6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 6

6 terribili verità – Prima verità

Saul osservava l’interno del capannone attraverso il vetro di un lucernaio incrostato di polvere e pioggia sporca; non c’era alcuna fonte di illuminazione benché le ombre in movimento rivelassero delle attività in corso. Le informazioni ottenute da Rodegò si stavano dimostrando esatte. Scalò una delle pareti esterne del fabbricato fino a raggiungere una griglia d’areazione che aveva notato poco prima salendo sul tetto. Il metallo era in parte corroso ai bordi, così fu sufficiente una vigorosa scrollata del braccio per scardinarla e lasciar al suo posto un’apertura larga abbastanza per potercisi infilare. Scese fino a terra per poggiare la grata e risalì fino al buco aggrappandosi con le spesse unghie gialle sul muro di cemento.

L’ambiente interno era diviso in vani secondo uno schema geometrico la cui perversa razionalità gli era familiare. Non si sarebbe perso. Anche perché il suo obiettivo era l’origine del suono lamentoso che si mischiava al silenzio del cemento abbandonato. Percorse il corridoio guidato da una vibrazione che trasmetteva angoscia e disperazione; permeava le pareti e il pavimento, impregnava il calcestruzzo, le tubature, la plastica antiscivolo, i lamierati. Una segnaletica emozionale che gli indicava la strada fino a una grande porta a scorrimento, bloccata da un lato dall’inutilizzo decennale. Il varco si apriva su quello che un tempo doveva essere il reparto di confezionamento del sito, solo che i grossi banchi d’acciaio invece di ospitare macchinari e contenitori erano occupati decine di corpi. Saul aveva trovato il mattatoio di quel covo; la macelleria dove gli esseri umani venivano fatti a pezzi e scarnificati fino alle ossa per essere divorati dai vermi umanoidi che infestavano il sottosuolo, i servitori della Razza e dell’Antico, gli adoratori dei Mara, il frutto velenoso e degenerato nato dal seme dell’uomo piantato su un terreno contaminato dall’Oscurità.

Trattenuti da ganci e catene, bloccati sui tavoli e imbavagliati, quegli uomini e quelle donne erano ancora vivi, molti erano stati già in parte macellati. Con cura e sapienza la pelle e il grasso sottocutaneo erano stati sollevati e rimossi in alcune zone del corpo, i muscoli sottostanti esposti e sfilettati con arnesi affilati, le ossa prive di polpa segate per estrarne il midollo. Erano ancora vivi e lo sarebbero rimasti ancora a lungo.

I macellai dell’Antico avevano raggiunto un’abilità impareggiabile nel mantenere in vita le loro vittime. Non si nutrivano solo della loro carne e del loro sangue, traevano godimento e approvvigionamento per le loro anime perverse dalla paura e dal dolore che provocavano.

Le urla di quegli uomini e quelle donne erano ovattate da stracci e morsi ficcati in bocca. Alcuni invece avevano raggiunto un tale livello di dissociazione mentale, a causa delle torture subite, che si limitavano a fissare il vuoto, senza piangere o fare altro.

La maggior parte dei prigionieri sarebbero rimasti legati, a vedere i loro compagni torturati a morte, fino a perdere la forza e la volontà per potersi ribellare. A quel punto sarebbero stati trascinati in condotti sotterranei fino a una delle tane dei vermi per essere divorati ancora vivi.

Ancora si stupiva del grado di resistenza di un corpo, anche se smembrato in modo irrecuperabile, anche se irriconoscibile come essere umano.

I vermi erano dei meri esecutori, lo sapeva bene; dietro l’organizzazione della macelleria poteva intravedere degli schemi sadici e contorti, frutto del pensiero superiore del loro padrone.

In cambio di un carico di bestiame, bestiame a due zampe, da macellare e di cui nutrirsi, i vermi smerciavano la sacra sostanza che da sempre permetteva agli adepti di guardare oltre i cancelli dell’esistenza alla ricerca della Verità Terribile: l’animus.

Indugiando su questi pensieri, Saul non si accorse di non essere solo nel mattatoio.

«Attento! Attento!»

