L'ora della scimmia, narrativa

L’ora della scimmia – capitolo 1

«Ehi! Fate attenzione! Disgraziati!»

I rimproveri della signora si perdono lungo il marciapiede. Lolo l’ha urtata correndo: una pacca sul braccio, nulla di più, con la felpa spessa che indossa quasi non se ne è accorto; anche se alla velocità a cui sta correndo per poco non l’ha fatta cadere. Senza fermarsi, gira la testa di lato per guardare oltre la spalla sinistra.

«Mi scusi!» grida.

Scorge due poliziotti rossi in viso, hanno appena superato la signora che si massaggia la spalla; sono gli stessi che da quasi dieci minuti inseguono lui e la sua compagna di fuga. Si gira verso la ragazza che gli corre a fianco, sulla destra, vestita trasandata, come lui.

«Rasnia» la chiama.

La giovane con la carnagione olivastra e i capelli nerissimi raccolti da un foulard non risponde; sui tratti affilati e fieri del viso, lucido di sudore, cominciano a delinearsi linee di stanchezza e preoccupazione.

«Rasnia!» ripete Lolo.

«Che c’è?» risponde lei in tono sbrigativo.

«Fra un po’ quei due scoppiano».

Le offre un largo sorriso. L’espressione simpatica non attenua la durezza dei lineamenti del ragazzo. Dimostra meno di vent’anni, ma i tratti del viso sono così virili e marcati da apparire animaleschi sotto alcune angolazioni di luce; sensazione rinforzata dalla selva di capelli rossi che gli ricade sulle spalle e dai peli dello stesso colore che crescono folti ai lati delle guance.

Rasnia risponde con un sorriso furbesco sulle labbra sottili, tornando ad assumere l’espressione allegra che la caratterizza di solito.

«Intanto pensiamo a non scoppiare noi».

«Tranquilla, non… Oh! Scusa!»

Evita per poco di travolgere una coppietta a passeggio con cartoccio di patatine fritte alla mano e nello scansarsi è costretto a saltare in corsa un grosso cane dall’aria imbambolata. Dopo le evoluzioni si riaffianca con disinvoltura alla ragazza.

«Non ci prendono».

«Sarà meglio».

Anche lei si guarda alle spalle.

«Altrimenti lo dici tu a Bato».

Lolo sgrana gli occhi simulando un eccessivo timore pensando al padre di Rasnia.

«Piuttosto la galera».

«Vaffanculo…»

Il ragazzo si mette una mano di taglio sulla fronte.

«Agli ordini. Vado».

Senza troppi problemi salta su una macchina, da lì sul tetto della baracchina di un ambulante e si dà lo slancio per aggrapparsi al volo al davanzale di una finestra del primo piano, si issa su a forza di braccia e ripete la stessa manovra per salire sul tetto basso della fila di edifici che costeggia il marciapiede.

«Ma dove cazzo vai?» gli urla Rasnia.

«Ci vediamo al solito posto» urla lui di rimando.

La ragazza non risponde, non lo guarda neanche, ma alza il dito medio al suo indirizzo, prima di fare una repentina svolta a destra e infilarsi tra due palazzi dalla parte opposta della strada.

Lolo continua a correre per qualche altro minuto; sbirciando all’indietro non vede più nessuno, così rallenta e con un paio di balzi esperti scende di nuovo al livello del suolo.

Il vicolo cieco è deserto come si aspettava, ai lati solo il retro di caseggiati e davanti il muro di un cortile abbandonato, alto, ma nulla che non sappia come oltrepassare.

Nella fuga ha seguito uno dei tanti percorsi che ha memorizzato negli ultimi mesi con il gruppo di parkour che ha iniziato a frequentare.

Non è un gruppo di amici; di alcuni, Lolo non conosce neanche i nomi. Un giorno li ha visti che letteralmente gli volavano sopra la testa, li ha seguiti e, visto che era riuscito a stargli dietro, lo hanno accettato tra loro. Ma niente di più, poche chiacchiere e tanto movimento. Partono da un punto della città e hanno l’obiettivo di arrivare a un altro punto correndo e senza mai fermarsi, seguendo un percorso per lo più in linea retta. Il più esperto tra loro va avanti e mostra agli altri quali evoluzioni fare per superare gli ostacoli, i dislivelli e i baratri. Acrobazie, salti, capriole, prese, sono il loro pane quotidiano, e Lolo, detto “la scimmia” ci si è trovato a meraviglia.

Passa i palmi delle mani sui pantaloni per asciugare il sudore e si lascia scappare un sorriso pensando al poliziotto panciuto che credeva di potergli stare dietro.

Sale in piedi sui cassonetti addossati al muro, flette le gambe e si slancia verso l’alto. Una fitta al polpaccio lo destabilizza e gli impedisce di raggiungere con le dita il bordo del muro; mancato il bersaglio, riatterra malamente sul cassonetto e si accascia seduto con la gamba dolorante.

