita.

«Allora? Ci siamo persi qualcosa?»

Il cerchio si allarga per fare posto a due sedie portate da Lolo.

«Ancora niente» dice Giz mentre gli allunga due lattine.

Gli occhi puntano tutti verso la porta della roulotte che si sta aprendo. Bato esce con in mano un calice pieno di liquido rosso e brillante, facendo un cenno con la testa agli ultimi due arrivati va a prendere il suo posto sulla sedia vuota.

«Scusate, ragazzi, non riesco proprio a mandarla giù quella robaccia dolce che bevete voi. La serata va chiusa in bellezza con del buon vino».

Una voce squillante si rivolge all’uomo barbuto dall’altra parte dello spiazzo in tono ironico.

«Oggi hai già chiuso la serata dieci volte».

La risposta è pronta e divertita.

«Sei tu che non dormi da dieci giorni, vattene a dormire!»

I ragazzi scoppiano a ridere e si calmano solo quando Bato si porta il calice alle labbra e mostra il palmo della mano.

«Allora, dove ero rimasto?» dice asciugandosi la bocca con il dorso della mano.

«Il viaggio dei cinquanta!» è la risposta corale, accompagnata da qualche risatina.

Manuel ingrossa la voce nel tentativo di imitare Bato.

«Ricordo quel viaggio come fosse oggi: uuun meeese di navigazione!»

Tutti scoppiano a ridere, compreso Bato, che si rivolge al ragazzo, indicandolo con l’indice della mano con cui regge il calice.

«E bravo, vuoi raccontarla tu la storia?»

Manuel alza le mani e abbassa la testa in una parodia di prostrazione.

«No no, sei tu il capo del campo».

«Molto bene – riprende Bato – ristabiliti i ruoli, posso proseguire».

Beve un altro sorso di vino e increspa le labbra con aria pensierosa, poi comincia con voce seria e profonda.

«Ricordo quel viaggio come fosse oggi: un mese di navigazione…»

La risata esplode contagiosa e stavolta dura a lungo.

«Scherzi a parte, chava, è stata un’impresa. Immaginate che cosa vuol dire mettere d’accordo cinquanta giostrai. Cinquanta famiglie di giostrai! Vedete quanto è difficile mantenere la pace, ascoltare tutti, accogliere tutte le esigenze, anche in una piccola comunità come il nostro campo. Lì si trattava di partire per chissà quanto tempo verso un paese lontano, per lo più sconosciuto. Ci stavamo fidando di un paio di altri nomadi che avevano già lavorato al di là del mare e ci avevano riportato il ricordo di quell’esperienza indimenticabile. Forse è stato solo quel sogno a tenerci uniti, non lo so. Abbiamo trovato degli agganci locali e siamo partiti dai paesini lungo la costa e poi ci siamo portati sempre più nell’entroterra. Molte cittadine più provinciali non avevano mai visto delle giostre come le nostre, non sapevano cosa fosse un luna park e le loro erano per lo più delle feste di piazza con musica tradizionale. Eravamo come degli alieni, è vero, ma non siamo stati trattati male, anzi, in una terra così lontana eravamo noi l’elemento fantastico ed esotico.

«Così passammo i primi mesi girando per i piccoli centri al confine con il deserto, ma alla fine abbiamo dovuto farci coraggio e attraversarlo, il deserto, per raggiungere le città più grandi.

«Pensate, si dice che la nostra gente provenga da quei luoghi antichi e inospitali, discendenti delle popolazioni erranti che ancora oggi vi abitano. O almeno vi abitavano. Ci siamo imbattuti in una tribù nomade del deserto che in quel periodo dell’anno si fermava presso un’oasi, sempre la stessa credo. Non parlavamo la stessa lingua, ma in qualche modo riuscivamo a intenderci. Ci hanno accolto con tutti gli onori, come si fa con gli ospiti importanti. Lì, in mezzo al deserto non potevamo certo montare le giostre, non c’era corrente elettrica e cose del genere, così abbiamo dovuto improvvisare qualcosa, è stato imbarazzante all’inizio, ma molto divertente alla fine».

Bato fa una lunga pausa, dell’espressione del volto, i piccoli movimenti delle sopracciglia, si capisce che si sta perdendo nei suoi pensieri e nei ricordi.

«Tra quella gente ho conosciuto la mia futura moglie, Pativa».

Guarda Rasnia. Un sorriso triste sulle labbra.

«Ci siamo innamorati nei pochi giorni che siamo rimasti ospiti della sua tribù, e la sera prima di partire ci siamo sposati secondo le loro usanze e così ci ha potuto seguire come mia sposa. Le tradizioni sono importanti, chava, importantissime; sono il ricordo attivo del nostro passato, la via sicura verso il vostro domani, ma, guardate, forse la cosa più bella di fare un lavoro che ti costringe ad andare in giro per il mondo è la possibilità di incontrare gente diversa, culture diverse, conoscere modi di pensare diversi dai tuoi, imparare nuovi modi di vivere.

