6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 4

6 terribili verità – Prima verità

La guardia sbadigliò di nuovo. Spostò il peso da un piede all’altro. Aveva ancora tre ore da stare lì in piedi davanti l’ufficio del signor Rodegò e la schiena gli faceva già male da un pezzo. Stava tentando di ricordare il motivo per cui aveva deciso di lavorare in quel locale.

“Ah già.”

Non lo aveva deciso lui: dopo che il posto in fabbrica e quello da magazziniere erano saltati perché aveva picchiato i suoi superiori, suo zio gli aveva trovato quella sistemazione, scomoda, ma se perdeva pure quella era nella merda. Così aveva ringraziato lo zio ed eccolo lì, a morire di noia al Crowley, mentre di sotto la gente di divertiva. Se avesse continuato gli allenamenti di boxe forse… Inutile pensarci, era grosso e stupido, glielo dicevano tutti da quando aveva dodici anni, doveva accontentarsi.

Tese l’orecchio alle sue spalle e oltre la porta sentì solo il silenzio. Altro che lavoro, Alfonso Rodegò era un drogato, lo sapeva, lo aveva capito anche da solo; si faceva della stessa roba che spacciava nel suo locale, l’animus. Almeno non gli rompeva le palle, doveva solo impedire che qualcuno entrasse.

“Il signor Rodegò non vuole essere disturbato”.

Di solito bastava.

Dopo l’ennesimo sbadiglio si accorse che c’era qualcosa di diverso. La solita musica sommessa, il solito borbottio indecifrabile, e dei passi, passi sulle scale.

Si sistemò l’abito grigio per assumere un’aria professionale e minacciosa e controllò che la pistola fosse al suo posto.

“Il signor Rodegò non vuole essere disturbato” ripassò la parte a mente.

Un tizio col giaccone militare stava venendo verso di lui lungo il corridoio; era talmente fuori luogo che quasi gli veniva da ridere; anche la peggiore feccia di Littoria quando entrava al Crowley si vestiva come se dovesse andare a un battesimo. Quello là non faceva parte della solita clientela.

«Ti sei perso? Torna giù.»

Il tizio continuò ad avanzare.

«Ma che non mi hai sentito?»

Lo scrutò meglio senza comunque riuscire a interpretare la sua espressione, celata com’era dietro l’ombra del cappuccio e sotto gli occhiali scuri.

«Il signor Rodegò non vuole essere disturbato. È occupato!»

Era molto più basso di lui, di sicuro più esile. Cominciò lo stesso ad averne paura. Avanzava ancora, con passo ondeggiante e leggermente ricurvo; capì che la cosa non si sarebbe risolta con le minacce e neanche con un cazzotto in faccia.

«Che ne dici di levarti dai coglioni?» disse aprendo un lembo della giacca e mostrando la pistola nella fondina sotto l’ascella.

Con un balzo sovrumano lo sconosciuto bruciò in un istante la distanza che li separava, afferrò saldamente la mano, che nel frattempo aveva estratto l’arma, prima che potesse essere rivolta contro di lui, e glie la sbatté sul naso rompendoglielo. Il sangue iniziò a scorrere a fiumi dal muso tumefatto. La guardia non ebbe neanche il tempo di riprendere fiato: si sentì afferrare la faccia da dita ricoperte di spessa pelle che con forza impietosa gli spinsero la testa contro la parete, una volta, un’altra volta e di nuovo ancora senza che riuscisse a divincolarsi da quella stretta o a reagire in altro modo.

L’aggressore si fermò solo quando vide allargarsi sul muro una chiazza color rosso scuro. Lasciò andare il cadavere della guardia che accasciandosi per terra tracciò sulla parete bianca una striscia di sangue e materia cerebrale.