Si girò di scatto. L’avvertimento della gazza gli permise di bloccare in tempo una mano biancastra e viscida armata di un lungo coltello dalla lama sottile. La foga e la spinta del suo aggressore li fecero finire entrambi a terra, avvinghiati in una lotta che fin da subito si connotò come all’ultimo sangue.

L’avversario di Saul era un umanoide nudo, piuttosto magro, dalla pelle eburnea e di consistenza gommosa, i tratti somatici erano appena accennati, non aveva orecchie, il mento sfuggiva sotto la bocca distorta, praticamente senza labbra, il naso era poco più che un bozzo in mezzo alla faccia con due larghe narici, gli occhi erano piccoli e gialli, distanti tra loro, velati da una patina opaca. L’essere, il verme, cercava di avvicinare al collo di Saul i denti lunghi e distanziati gli uni dagli altri lungo le gengive esposte, per cercare di morderlo. Le fauci si chiusero a vuoto più volte con un rumore di ganasce umide.

Rotolarono sul pavimento sporco di sangue e nel tentativo di evitare i colpi della lama e i morsi, Saul finì schiena a terra; l’altro salì su di lui a cavalcioni con tutto il peso addossato al manico del coltello, la cui punta si trovava a pochi centimetri della sua faccia. Anche col gomito puntellato a terra poteva tenere la presa sul polso dell’avversario ancora per poco, qualche istante al massimo. Capì che se voleva vincere quello scontro doveva rispondere con un altro tipo di arma.

Fece scivolare la mano libera sotto il corpo che lo schiacciava e poggiò il palmo della mano sull’addome nudo. Sentì una resistenza all’inizio, una volontà che si opponeva alla sua, poi lo stomaco cedette con un risucchio improvviso, lo sentì attorcigliarsi su se stesso attraverso la pelle, comprimersi quanto era possibile e infine venire espulso dal retto con un rumore di tela strappata, seguito da altri organi vitali e da un gorgoglio strozzato.

Saul si liberò del cadavere con un colpo del braccio, mettendosi in piedi in posizione di guardia, per affrontare le tre sagome che gli si fecero attorno attraverso i banconi, altri tre macellai, altri tre vermi, dalla pelle bianca e viscida, che si avvicinavano puntando contro di lui coltelli e mannaie. Puntò contro di loro i palmi delle mani, li avrebbe fermati, li avrebbe schiacciati, era sul punto di lanciare il comando mentale alle ossa dei loro costati di chiudersi come le dita di un pugno, quando sentì un dolore acuto alla schiena, qualcosa di duro, freddo e sottile era penetrato per diversi centimetri, sotto la scapola destra. Con un urlo roco buttò fuori l’ultima aria che aveva nel petto e si girò di scatto per affrontare il suo aggressore, il gesto fu così rapido che la lama rimase infilzata nel suo corpo lasciando il verme che lo aveva accoltellato privo di difese. Gli passò un braccio sotto l’ascella stringendolo a sé e, nell’istante in cui gli sbatté la mano aperta tra il naso e gli occhi, dalle orecchie del verme esplosero dei getti di sangue e cervello.

 Estrasse il coltello dalla schiena e si rivolse minaccioso verso gli altri tre. La ferita aveva danneggiato degli organi interni e ogni respiro era una nuova piccola agonia. La situazione sembrava disperata, se non fosse che negli occhi acquosi dei vermi poteva leggere la paura; la stessa paura che i vermi riservavano solo agli Antichi della Razza e agli stessi Mara, si era istillata nelle loro menti dopo aver visto la fine del loro fratello, dopo aver visto come era stato attaccato e terminato.

