6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 2

6 terribili verità – Prima verità

«Libera, Saul! Libera!» gracchiò la gazza fissando gli occhietti neri sul furgone.

Saul annuì un paio di volte senza smettere di guardare i due cadaveri. Tirò su la cerniera del giaccone verde militare che indossava e si avvicinò per aprire la portiera del vecchio Ducato. Con un gesto rude prese per il giubbotto l’uomo al posto di guida e lo scaraventò in strada come se fosse stato un sacco vuoto. Frugò un po’ nell’abitacolo, senza trovare quello che cercava; tirò fuori la mano da sotto il sedile stringendo una nove millimetri e sembrò piuttosto soddisfatto. Con la pistola in pugno fece il giro del veicolo e sparò sul lucchetto che teneva bloccati i portelli posteriori e poi gettò l’arma. Aprì con calma, sapeva già cosa avrebbe trovato: dodici persone adulte, nude e sedate. Un paio girarono la testa verso di lui, quasi per riflesso automatico, ma gli altri rimasero immobili, seduti sul fondo del furgone in stato catatonico, con lo sguardo spento e la volontà annullata da qualche forte stupefacente.

***

La stessa condizione in cui aveva trovato lei… Quando? Un anno prima? Possibile che fosse già passato un anno?

Anche quella notte, come molte altre notti, dodici persone, dodici esseri umani, le cui caratteristiche individuali erano del tutto indifferenti, annullate dalla priorità della loro funzione.

Lei però era diversa. Si era chiesto a lungo che cosa al suo esame l’avesse resa diversa dagli altri undici con cui condivideva la sorte e il freddo vano di un camion, ma non era riuscito a darsi una risposta. In quegli occhi annebbiati aveva scorto qualcosa che fin da subito gli aveva trasmesso la consapevolezza che per lei sarebbe andato contro la sua natura, e che questo lo avrebbe portato alla rovina.

***

«Andati! Andati!»

La voce fastidiosa lo riportò al presente. Erano andati, persi nelle loro menti per induzione chimica; in quello stato non gli sarebbero stati di nessun aiuto, né lo sarebbero stati a loro stessi. Mise le mani aperte davanti a sé e trasse un lento respiro. Gli uomini e le donne nel furgone cominciarono a fremere colti da piccoli attacchi epilettici; i più fortunati chinarono la testa e vomitarono a getto, altri svennero. Chi rimase cosciente era ancora in evidente stato confusionale e cominciò a guardarsi attorno come se prendesse coscienza solo in quel momento della situazione in cui si trovava.

Saul li aiutò a scendere dal furgone, affidò agli altri quelli privi di sensi; tremavano per il freddo, qualcuno piangeva, ma la cosa non lo interessava molto: li aveva salvati, ora se la sarebbero cavata, in qualche modo.

La grande gazza volò addosso al gruppo spaurito sbattendo le ali e gridando.

«Scappate! Scappate!»

Spingendosi tra loro per sfuggire agli artigli e al vortice di piume, i prigionieri si allontanarono per la strada del lungomare in direzione delle prime abitazioni visibili. Solo l’ultimo in fila fu bloccato dall’uccello contro la fiancata del furgone minacciandolo con rapide beccate.

«Lasciatemi andare… Che volete?»

Saul rispose alle suppliche dell’uomo puntandogli un dito sul petto e avvicinando la faccia imperlata di umidità alla sua fin quasi a toccarla, come se dovesse dirgli qualcosa. La bocca, simile a un lungo taglio di rasoio, si aprì appena per lasciar passare un rumore flebile e roco che scomparve dietro le parole della gazza appollaiato sopra il tettuccio.

«Dove preso te? Dove?»

«Non… non capisco… vi prego…»

«Dove era tu!» insistette la gazza beccandogli un orecchio.

L’uomo lanciò un urlo e mise le mani sul taglio a lato della testa, le gambe cedettero, lasciando a sostenerlo in piedi solo la mano di Saul che lo schiacciava al furgone.

«Ero… ero in un locale…»

«Quale? Quale?»

«Il Crowley! Ero al Crowley… vi prego…»

Saul lasciò la presa, lasciando che l’interrogato si accasciasse a terra a piangere, attese un minuto che si riprendesse e lo invitò con un gesto a raggiungesse il resto del gruppo lungo la strada.

«Presto! Presto!»

Non c’era molto tempo. Dopo aver messo tutti i cadaveri nel furgone, poggiò il palmo vicino al bocchettone del serbatoio e poco dopo il carburante cominciò a sgorgare e a spandersi sul terreno.