L’angolo arrugginito di una rete metallica che sporge dai rifiuti gli si è agganciato ai pantaloni larghi e quando ha saltato lo ha graffiato. A un primo esame sembra una ferita superficiale, il taglio è lungo e frastagliato, ma sanguina appena.

“Non è niente – dice tra sé e sé – Se non si infetta…”

Distratto dal graffio, si accorge che il poliziotto ha imboccato il vicolo solo quando gli urla contro con voce sfiatata.

“Fermo lì, tu! Non muoverti!»

Lolo scatta in piedi, la rete è ancora agganciata al bordo dei pantaloni, strattona il lembo di tessuto felpato finché non si lacera, e, finalmente con la gamba libera, salta e si aggrappa allo spigolo del muro.

Fa forza sulle braccia per issarsi e a quel punto capisce che la procedura ha richiesto più tempo del voluto. Il poliziotto lo ha raggiunto, ora lo tiene per la caviglia e lo tira per farlo scendere.

Lolo prova a liberare il piede con la forza, ma la presa è salda. Ci sono tante cose che potrebbe fare per divincolarsi, cose che non fa perché il panico gli offusca la mente. Non è paura della polizia, non sarebbe la prima volta che finisce in questura, a un ragazzo nomade succede più volte prima della maggiore età: se un gruppetto di ragazzi nomadi ha bevuto un po’, è scontato che qualcuno fa una telefonata per farli arrestare. Ha paura del giudizio, ha paura di perdere il suo onore in seno al Campo dove vive, perché stavolta ha rubato. Un orologio dalla vetrina di un supermercato. Voleva qualcosa per poter misurare il tempo in cui copriva i suoi percorsi urbani di parkour. Ha pure sbagliato tipo, ne ha preso alla cieca uno di quelli con le lancette, analogico, forse non ha nemmeno il cronometro.

“Sei un coglione!” gli ha detto Rasnia e poi lo ha aiutato a scappare. Lì per lì sembrava divertente. Ora un po’ meno.

Dà un ultimo strappo di coscia e quasi prende a ginocchiate i mattoni. La gamba è libera, la scarpa invece è ancora tra le mani dell’agente.

La situazione è inaspettata da parte di entrambi. Lolo non ha la prontezza di saltare sulla superficie rovinata e scappare, non si aspettava di dover tornare a casa mezzo scalzo. Il poliziotto invece non si aspettava di vedere quel piede, così arretra tra l’incuriosito e il disgustato mentre osserva l’appendice deforme: la pianta troppo corta, le dita troppo lunghe, l’alluce troppo laterale, la parodia genetica di una mano pelosa.

«Ma che ca…»

La frase rimane interrotta dall’urlo a bocca spalancata di Lolo; sempre appeso con le mani al muro si volta di scatto mostrando i denti robusti e voluminosi e incurvando le folte sopracciglia in un’espressione bestiale collaudata da tempo.

L’effetto è quello voluto: il poliziotto lascia andare la scarpa e indietreggia in maniera scomposta per lo spavento. Nel tentare la fuga, però, inciampa sui rifiuti sparsi in terra e inciampa, cade male, si sente un tonfo pesante, e poi non si muove più.

“Ha preso una bella botta e ha perso i sensi”.

Cerca di convincersi Lolo, ma i dubbi arrivano prima che possa pensare di muoversi.

“E se avesse sbattuto la testa? Peggio per lui, non mi doveva seguire”.

“E se avesse avuto un infarto? Gli ho fatto venire un colpo…”

Lolo balza giù e si precipita vicino al poliziotto; si ferma un attimo prima di chinarsi su di lui per sentire se è ancora vivo. Nella confusione che regna nella sua testa c’è posto anche per i dubbi sui dubbi.

“E se fosse tutto un trucco per farmi avvicinare e poi acchiapparmi? Che faccio, controllo o me ne vado?”

Lo fissa con attenzione per cercare segnali di movimento, volontario o involontario, forse vede muovere il petto, gli sembra che si sia alzato, respira, forse no…

«Va tutto bene, ragazzo?»

La voce nel vicolo, calma e sottile, lo fa sobbalzare; curva le spalle in atteggiamento di difesa, spalanca gli occhi e si guarda attorno. Lo vede davanti a lui: un uomo pallido, magro, con bocca larga, vestito elegante, indossa un soprabito lungo e scuro, un cappello e degli occhiali da sole. In mano ha la sua scarpa.

Era difficile non vederlo

“Cacchio!” pensa.

Perché in effetti non si era proprio accorto che fosse presente. Tutta questa storia del furto deve averlo provato più di quanto non pensasse.

«Hai dimenticato qualcosa?» chiede l’uomo parlando a labbra strette.