«In ogni modo il nostro viaggio è durato quasi un anno e mezzo, e quando siamo rientrati io e Pativa ci siamo sposati secondo le nostre usanze e poi… poco dopo è nata Rasnia…»

L’esito delle parole dell’uomo è un silenzio da parte del gruppo di ragazzi: volevano un racconto avventuroso raccontato nella maniera divertente e coinvolgente di Bato, invece il disagio di Rasnia, che tutti leggono nella sua espressione torva, genera un feedback negativo difficile da ignorare e dissimulare.

Nel vuoto di voci si fa largo l’audio della televisione, ad alto volume, ma finora rimasto solo un rumore di sottofondo.

«Giano Mahir – dice una giornalista al suo invitato – un’ultimissima domanda: in una frase, cosa pensa degli scontri che ci sono stati ieri nella Capitale tra i migranti del centro di accoglienza e gli agenti di polizia?»

«Giano, lo ripeto, sono Giano, per tutti. E riguardo gli scontri ho un’idea piuttosto chiara. Un’idea del tutto personale, intendiamoci».

«Ovviamente».

«Io credo che sia necessario rivedere il concetto stesso di accoglienza sulla base del quale valutiamo i nostri interventi. Parliamoci chiaro, per come sono impostate le leggi nel nostro paese, non c’è nessuna speranza di integrare queste persone nel tessuto sociale. Ma siccome le leggi le fa qualcuno, posso dire tranquillamente che non c’è nessuna “volontà” di integrarli. Vengono fatti entrare e segregati in strutture semi-penitenziarie, senza nulla da fare, per periodi esasperanti, con due soli scopi».

«Signor Mahir… Giano, il tempo a nostra disposizione è terminato».

«Certamente, mi limito a concludere. Due scopi, dicevo, non dichiarati, ma dopo anni di questa politica migratoria fallimentare ormai palesi. Il primo: offrire opportunità di guadagni facili ai gestori di queste strutture, inutili e dispendiose, che non danno alcuna garanzia di contenimento. Il secondo: mantenere un perenne stato di conflitto sociale. I migranti sono lo strumento e le vittime di una squallida strategia della tensione. Scusate se l’ho tirata troppo lunga».

«Benissimo. Ringraziamo Giano Mahir, responsabile del movimento Reazione Sociale, per essere stato con noi e passo la linea alla cronaca».

«Guardate – grida Giz indicando il piccolo schermo – Quello è Lolo».

Un disegno che ritrae un volto, in realtà. Il volto di Lolo, al di là delle inesattezze e delle generalizzazioni, sono tutti d’accordo.

Mentre la voce maschile lancia il servizio, scorrono immagini di repertorio e di squallore urbano.

«L’autopsia sul corpo dell’agente di polizia non ha ancora dato esiti, ma la dinamica dell’omicidio non pare riservare sorprese: a ucciderlo sarebbero stati una serie di colpi alla testa inferti da un mattone – ne sono state trovati numerosi sul luogo del delitto – le cui schegge sono state estratte dalla ferita cranica.

«L’oggetto non è stato ritrovato e gli inquirenti stanno raccogliendo e valutando le prove per incastrare il probabile assassino. Si ricerca il giovane nomade che il poliziotto stava inseguendo assieme a un collega dopo averlo colto in flagranza di reato per un furto in un supermercato della zona.

«Proprio il collega ha fornito l’identikit sommario che vi abbiamo mostrato. Chiunque abbia informazioni sul ragazzo in questione, è pregato di rivolgersi quanto prima alle forze dell’ordine attraverso il numero in sovraimpressione».

Terminato il servizio, gli occhi convergono lentamente, uno alla volta, su Lolo, pietrificato, con l’aria sconvolta, lo sguardo perso nella sigla di chiusura del telegiornale.

***

Il kriss è riunito attorno a un tavolo, un Consiglio formato dagli uomini e dalle donne a capo dei ceppi familiari più influenti del Campo Nomadi, tra cui Bato, più la decana del Campo, una donna di grande esperienza e saggezza, una maga secondo alcuni.

I capi famiglia rivolgono la loro attenzione a lei in rispettoso silenzio, mentre scruta con sapienza il contenuto di una tazzina bianca che tiene tra le dita nodose.

«Vedi qualcosa, Tama?» la sollecita Bato.

La vecchia alza gli occhi e guarda l’uomo attraverso le sopracciglia grigie.

«Vedo un uomo che ha sempre avuto troppa fretta».

Tama è praticamente l’unica nel campo che, a parte situazioni scherzose, si permette di rispondere a Bato in questo modo.

L’uomo si appoggia allo schienale della sedia con aria stizzita e aspetta finché Tama non dà il suo responso pochi secondi più tardi.

«I fondi del caffè mostrano una grande confusione nel nostro futuro, il campo è in pericolo e questo alone negativo si concentra in una macchia a forma di scimmia».