Prima di fare lo stesso con l’automobile aprì il portabagagli per controllarne il contenuto. Tanti piccoli lingotti grigi, avvolti con del nastro da pacchi trasparente, riempivano per intero il volume del vano. Non aveva bisogno di altre conferme, conosceva bene la merce: era animus puro.

Con un accendino diede fuoco alla benzina. Rimase lì a guardare le fiamme che avvolgevano gli pneumatici, risalivano fino agli interni dei veicoli e avviluppavano le carrozzerie nel fuoco epuratore da cui si alzò una colonna di fumo nero.

Il fuoco separa lo spirito dalla materia, è energia che libera energia per nutrire coloro che dimorano al di là della vista e della ragione, per questo i morti devono essere bruciati e inceneriti, perché il muro che ci divide da loro crolli e il velo dell’illusione possa essere stracciato.

Recitava senza voce le parole delle preghiere che tramandavano queste conoscenze, incise così a fondo nella sua mente da essere parte di lui stesso, come la carne, come i segni dell’eredità di sangue che lo legava ai suoi avi fino alla nascita del primo uomo.

«Arrivano! Arrivano!»

Il verso lo distolse dall’incantesimo delle fiamme. Quasi in automatico gli occhi puntarono alle luci lampeggianti in rapido avvicinamento lungo la strada e le fissò finché l’auto della polizia non si fu fermata a una decina di metri dai veicoli in fiamme. I poliziotti scesero con una mano sulla fondina; mentre uno si guardava attorno rimanendo dietro lo sportello aperto, l’altro gli si avvicinò lentamente.

«Cosa succede qui?»

Non ottenendo risposta, il poliziotto impugnò l’arma.

«Ha capito la mia domanda?»

«Valerio – disse l’altro poliziotto – forse è sotto shock. Meglio chiamare un’ambulanza.»

«Secondo me è straniero e non capisce.»

«Ci è arrivata una segnalazione per degli spari. Lei sta bene?»

L’agente cercava di dare un tono rassicurante alla sua voce, contraddicendo i passi circospetti e la pistola impugnata bassa con entrambe le mani.

«Mi capisce?»

Lo sguardo dell’uomo passò oltre Saul e intercettò il retro del furgone. Benché fosse simile a un altoforno erano ancora distinguibili i cinque corpi accatastati al suo interno.

«Metti subito le mani in alto, bastardo!» gridò il poliziotto alzando la pistola ad altezza petto.

«Vacca merda…» esclamo il collega estraendo anche lui l’arma.

Saul aprì le braccia e alzò le mani come gli era stato detto. Tutto con estrema lentezza.

«Non ti muovere! Mi hai sentito? Ammanettalo, dai!»

L’altro rinfoderò la pistola e gli andò alle spalle. Saul, non appena sentì la presa sul suo polso e la torsione per mettergli le mani dietro la schiena, agì di scatto. Si abbassò, bloccò a sua volta il braccio dell’uomo e con una leva lo scaraventò verso il suo collega prima che questi potesse sparare. L’agente riuscì a schivare il corpo, ma non il pugno che lo colpì in pieno volto tramortendolo. Con un calcio alla mandibola anche l’uomo a terra perse i sensi.

«Bel colpo! Bel colpo!»

Non era stato difficile. Difficile era resistere all’istinto che lo pervadeva, che faceva fremere ogni cellula del suo corpo e che non gli permetteva di distogliere lo sguardo dai due corpi.

«Resisti! Resisti!»

La gazza aveva ragione, non era il momento, c’era ancora molto da fare. Saul rientrò nella nebbia, lasciando i due poliziotti ad attendere l’ambulanza.

***

La strada era buia e sporca, puzzava come una fogna a cielo aperto. Metà dei lampioni era stata fracassata e l’altra metà spargeva una luce malsana e tremolante lì dove le lampade erano sul punto di fulminarsi. Soltanto le bestie più schifose trovavano accogliente quel lurido vicolo che si atteggiava a viale. C’erano rifiuti in quantità industriale, il servizio di raccolta era in sciopero da settimane e i cassonetti che non erano stati incendiati straripavano di sacchi neri. Il paradiso dei ratti e degli scarafaggi. Un paradiso molto affollato.

Leo osservava questo paesaggio rintuzzato dentro le tre felpe che indossava l’una sull’altra e rifletteva fra sé e sé. Ormai quella era la sua casa, o meglio la sua tana – e lo era da più anni di quanti volesse ricordare – Eppure con quella luce e quel vento maledetto che fischiava rasoterra gli sembrava il posto più merdoso del mondo. Un posto molto pericoloso.