Lolo abbassa lo sguardo un attimo per poi riportarlo immediatamente sulla figura immobile. Si abbassa con un movimento veloce e raccoglie da terra un mattone. Lo tiene alto vicino alla testa, non sa bene per farci cosa, pronto per essere scagliato – anche se è un po’ troppo pesante – o usato come testa di martello, come deterrente, in ogni caso.

«Non ho fatto niente» si giustifica senza che gli sia stato chiesto.

Poi sente un rumore dai bidoni alle sue spalle, gira la testa d’istinto, solo un attimo la testa, giusto il tempo di vedere una maledetta pantegana che si infila dentro una crepa del muro; quando torna a guardare in avanti, l’uomo gli è praticamente attaccato, con la faccia in avanti, naso a naso.

L’istinto gli dice di colpire l’uomo con il mattone – una bella mattonata sullo zigomo – o almeno di spingerlo via. Ma il corpo è sordo alla voce dell’istinto, paralizzato da un timore che Lolo non riesce a spiegarsi.

«Non avrai paura di un vecchietto come me?» gli dice l’uomo allontanando il volto dal suo.

In quel momento Lolo adocchia la scarpa, lascia cadere il mattone e si allunga in avanti; la presa è debole e il movimento del braccio veloce: in una frazione di secondo la scarpa passa di mani e Lolo salta sul muro. Accucciato lì sopra come un gargoyle, dà un’ultima occhiata all’uomo, è rimasto immobile nel vicolo, la bocca increspata in un sorriso appena visibile. L’immagine lo inquieta, così si concentra sulla fuga, balza già dall’altra parte del vicolo e si rimette a correre.

“Rasnia sarà già arrivata da un pezzo”.

Si tratta puramente di un’ipotesi, perché ha perso la cognizione del tempo e non saprebbe dire quanto tempo è rimasto fermo.

“E che cavolo, tutto questo casino è perché ho rubato un orologio.”

Tira fuori l’orologio dalla tasca dei pantaloni e controlla l’ora. Le lancette si sono fermate.

“E ti pareva. Lo farò aggiustare”.

Se lo stringe al polso e accelera la corsa, ormai certo di essere in estremo ritardo. Rallenta solo quando vede la ragazza vicino alla baracchina di fiori all’entrata del parco. Sta guardando una pianta di fiordalisi blu. Sono i suoi fiori preferiti e ci perde i quarti d’ora a contemplarli. Non sembra essersi accorta del suo arrivo; con passo felpato le va alle spalle, per togliersi dalla sua area visuale, e si avvicina per provare a coglierla di sorpresa. Ha fatto appena tre passi quando lei si gira e gli rivolge un sorriso affettuoso e sarcastico.

Lolo infila le mani dentro i tasconi della felpa e si avvicina a passi larghi e molleggiati ricambiando il sorriso.

«Mi hai scoperto».

Lei lo scopre sempre.

***

«Ahi… Ahi…»

Il poliziotto rotola prima su un fianco, poi fa leva sul gomito e si mette seduto. La mano libero preme sul lato della fronte, nel punto in cui si concentra il dolore e il cranio sembra volerglisi spaccare. Dopo un paio di minuti è lucido a sufficienza per rimettersi in piedi molto lentamente e con molta fatica. L’equilibrio è ancora piuttosto precario, gira la testa, ha la nausea e le vertigini. Non è mai stato particolarmente attento o interessato durante i corsi di aggiornamento sul primo soccorso, però i sintomi di un trauma cranico gli sembrano piuttosto evidenti. È caduto e ha sbattuto a terra; la più classica delle dinamiche.

Si sente un po’ stupido ad aver voluto gareggiare con un ragazzetto, alla sua età; la prossima volta lascerà che le cose vadano come devono andare, per fortuna non è successo nulla di grave, ma, dopo vent’anni e passa di servizio, lasciarci le penne per una cazzata rubata al supermercato da un Nomade del cavolo sarebbe il colmo.

Si stropiccia gli occhi, la vista annebbiata dovrebbe andare progressivamente meglio, e vede che un uomo lo osserva a pochi metri. magro, bianco come un cencio, pelato, col cappotto di lana e gli occhiali scuri. Con una mano tiene la tesa del cappello e copre l’altra mano.

«Si sente bene?» gli chiede l’uomo.

«Ehm, sì, ora va meglio – risponde – devo essere scivolato, quando quello stronzetto mi ha…»

Si guarda attorno, come se si fosse ricordato solo ora di un dettaglio importante.

«Lo ha visto anche lei quel ragazzo? Com’era… strano».

«È vero: è strano».

«Ha visto per caso dov’è andato?»

«Si è diretto verso il suo destino».

«Scusi? Ma lei sa chi è? Lo ha riconosciuto?»

L’uomo sposta il cappello e rivela il mattone che regge tra le dita ossute.

«Lui è il caos! Io sono l’ordine!»

Si scaglia contro il poliziotto con il mattone alzato e foga omicida stampata sul volto.

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