«Lolo».

Manolo sottolinea l’ovvio sottinteso del discorso profetico di Tama, ma non tutto il kriss è d’accordo. Lido e Saria annuiscono convinti, mentre Auro prende la parola.

«Ma non diciamo sciocchezze».

«È quanto è uscito dai fondi» incalza Manolo spalleggiato da Lido.

«Tama non ha mai sbagliato».

Prima che si scateni il solito litigio, Bato fa tacere tutti con un gesto delle mani e un’occhiata del suo sguardo torvo.

«Tama non ha finito» sentenzia.

«Tu perderai tua figlia a causa sua» gli dice la vecchia puntandogli contro la tazzina, a mostrargli il contenuto informe.

Bato guarda per alcuni istanti la poltiglia polverosa raggrumata in forma di piccola scimmia.

«Non siamo qui per fare previsioni del futuro – dice dopo un attimo di esitazione – ma per valutare le accuse che vengono fatte al ragazzo e decidere come affrontare le eventuali conseguenze».

«Non credo che Lolo abbia fatto ciò di cui viene accusato – interviene Pletra – Lo conosco da quando è un bambino».

«Lo conosciamo tutti – le risponde stizzita Saria – ma le persone cambiano».

«Potrebbe non essere estraneo ai fatti» ammette Lido incrociando le braccia.

«Che sia lui stesso a dircelo» chiude Bato.

A un gesto della mano del Capo del Campo, la porta del container si apre e Lolo fa il suo ingresso impacciato e intimorito. In quel frangente non ha nessuna possibilità di opporsi all’autorità del kriss, per cui confessa ogni cosa.

Confessa che ha rubato da una teca di un supermercato, ma non dice cosa ha rubato, confessa che Rasnia ha accettato di aiutarlo a scappare, ma non dice che era nel corridoio e faceva il palo, confessa di aver spaventato il poliziotto che proprio a causa dello spavento è caduto e ha perso i sensi, ma non dice nulla dello strano uomo nel vicolo.

«Stava bene quando me ne sono andato – si giustifica alla fine – cioè, respirava… ho visto che respirava»

Dopo che Lolo abbassa lo sguardo, il silenzio prende possesso del container per un lungo minuto.

«Cosa proponi di fare, Bato?» chiede Lido.

«Diranno comunque che siamo stati noi» commenta Auro.

«Questo non deve accadere» è Manolo a parlare.

«Che dicano quello che voglio» commenta Pletra.

«Quando diranno ai tuoi figli che»

«Adesso basta! – Bato interrompe Saria sapendo già dove vuole andare a parare – Abbiamo avuto modo di ascoltare. Siete uomini e donne sagge, pensate, domani decideremo».

Batte le mani e le apre in direzione della porta. A parte Tama, i membri del kriss si alzano ed escono facendo un cenno di saluto al Capo. Lolo, ancora in piedi vicino alla porta, aspetta che tutti siano usciti, poi fa mezzo passo avanti, ma il suo tentativo di stabilire un legame è bloccato duramente da Bato con uno sguardo di rimprovero. Lolo riabbassa il capo ed esce chiudendosi la porta alle spalle.

Bato lo guarda dalla piccola finestra della parete in lamiera; lo vede abbracciare Rasnia e il suo cuore ha un attimo di tregua: anche se è giovane, si fida del giudizio di sua figlia, come si fidava di quello di sua madre.

«Non è tuo figlio, Bato».

Le parole di Tama lo rigettano nel subbuglio delle emozioni e risponde senza togliere gli occhi dal vetro.

«Il kriss deciderà cosa fare».

«Tu sei il capo, le conseguenze ricadranno su di te. Devi mandare via Lolo».

«E farlo diventare un gavaló, un escluso?»

«È l’unico modo per non essere accomunati all’omicidio, lo sai».

Bato si gira e fissa la vecchia con durezza.

«So che lì fuori non si fidano di noi, inventano bugie, mentono, trovano ogni scusa per scacciarci. Lolo ha sbagliato, e verrà punito per questo, ma non farebbe mai del male a qualcuno».

«Ora chi è che trova scuse?»

«È uno di noi!»

La voce si alza più di quanto Bato avrebbe voluto. Ha rispetto per Tama e il silenzio imbarazzato che segue al suo urlo ha il valore di scusa.

L’anziana donna gli volta le spalle, si avvia all’uscio e prima di andarsene gli rivolge poche parole anziché salutarlo.

«No, Bato. Non lo è. È un raklo».

Solo nella roulotte, Bato ricorda di quando ha trovato Lolo, molti anni fa: era un bambino brutto, quasi deforme, ferito e spaventato. Non indagò mai, ma si capiva benissimo che gli era stato fatto qualcosa di orribile, qualcosa da cui stava scappando. Lo aveva preso con sé, anche se Tama lo aveva avvertito che stava commettendo un grande errore.

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