Non aveva nessuna speranza di uscirne, non all’età che aveva, l’età in cui si è ormai provata ogni cosa e alla fine ci si arrende. Leo si era arreso alla nuova droga.

L’unica cosa in grado di dargli un po’ di sollievo e di fargli vedere la sua vita sotto una luce migliore era la sua dose di animus. Ogni volta che poteva permettersene una.

Aveva sempre considerato dei finocchi senza palle tutti quelli che si facevano di chissà quale droga tagliata con la stricnina ai bordi delle strade. Lui poteva pure essere un barbone, violento, rognoso e puzzolente, ma le palle le aveva e come. Aveva provato un po’ di tutto, eroina, cocaina, crack, ed era sempre stato più forte della dipendenza; aveva apprezzato l’esperienza senza diventarne schiavo e poi ci aveva riso sopra.

L’animus era diverso. Aveva trovato la prima bustina addosso a un marocchino che aveva pestato a sangue. Da quelle parti le invasioni di territorio si regolavano in quel modo; come gli animali – se ci riuscivi – altrimenti soccombevi all’animale più feroce.

Una bustina di polvere grigia, granulosa, poteva sembrare zucchero grezzo. Aveva tenuto in mano la bustina lamentandosi della fatica che aveva dovuto fare.

“Tutto ‘sto bordello pe’ ‘sta robba qua!” aveva pensato.

Nel dubbio ne aveva messa un po’ sulla lingua e aveva capito che ne era valsa la pena. Il sapore non era granché, gli ricordava quando sua madre a Pasqua cucinava le frittelline di cervello d’agnello; lui le odiava. Dopo pochi istanti i ricordi spiacevoli erano stati sostituiti da un’esperienza a stento descrivibile. Come moltiplicare all’ennesima potenza il misto di paura e di eccitazione, di desiderio e di vergogna, che si prova la prima volta che si fa sesso. Un vortice di sensazioni in cui le esperienze percepibili in termini umani erano una minima parte, ci si sentiva immersi in una realtà molto più ampia, fluttuante tra la luce e l’ombra.

Ora niente. Aveva speso gli ultimi soldi per la dose di ieri e non c’erano molte prospettive di guadagno imminente. Già si sentiva fiacco e svogliato, sapeva che fra poco sarebbe comparsa la paranoia, l’impressione di essere sempre seguito, osservato e alla fine le visioni, i miraggi e con essi la paura. Aveva già sperimentato molti dei livelli dell’astinenza da animus. Le voci che aveva sentito sugli stadi successivi lo terrorizzavano, preferiva non pensarci.

“Ma che davvero non c’ho più manco ‘no spicciolo?”

Rovistò a più riprese nelle tasche del lercio giaccone che aveva addosso; si sarebbe accontentato di poco, un piccolo colpo di fortuna, in fondo l’animus aveva un prezzo accessibile, anche per uno come lui. Ma non trovò niente.

Sconsolato si accasciò su un mucchio di cartoni che aveva sistemato sul marciapiede. Con le spalle appoggiate al muro chiuse gli occhi e sperò che il mal di testa che gli era venuto passasse presto e lo facesse dormire, anche se per ora non faceva che aumentare. Oltre le palpebre vedeva un mare di oscurità dai toni blu e viola, in cui si muovevano ombre minacciose.

Aprì gli occhi arrossati e assonnati, la vista di quella fetida strada era diventata d’improvviso meglio del buio. L’astinenza cominciava già a farsi sentire. Si sentiva intontito e nauseato; sentì a mala pena il gracchiare sommesso sopra di lui mentre qualcosa gli pioveva su una spalla.

“Sta’ a vedé che m’ha cagato de novo addosso qualche piccione?”

La spalla però era pulita, prese tra le dita la cosa appallottolata che gli era caduta addosso e la aprì: un rettangolino di carta con dei disegni verdognoli.

«Cazzo! Un pezzo da cento!»

Alzò la testa sventolando la banconota rivolto a Dio o forse al piccione.

«Grazie amico!»

***

Il grosso pennuto grigio e nero zampettò di lato lungo il cornicione della palazzina, alcuni metri più in alto; osservò Leo tirarsi in piedi a fatica e allontanarsi barcollando tra i fumi della città. Una mano coperta da un guanto di pelle gli accarezzò la schiena e la testa in segno di compiacimento.

 

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