ANIMUS MUTANDI – parte 7

6 terribili verità – Prima verità

I prigionieri rivolgevano i loro occhi spenti in alto, verso il centro della stanza, dove il buio era così denso e impenetrabile da impedire anche solo di percepire il soffitto. Le ombre si assiepavano vorticando attorno a un punto dove quel buio non era semplice assenza di luce, ma il miraggio aberrante di una realtà dove le tenebre erano sostanza e unico elemento costituente del tutto, energia, materia, pensiero, coscienza; una finestra aperta sulla Tenebra esterna, una bolla di Oscurità, una bolla di nulla percepita dai sensi ed elaborata dal cervello solo come un fenomeno ottico. Era lì, ma lì non c’era niente.

Le menti degli uomini e delle donne seduti sui troni venivano annichilite da quella visione, catturate da filamenti d’ombra che dalla bolla si dipartivano in ogni direzione, come le radiazioni vibranti di un sole nero. I loro corpi, invece, erano stimolati attraverso centinaia di lunghi aghi infilati nella pelle, conficcati nei nervi e nel cranio fin dentro il cervello. Quei corpi inermi stavano soffrendo e reagivano con una nenia di lagne e guaiti appena percettibili; il brusio di fondo che aveva seguito per arrivare fin lì. Dalle narici uscivano tubicini pulsanti che mungevano il cervello di ognuno di loro colando in appositi contenitori metallici una sostanza resinosa; la materia grigia di esseri umani torturati all’inverosimile trasformata e sintetizzata dall’esposizione alla Tenebra. La materia prima dell’animus. Una volta essiccata, polverizzata e compattata in panetti sarebbe stata pronta per essere tagliata e messa sul mercato.

Sotto la distorsione fluttuante, cinque uomini erano seduti a gambe incrociate ai cinque angoli di un immaginario pentagono perfetto, cinque adepti, riconoscibili dalle loro mutilazioni volontarie più o meno evidenti, le guide dei vermi che aveva combattuto prima, i messi dell’Antico. Cinque menti votate all’Oscurità, sull’orlo della follia, separate dalla conoscenza della Verità Terribile solo da un sottile velo di sanità mentale, cinque adepti riuniti nella Catena.

Una Catena poteva richiamare dalla Tenebra esterna spaventosi poteri, lo sapeva, poteva confondere la mente, programmarla a distanza, comandare i corpi, quello che anche lui aveva ricevuto come dono dalla sua esperienza di quasi morte, un dono che lo stava consumando rapidamente. I cinque adepti della Catena invece ripartivano tra loro il carico di un contatto così ravvicinato con l’Oscurità e arrivavano al punto di poterne richiamare la visione e l’essenza nel mondo.

Era quello a cui stava assistendo. Stava guardando l’Oscurità. E l’Oscurità guardava lui.

I primi ad accorgersi della sua presenza, infatti, non furono gli adepti, ma i Mara. La bolla di distorsione si gonfiò nella sua direzione sotto la spinta delle potenze oscure. L’assalto fu improvviso e violento, la loro volontà di distruggerlo era forte, ma la realtà avrebbe tenuto, non ce l’avrebbero fatta, ne era sicuro, gli adepti tenevano aperto il contatto per un solo scopo: far impazzire i produttori di animus, far sì che le menti dei prigionieri si aprissero alla Verità Terribile e impazzissero. Disperazione, follia, illusione, dolore, tenebra, tutti gli ingredienti dell’animus sintetizzati dai cervelli degli uomini per altri uomini. Con una frazione della volontà necessaria a contenere i Mara, si sarebbero occupati anche di lui.

I cinque uomini girarono i volti privi di espressione nella sua direzione e immediatamente sentì ogni fibra del suo essere irrigidirsi, contrarsi in una morsa mentale inespugnabile. Oppose tutto se stesso, pur sapendo che esistevano poche forze al mondo capaci di opporsi all’opera di una Catena di adepti esperti. Sentì le giunture cedere, le ossa comprimersi, le parti molli all’interno della sua cavità addominale torcersi e cominciare a risalire, la pressione del sangue aumentò nella sua testa fino sfondargli i timpani.