***

L’ufficio era caratterizzato da un ordine tanto maniacale quanto inutile. Era un ufficio finto. Qualsiasi cosa avvenisse lì dentro di solito, non aveva nulla a che fare con l’amministrazione di un locale notturno. Faldoni, quadri, targhe, sopramobili; tutto era coperto da un sottile strato di polvere e sembrava essere stato disposto per un catalogo fotografico. L’unica eccezione erano la scrivania e la poltrona dove era adagiato il corpo obeso e oltremodo sudato di Alfonso Rodegò. Lo schermo e la tastiera di un computer erano messi malamente su un lato dello scrittoio, occupato per il resto della superficie da carte scritte per lo più a mano con una calligrafia sconnessa e tremolante. L’uomo, sulla cinquantina, aveva la camicia sbottonata, le maniche arrotolate e lo sguardo privo di espressione fisso su una ciotola scolpita in un cristallo di sale davanti a lui. Dall’incavo della coppa emergevano delle piccole sfere grigiastre e lucide.

«Animus! Animus

Una figura alata fece una rapida virata per la stanza e si posò sul bordo del contenitore, inclinando la testa verso le pillole.

Che Rodegò fosse completamente fatto era palese fin da una prima occhiata e il fenomeno visivo che si generava sopra la sua testa rendeva inutili le parole dell’uccello.

Saul sapeva bene che l’animus sfruttava gli strati più profondi della mente e della coscienza dei suoi utilizzatori per assottigliare la barriera con l’Oscurità; non era strano per lui vedere l’aria tremolare come un miraggio attorno ai drogati di lungo corso. Vedere i Mara, le potenze della Tenebra, agitarsi oltre il velo della realtà era invece uno spettacolo insolito, raro e angosciante.

Riusciva a distinguerli a stento mentre protendevano i corpi mostruosi e gli arti nel tentativo agonizzante di squarciare un immateriale sacco amniotico per venire al mondo.

Si avvicinò all’incosciente con un involontario atteggiamento di riverenza, una sorta di riflesso condizionato che gli imponeva un timore ancestrale per coloro che richiamavano i Mara. Rodegò non era un semplice fruitore abituale.

«Adepto! Adepto!»

Lo pensava anche Saul, aveva individuato subito le ultime due falangi mancanti nel mignolo e nell’anulare della mano destra, poteva anche non trattarsi del sacrificio degli adepti ed essere una menomazione causale, in ogni caso il velo tra le realtà si mostrava troppo sottile, troppo labile, un uomo normale, un drogato qualsiasi, non sarebbe stato in grado sopportare la quantità di animus necessaria a produrre quell’effetto. Adepto o no, Rodegò si era spinto molto avanti nel contatto, forse troppo – di sicuro aiutato dalla droga – e questo poteva giocare a suo vantaggio.

Lo legò alla poltrona con robuste fascette di plastica prese da una tasca del giaccone, poi estrasse dalla cintura un coltello ricavato da un unico blocco di ossidiana – più una grossa scheggia che un’opera di artigianato – e pensieroso ne saggiò il filo tra le dita.

Quello che aveva in mente era pericoloso, doveva esasperare il processo e sperare che andasse tutto bene se voleva ottenere delle informazioni attendibili. Così incise nella carne del prigioniero inerte una sequela di simboli grotteschi con l’abilità di un sadico artista. Quando ebbe terminato estrasse dalla tasca del giubbotto una siringa piena di liquido opaco e gliela iniettò per endovena nell’avambraccio.

Le pupille di Rodegò di dilatarono all’istante e il corpo ebbe un violento spasmo nel tentativo di inarcare la schiena; la poltrona e i legacci scricchiolarono ma resistettero mentre l’imprenditore cominciava a tremare in preda alle convulsioni e schiumava dalla bocca ritratta sui denti.

Calò all’improvviso una cappa uggiosa e densa, le luci della stanza persero di intensità, soggiogate dalle ombre profonde e impenetrabili che popolavano gli angoli alti dello studio di sagome indistinte, prima filamenti fumosi di tenebra e poi esseri spettrali dalle forme vagamente umanoidi. Uno di questi spettri, percepibile solo come assenza di luce, si protese verso Saul rimanendo ancorato con la parte inferiore del suo essere alla realtà oscura da cui proveniva. Sembrò scrutarlo da ogni direzione, annusarlo, esaminarlo con percezioni sconosciute ai mortali. Quando sembrò soddisfatto del suo esame scattò, come se volesse morderlo o trapassarlo da parte a parte.