Prese anche il coltello di ossidiana dalla cintura e scattò verso il più vicino descrivendo un duplice arco con entrambe le armi che impugnava. La testa della sua vittima reclinò all’indietro attaccata al collo solo da un sottile lembo di carne. Sotto la fontana di sangue che zampillava dal moncone sulle spalle del morto, ancora in piedi, sentì che la pressione sul torace aumentava rapidamente, doveva fare in fretta. Impose la mano sinistra contro uno dei due superstiti, un attimo dopo gli occhi del macellaio gli esplosero nelle orbite. Si gettò con violenza sull’ultimo ingaggiando un corpo a corpo di pura forza bruta. Una volta a terra ordinò alle vertebre dell’avversario di ruotare fino tranciare nervi e midollo; gli ci vollero comunque più di dieci coltellate prima che smettesse di reagire, i vermi avevano poca percezione del dolore e i loro corpi rimanevano efficienti fino alla morte.

Finalmente poté lasciar andare il cadavere e riprendere fiato. Oltre il rumore del suo respiro, acquoso e gorgogliante, persisteva lo stesso brusio lamentoso che lo aveva condotto fino alla macelleria. Era il bestiame.

Si diede giusto il tempo per imporre al proprio corpo di chiudere la ferita che lo opprimeva e di liberare la cassa toracica dai liquidi in eccesso. Dopo aver vomitato si mise al lavoro.

Quando Saul uscì dal reparto, alcuni minuti dopo, lasciò cadere in terra il lungo coltello d’acciaio. Ormai l’oggetto aveva ottemperato al suo scopo: aveva spento ogni lamento; in tutto il capannone si udiva solo un ronzio costante. Come aveva scoperto dal Mara che aveva costretto nel corpo di Rodegò, quello non era un semplice covo, era un sito di produzione.

Quando arrivò in fondo al capannone sapeva già cosa avrebbe trovato. Di recente una zona piuttosto ampia e vuota, forse un tempo un’area di carico e scarico, era stata trasformata in un salone ottagonale con l’erezione di muri in mattoni di terracotta.

Rimanendo sulla linea dell’entrata ad arco, Saul poté vedere le sagome indistinte di esseri umani, uno per ogni lato restante, seduti su quelli che potevano sembrare dei robusti scranni.

Il buio fitto, denso, quasi materiale, gli nascondeva alla vista dettagli della scena che comunque già conosceva alla perfezione. Quelle persone erano bloccate ai troni, legate ai polsi e alle caviglie, anche se in realtà non facevano alcuna resistenza, i loro corpi erano immobili, desti, ma senza alcuna volontà, clinicamente vivi, ma privi del moto vitale che anima ogni creatura. Le loro coscienze infatti erano imprigionate, costrette in una perenne stasi di transizione tra questo mondo e l’Oscurità. Quelle coscienze, Saul poteva percepirle anche nel buio della sala. Sagome fumose e traslucide sopra le teste dei prigionieri si agitavano agonizzando per il terrore di essere risucchiati nella Tenebra, si aggrappavano con arti spettrali ai loro feticci di carne. Gli occhi, vero specchio dell’anima, se osservati abbastanza da vicino, avrebbero espresso tutto l’orrore per quello che gli stava accadendo. La coscienza disincarnata è sola nell’Oscurità, spaesata, impaurita. Di paura e di solitudine si può impazzire.

***

Era strisciato fuori dal covo, da una delle tante uscite sotterranee, uno dei tanti cunicoli che tarlavano il sottosuolo della città, ed era sbucato in un parco. L’aria fredda della notte lo aiutava a respirare, nonostante lo squarcio che gli si apriva sul collo. Si sentiva debole, esausto, strisciava sul terreno aggrappandosi con le unghie alla polvere per andare avanti, senza una meta; aveva perso così tanto sangue da non riuscire più a ragionare, i pensieri faticavano ad affiorare oltre un istinto di sopravvivenza svuotato di ogni significato, era morto, aveva raggiunto la Tenebra, la sua coscienza aveva abbracciato l’Oscurità, ma l’Oscurità l’aveva respinta, vi si era aggrappata, ma l’Oscurità l’aveva ricacciata indietro, segnata dalla Tenebra che era riuscita a rubare, a strappare via con le unghie e con i denti, macchiata come le ali di una gazza ladra, come la testa di una gazza ladra, grigia e nera come la gazza ladra che gli si faceva avanti zampettando e che lo fissava con i suoi occhietti lucidi, i suoi stessi occhi. Gli occhi, vero specchio della sua anima.

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