ANIMUS MUTANDI – parte 5

6 terribili verità – Prima verità

«…ntasette corpi ritrovati carbonizzati nell’incendio che ha distrutto il Crowley. Le dinamiche del tragico evento non sono ancora state chiarite. Sembra che l’incendio sia scaturito da un magazzino al pian terreno diffondendosi poi in tutto il night. Non ci sono stati superstiti fra gli ospiti bloccati al suo inter…»

«Scusi sa – disse il tassista girando una manopola dell’autoradio per cambiare stazione – È che tutte ‘ste stronzate… Bah! Non le reggo più.»

Aveva l’aspetto di uno scaricatore di porto: barba incolta, giubbotto di uno squallido blu stinto e berretto di lana calcato sulle sopracciglia cispose e parlava con la saccenza di un professore mancato, senza lasciare spazio al pensiero di intaccare minimamente l’affermazione successiva.

«Vuole sapere che ne penso io?» chiese rivolto al passeggero, il quale non fece il ben che minimo cenno.

«Glie lo dico proprio. Io penso che è tutta una cazzata. Ci tengono nascosta la verità. Quelli del governo, che poi sono quelli delle banche. Fanno tutti i loro impicci. Ha presente, no? I giornali, le tv, le… cose… Hanno in mano tutto e fanno quello che gli pare. Ma quale incendio e incendio! Sono stati loro!»

Si girò di tre quarti sporgendosi dal sedile per guardare meglio il suo interlocutore.

«Sono stati gli alieni – sussurrò – I rettiliani. Visitano la Terra da migliaia di anni.»

Si girò per guardare la strada e annuì a se stesso.

«Beh, a lei glielo posso dire. Io li ho visti. Ero sull’Appia, un po’ dopo lo svincolo per la Ninfina, dove hanno messo i lampioni nuovi. Ha presente? Ecco, qualche giorno fa stavo tornando da una cena a casa di mio cognato, che però c’ha la casa in campagna. Insomma, ero lì che andavo per i fatti miei, quando a un certo punto mi sento che qualcuno mi osserva, una specie di formicolio qui alla base del collo, mi guardo in alto, fuori dal finestrino e, porca puttana, c’erano… ma che ne so, centinaia di dischi luminosi, ufo, che mi illuminavano la strada. Capisce? Quegli stronzi volevano portarmi chissà dove: era una trappola! Allora mi sono detto: qui ti fottono alla grande, finisci coi denti trapanati e una sonda nel culo. E allora sa che ho fatto? Ho sterzato di botto, mi volevo buttare per campi, solo che con tutti i pini che ci stanno là alla fine ho…»

Il passeggero tirò fuori da una tasca del suo lungo giaccone militare un biglietto con su scritto un indirizzo e glielo mise sotto gli occhi.

«Ah… sì… vuole che la porti qua?» disse il tassista con aria delusa.

«Uh… Non è uno che perde tempo con le parole, lei, eh? – aggiunse poco dopo – Meglio così, tutti ‘sti politici, presentatori della tv, tutti strumenti dei rettiliani, alcuni sono proprio rettiliani loro. Lo sa che se bevono il sangue di un essere umano riescono a diventare come noi? Cioè, cambiano forma, si trasformano proprio. Ho visto dei video su internet… da avere paura… terribile… il mondo è pieno di mostri.»

Il tassista ebbe un piccolo sussulto, un sospetto che gli faceva accelerare il battito cardiaco man mano che si diffondeva tra i suoi pensieri. Alzò lo sguardo allo specchietto retrovisore e vide il tipo silenzioso sul sedile posteriore annuire con molta calma, si impose un sorriso a denti scoperti e tornò a guardare la strada, sbirciando però lo specchietto di tanto in tanto per tutto il viaggio, finché non si girò a guardare la strada fuori dal veicolo in corsa.

Di persone taciturne, scontrose, che non hanno voglia di parlare ne incontrava a bizzeffe durante il suo lavoro, quell’individuo però non gli piaceva affatto: troppo misterioso, troppo silenzioso, troppo pallido… Troppo sudato.