Stava per morire. Di nuovo. In questo stato poteva lasciarsi andare, abbandonare i sensi e vagare con la coscienza, volare su ali nere nell’Oscurità, come un’ombra tra le ombre, planare lontano dal suo corpo, osservare con distacco lo stomaco cominciare a uscire dalla bocca distorta e slargata, vorticare attorno alla Catena e scegliere il suo bersaglio.

La gazza si tuffò con un grido stridulo contro uno degli adepti, l’uomo urlò portandosi le mani alla faccia mentre l’uccello grigio e nero volava via sbattendo le ali, nel becco il suo trofeo, un occhio sanguinante.

L’Oscurità della bolla cominciò a vorticare, frustando l’aria con i suoi tentacoli d’ombra, fuori controllo: la Catena era stata spezzata. Gli adepti, compreso quello ferito, imposero le mani aperte verso la distorsione, riportandola in uno stato di quiete. Lo sforzo di volontà doveva essere stato immane, gli uomini sudavano copiosamente e i loro volti, prima inespressivi erano contratti per la tensione. E, soprattutto, avevano abbandonato la stretta su Saul.

I danni riportati dal suo fisico erano impressionanti: non avrebbe avuto una seconda opportunità per chiudere i giochi. Sapeva – l’aveva sperimentato – che la volontà di una Catena era quasi invalicabile e non gli avrebbe consentito un secondo attacco fisico, e anche se ci fosse riuscito se la sarebbe dovuta vedere con gli adepti, troppi anche per lui, troppo potenti, o addirittura con i Mara stessi. Sarebbe stato inutile.

Salvare le vittime era un’impresa disperata. Disperata e priva di senso quando invece poteva trasformare la loro fragilità in un’arma.

Fece un passo avanti. I Mara si scatenarono all’interno della distorsione, come un branco di cani inferociti a un cancello. Cercò di non farsi distrarre da quella visione esaltante e angosciante allo stesso tempo. Impose entrambe le mani verso il cerchio di prigionieri e fece scoppiare loro il cuore nel petto. Li uccise uno alla volta. Anche attraverso il buio della sala riusciva a vedere i loro corpi contrarsi e poi accasciarsi sui troni privi di vita, e sopra di loro le sagome fumose, le coscienze, disperdersi in volute sfilacciate.

I Mara nella distorsione si agitarono. In preda alla rabbia e alla paura, gli adepti spalancarono le bocche all’unisono e urlarono mentre i tentacoli d’ombra, privati delle loro prede, setacciavano istericamente l’ambiente alla ricerca di nuovi contatti con la realtà, trovandoli solo nei cinque della Catena.

Il ritorno di fiamma generò una risonanza energetica di tale violenza che Saul venne scagliato con forza nel corridoio, sbatté la testa e rimase stordito. Tutto attorno a lui divenne buio.

***

Nascosto dietro un pilone di cemento, il tassista vide saltare in aria uno degli angoli del capannone dove si era infilato il suo strano passeggero. La detonazione scagliò in aria blocchi di cemento grossi come la sua testa e alzò una tale quantità di polvere che all’interno della nuvola grigia vide a malapena eruttare una vampata di fuoco bianco. Una volta aveva visto su internet un video in cui esplodeva un’autocisterna di benzina. Era una cosa simile, solo che le figure nere che vide per un attimo agitarsi in aria nell’esplosione e poi essere consumate dalle fiamme nel video non c’erano.

Il boato fu più contenuto di quanto si potesse aspettare o forse era solo rimasto assordato. Lo spostamento d’aria invece arrivò inatteso: fu sbalzato a terra e per non perdere la pistola che aveva in mano la strinse così forte che fece partire un colpo. Spaventato si rialzò subito in piedi, mentre attendeva che passasse il senso di vertigini, si sfregò gli occhi con il dorso della mano; tra l’esplosione e la polvere ci vedeva a stento. Prese ad avanzare barcollando verso l’angolo del capannone crollato; davanti agli occhi aveva ancora una miriade di lucciole luminose che danzavano per poi scomparire e ricomparire di continuo, ma non gli impedirono di vedere dei corpi tra le macerie.