Saul rimase immobile per tutto il tempo, muovendosi solo alla fine, con un movimento cosciente e studiato per evitare l’assalto e prendere di sorpresa l’essere stringendo le mani attorno a quello che poteva sembrare il collo. Con lo stesso slancio lo spinse verso il corpo di Rodegò, incurante delle sferzate del mostro che gli laceravano la schiena e le braccia.

La gazza osservò tutta la scena posata sulla testa dell’uomo legato; a un cenno del suo compagno cacciò il becco in uno degli occhi spalancati e lo strappò via. La sostanza volatile del Mara venne risucchiata dalla cavità oculare in un vortice nebbioso, mentre l’uccello alzava la testa per ingoiare l’occhio strappato.

L’attimo dopo Rodegò ebbe un nuovo sussulto, il corpo si irrigidì, colto da un violento spasmo, le vene affiorarono sottopelle a formare uno spesso reticolo, i muscoli si gonfiarono facendo saltare alcune fascette, l’unico occhio rimasto si rovesciò all’indietro e cominciò a lacrimare sangue scuro e denso. Alla fine riprese conoscenza urlando maledizioni in un linguaggio antico dal suono blasfemo, più simili a versi animali che parole.

Saul attese alcuni secondi, poi fece un cenno alla gazza, che volò via dal cranio stempiato dell’uomo per spostarsi sulla sua spalla. Quando la voce gracchiante dell’uccello formulò alcune parole nella stessa lingua, il posseduto tacque e inclinò la testa di lato per scrutare lo strano duo; continuava a ringhiare con un brontolio sommesso, ma sembrava essere stato colto alla sprovvista.

I Mara agivano in maniera del tutto caotica – questo Saul lo sapeva – erano spinti da qualcosa che, se si fosse trattato di creature viventi, si sarebbe potuto definire istinto; un istinto finalizzato alla realizzazione di un disegno di fondo il cui unico obiettivo era l’entropia. Ma se era riuscito a cogliere la sua attenzione, forse poteva convincerlo, o costringerlo, a rivelare dettagli nascosti nella coscienza del suo ospite. Gli avrebbe offerto qualcosa in cambio, mostrandogli poco per volta ciò che il Mara bramava, per spingerlo ad aprire i giusti varchi, a concedergli le giuste visioni della realtà e dell’Oscurità.

Saul abbassò il cappuccio sulle spalle e slacciò il giubbotto, rivelando una profonda cicatrice irregolare sulla parte bassa del collo.

***

Lei stava morendo. La nascondeva da giorni, aveva sperato che si riprendesse, ma le infezioni erano peggiorate, bruciava per la febbre e aveva rifiutato qualunque cosa le avesse portato da mangiare. Se l’avesse fatta uscire avrebbe avuto una possibilità, era rischioso, ma era l’unico modo. La stava conducendo lungo i tunnel secondari che portavano alla superficie, la sosteneva con un braccio sotto la spalla perché non riusciva a stare in piedi da sola, la stava conducendo alla salvezza quando gli altri li avevano trovati. Aveva provato a ribellarsi, inutilmente, gliel’avevano strappata dalle braccia, lo avevano bloccato con la sola forza del numero e lo avevano picchiato selvaggiamente, sapeva che lo avrebbero ucciso e offerto all’essere dell’antica Razza che adoravano al centro di tutti in cunicoli. Lui avrebbe fatto lo stesso. Così non provò alcuna sorpresa quando uno di loro prese la sua lama di una roccia vetrosa e si avvicinò per tagliargli la gola.

***

Appena un assaggio, questi ricordi erano solo l’esca per l’ingordigia del Mara, i cui appetiti di dolore, disperazione e follia non erano mai sazi.

La gazza pronunciò altre parole nella lingua oscura e il posseduto rispose forzando i legacci e schiumando dalla bocca, mentre alcune immagini sensoriali cominciavano a formarsi nella mente di Saul.