“Per Dio, col cazzo di freddo che fa! Forse è matto. Merda, questo è una spia dei rettili ani. Un rettili ano, cazzo! È un rettili ano!”

Annuì a se stesso con espressione imbronciata.

Osservava di nascosto, a occhi stretti, l’immagine del suo cliente riflessa sul vetro sporco del finestrino. Un volto i cui tratti “alieni” erano celati solo in parte dal cappuccio e dagli occhiali scuri. I segni c’erano tutti, pelle viscida, bocca larga, naso piatto. Il volto di uno dei tanti mostri che riempiono il mondo.

***

Perdeva sangue scuro dalla ferita al collo, aveva provato a tamponare la perdita con la mano, ma il flusso era inarrestabile e con i suoi fluidi vitali se ne stava andando anche la sua lucidità. Vedeva quello che gli accadeva intorno senza poter reagire, come in un sogno. Gli altri avevano preso la ragazza e la tenevano ferma, in piedi, uno di loro si era rivolto a lui dicendo qualcosa che gli era rimbombato senza senso nella orecchie, poi le aveva poggiato la punta del coltello di ossidiana appena sopra il pube e aveva premuto, lei aveva cominciato a urlare, ma non aveva più la forza di ribellarsi, si limitava a tremare per le scariche di dolore, urlava mentre la lama penetrava lentamente nella carne e veniva fatta scorrere verso l’alto fino ai seni; i lembi dell’orrenda ferita che le squarciava in due l’addome rimasero chiusi per un istante, poi si aprirono e vomitarono fuori gli intestini della ragazza che si sparsero sul terreno, solo a quel punto smise di tremare e la testa le ricadde inerte sul petto.

Era morta, e anche lui sarebbe morto nel giro di poco, si sarebbe riunito alla Tenebra, ma la Tenebra è caos, è l’entropia dove persino la morte viene consumata e nell’istante prima della morte aveva raggiunto quello che gli adepti cercano per tutta la loro vita, il contatto perfetto con l’Oscurità. Oltre la rabbia, oltre il dolore, oltre la disperazione, oltre la follia, nel cuore della casa dei Mara, alberga il vero potere di ogni coscienza.

Aveva visto le teste degli altri scoppiare all’unisono con la sua volontà che ciò accadesse e nell’icore scuro che si spandeva sul terreno aveva riconosciuto il suo volto riflesso.

***

«Ma qui non c’è nulla!» disse il tassista fermando l’auto nel punto indicato nel biglietto.

Si trovavano in un largo spiazzo di cemento sbreccato, fango ghiacciato e ghiaia: il parcheggio di uno stabilimento industriale in disuso, vicino agli impianti di fonderia e smaltatura di Borgo Piave, chiusi e abbandonati anche quelli da decenni.

Il passeggero non disse nulla, scese dal taxi lasciando sul sedile il doppio di quanto avrebbe dovuto pagare per la corsa. Un grosso uccello grigio planò dall’alto e atterrò con un gesto abituale sulla spalla del misterioso individuo, mentre quello già si incamminava verso i capannoni fatiscenti girò il becco verso l’autista per emettere un suono sgraziato che alle orecchie dell’uomo sembrò un ammonimento.

«Via! Via!»

L’uomo rimase diversi minuti seduto al posto di guida, rimuginando su quello strano incontro.

“Andare via…”

Certo sembrava una cosa saggia, ingranò anche la prima, senza però lasciare mai la frizione. Un sospiro pesante gli uscì dalla bocca, uno sbuffo innervosito mentre girava la chiave per spegnere il motore.

«Rettiliano del cazzo!»

L’imprecazione gli sfuggì dalle labbra mentre prendeva una pistola dal cruscotto del taxi. Soppesò l’arma nella mano inesperta. Un minuto dopo si stava allontanando nel piazzale buio nella stessa direzione in cui si era allontanata la “spia aliena”.

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