Lo aveva sentito alla televisione, erano già successe cose del genere: famiglie di poveracci che occupavano stabilimenti abbandonati, usavano le bombole di gas per cucinare e riscaldarsi e a un certo punto… oppure poteva essere una base rettiliana e… Doveva chiamare la polizia, un’ambulanza, forse qualcuno era ancora vivo. Prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e guardò con gioia il display illuminarsi. L’istante dopo un dolore acuto al palmo seguì la corsa di una macchia grigia che si era abbattuta su di lui strappandogli lo smartphone dalla mano. Una grossa gazza coperta di polvere e di ferite cadde a pochi metri da lui, nel becco stringeva l’apparecchio che gli aveva sottratto, e da come si muoveva sembrava avesse un’ala rotta.

«Figlia di puttana!»

Puntò la pistola nella direzione dell’uccello e sparò senza pensarci, ci era andato piuttosto lontano, la gazza provò ad alzarsi in volo, ma dopo un ridicolo balzo in avanti si limitò a zampettare in cerchio.

Il tassista imprecò ancora contro il governo e contro gli alieni; la mano gli faceva un male del diavolo, il taglio era profondo, perdeva una marea di sangue e forse gli artigli di quella bestiaccia avevano danneggiato qualche tendine, perché non riusciva più a muoverla bene.

Decise che sarebbe tornato al taxi, era indeciso se andare a denunciare quello che aveva visto: in fondo l’esplosione doveva averla sentita anche qualcun altro…

Un rumore di pietra sfregata lo fece sobbalzare, guardò in alto pensando a un possibile crollo, magari stava venendo giù tutto il capannone. Niente. Il rumore veniva al basso; da un cumulo di calcinacci stava emergendo qualcuno e lì vicino la gazza lo guardava piegando la testa. La figura che emerse strisciando dalle macerie era quella del suo passeggero. I vestiti erano strappati in più punti e in parte bruciati, gli occhiali rotti, il volto era sporco di sangue e polvere di cemento.

«Cazzo! Stai bene, amico?»

«C’era una volta un mostro che mangiava le persone» gracchiò la gazza.

Il tassista si avvicinò a Saul, voleva aiutarlo a rialzarsi, ma cominciò ad avere paura.

«Il mostro s’è innamorato. Una bella ragazza.»

«Che cazzo dice l’uccello?»

Chinato sul corpo pallido, il tassista vide che l’uomo riverso davanti a lui non aveva orecchie, la sua testa calva e bianca aveva solo due buchi ai lati da cui partivano strisce di sangue raggrumato.

«La voleva salvare. Gli altri mostri gliela portarono via.»

«Amico, io…»

Quando alzò il volto verso l’uomo, gli occhiali di Saul caddero, rivelando due occhi piccoli, distanti tra loro, gialli e velati di una patina opaca.

«Ha deciso di ucciderli tutti.»

L’uomo strabuzzò gli occhi e puntò la pistola verso il verme umanoide.

«Ma un mostro è un mostro.»

Nello stesso istante Saul allungò il collo di riflesso, facendo scattare la bocca verso la mano dell’uomo, i denti aguzzi, disposti in ordine quasi casuale sulle gengive, si serrarono su tre dita, tranciandole di netto.

L’uomo si ritrasse gridando di spavento e di dolore tenendosi il moncherino. Saul inghiottì il fiero pasto, ma non era in grado di muoversi, riuscì a stento a strisciare in avanti

«Un mostro mangia le persone.»

Alle ultime parole della gazza, il tassista si mise a urlare, folle di rabbia e di terrore, raccolse la pistola con la mano ancora integra e svuotò l’intero caricatore contro l’uccello. Uno dei proiettili andò a segno facendo esplodere la testolina nera.

Il corpo della gazza, decapitato, rimase nella polvere, immobile, e così anche il corpo del verme, morto, svuotato della sua coscienza.

L’uomo anche cadde in ginocchio, le gambe non lo sostenevano più, la tensione era stata troppa, la mano che stringeva la pistola gli tremava a tal punto che l’arma gli scivolò a terra, il cuore era sul punto di scoppiargli, immagini degli ultimi momenti gli si accavallavano in testa cercando di essere digeriti da una mente inadatta allo scopo. Reclinò la testa all’indietro e lanciò il suo grido di follia e angoscia. C’era solo la notte ad ascoltarlo.

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