Dolore e follia. Gliene avrebbe serviti fino a scoppiare. Era bravo in quello.

Il volto che era di Alfonso Rodegò si piegò in una smorfia di angoscia mentre Saul si avvicinava rigirando tra le dita il coltello nero. L’ombra sul fondo dell’occhio bianco invece fremette per l’eccitazione dell’attesa.

***

La fioca luce che arrossava i vetri satinati della finestrella avvertì Saul che il tempo a sua disposizione era poco. La notte era ormai finita, aveva ottenuto ciò che per cui era venuto e gli rimaneva da fare ancora un’ultima cosa. Finì di lavare via il sangue dalle mani bianche, si rimise i guanti e uscì dal bagno del magazzino bevande.

Il Crowley stava per chiudere, come un vampiro gotico all’alba smetteva di appestare l’umanità con le sue nefande azioni, con la sua fame di vita. I pochi ospiti rimasti nei salottini o al bancone erano indifferenti ai suoi spostamenti, e così pure i camerieri, abituati alle stranezze dei clienti più ostinati.

Appena la porta trasparente fu aperta, la gazza si librò pacata nel cielo rosseggiante della città e Saul bloccò l’entrata alle sue spalle serrando i due maniglioni esterni con una catena. Qualcuno dentro si accorse che qualcosa non andava e provò a muoversi verso di lui con la pesantezza di una notte insonne a inflaccidirgli le ginocchia; un attimo prima che si udisse uno scoppio dai locali di servizio e che le fiamme invadessero la sala principale, un attimo prima che il fumo e il calore trasformassero una nottata ben riuscita in un inferno in miniatura.

Una quarantina di avventori – non erano molte di più le persone nel Crowley a quell’ora – presi dal terrore del fuoco si trasformarono in una piccola folla selvaggia. Alan li guardò accalcarsi verso l’uscita, mossi dall’unica priorità di salvare ognuno la propria pelle; al limite anche a discapito di quella altrui. Lo spacciatore non ci teneva a finire schiacciato o a essere ferito da qualche ubriaco impanicato; senza dare nell’occhio aggirò il bancone e si diresse verso la porta sul retro, avrebbe avvertito i gorilla di Rodegò e se la sarebbe filata. La porta era spalancata in fondo alla stanza di scarico merci e nella sua cornice, debolmente illuminata dalla luce lunare, si stagliava una sagoma nera rivolta verso di lui.

«Tacco? – chiese Alan – Di là è successo un casino, è andato a fuoco qualcosa nel…»

Si fece avanti nel tentativo di mettere a fuoco meglio la figura immobile.

«Tacco, sei tu? E rispondi, cazzo!»

Gli fece eco una voce gracchiante.

«Cazzo! Cazzo!»

Poi qualcosa volò via dalla porta. In quel momento gli occhi si erano abbastanza abituati all’oscurità da permettergli di vedere i due corpi a terra, impantananti nel loro stesso sangue. Uno era Giacomo, il petto era squarciato, le costole sembravano i denti di una bocca mostruosa, spalancata a mostrare tutto quello che stava masticando. L’altro era Cristiano, detto Tacco, talmente schiacciato su se stesso che se pareva uscito da una pressa.

«Oh merda!»

Alan fece qualche passo all’indietro, poi si voltò e scappò da dove era venuto. Sentì la porta di ferrò chiudersi alle sue spalle, ma non gli importava, l’unica cosa a cui pensava era ad allontanarsi da quell’orrore. Attraversò di corsa il salone principale e si buttò con tutta la forza contro la gente ammassata all’uscita principale. Si fece largo a spinte e a gomitate tra la calca fino alla porta blindata. Era bloccata, lo sapeva, non ragionava più lucidamente, batteva i palmi aperti delle mani contro la barriera trasparente, urlò come un forsennato, finché la pressione sulla sua schiena aumentò al punto da schiacciarlo contro il vetro e impedirgli di riprendere fiato. Non riusciva più a respirare, né a muoversi, morì col pensiero che da lì a poco lo avrebbero raggiunto anche gli altri, soffocati dal fumo o bruciati dalle fiamme.

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