6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 1

6 terribili verità – Prima verità

Giò, detto “il Lisca”, stava aspettando sul molo da oltre un’ora e non passava un minuto senza che maledicesse ad alta voce la sorte che lo aveva messo in quel guaio. Una tale raffica di bestemmie che ormai si era trasformata in un incomprensibile borbottio uniforme, interrotto solo da colpi di tosse stizzosa e da poderosi sputi di catarro che si perdevano oltre il molo in ovattati “ploch”. L’acqua era così calma e nera da sembrare olio per motori, e trattandosi del porticciolo di Rio Martino probabilmente lo era.

«Che cazzo de notte de merda!» urlò rivolto solo alla nebbia.

In effetti quella notte non era delle migliori per il Lisca: l’umidità pesante non faceva che aggravare la sua bronchite cronica e infeltrirgli il maglione, probabilmente gli era salita anche qualche linea di febbre. La nebbia era così fitta e densa che appariva a tratti grigia o gialla, come lardo rancidito; aveva l’impressione di respirare fumo e cenere. E poi l’attesa. Quella proprio non la sopportava.

«Tranquillo Giò – gli aveva detto il signor Ettore nel primo pomeriggio – trattiamo con gente strana. Ehi, ma chi non è strano a questo cazzo di mondo? Se quello fa tardi tu aspetti, ok?»

«Occhei. Certo. Lo sai che io ce sto sempre.»

E che doveva rispondere? Si può dire solo “ok” alla famiglia Parisella. Se non svolgeva questo lavoro poteva dire addio ai suoi progetti di pensionamento, anzi poteva dire addio anche ai suoi progetti di colazione per domattina. Le famiglie al servizio del Bambino non scherzavano certo, o almeno non lo facevano più da quando l’animus aveva sballato tutto il mercato della droga di Littoria.

Per non sbagliarsi bestemmiò di nuovo, stavolta contro l’idiozia che gli aveva fatto chiedere soldi a uno dei Catuzzi. Ora per evitare di essere ammazzato gli toccava portare una partita di roba appena sfornata nei magazzini dei Parisella entro l’alba. Il problema era che del corriere ancora non si vedeva traccia.

“Marocchini de merda! – pensò tra sé e sé – Non sanno fa’ un cazzo.”

La descrizione del suo uomo era infatti “un tizio strano, alto e scuro di pelle”; abbastanza da scatenare il suo animo razzista.

Fra un’imprecazione e l’altra si accorse che l’ultimo “ploch” aveva qualcosa di diverso dai precedenti. Sporgendosi vide che l’acqua era mossa da piccole onde tremolanti. Era sicuro che prima fosse immobile, e poi non tirava un alito di vento.

“Aó – ammise con se stesso – me sto a cagà addosso.”

«Michè, accendi il motore, và!»

Con il rombo soffocato di sottofondo cominciò a sentirsi un po’ più tranquillo; andò comunque ad accendere anche la sua auto, ferma a fianco del furgone guidato dal suo compare. Fece un cenno con la mano a Michele e tornò in fondo al molo.

Anche quella storia non gli piaceva: dovevano andare con un furgone – per il pagamento aveva detto Ettore – e tornare con l’auto imbottita di animus.

Quanti cazzo di soldi dovevano dargli a quei tizi che ci voleva un furgone?

A meno che non si trattasse di soldi.

Il pensiero rimase bloccato appena prima del livello cosciente, ricacciato indietro da una voce.

«Giovanni Spinardi, sei tu il ricevente.»

La calma ultraterrena e le parole scandite rappresentarono il colpo di grazie a quel poco di sicurezza che Giò aveva accumulato. Era un suono di tonalità indecifrabile, distorto e sgradevole. Chiunque avesse parlato era vicino; quanto non avrebbe saputo dirlo, il riverbero proveniva da ogni direzione, si diffondeva come la nebbia.

«Giovanni Spinardi, sei tu il ricevente» ripeté la voce.

Non aveva il tono di una domanda. O forse sì. L’emicrania gli impediva di pensare con lucidità, un attacco improvviso e violento come mai ne aveva avuti prima. E poi l’ultima persona ad averlo chiamato Giovanni era stata sua madre prima di abbandonarlo a casa di amici quando aveva sette anni.

«E che cazzo! Sò io. Tu… chi sei?»

Non vedendo nessuno parlava ad alta voce. Sudore freddo cominciò a colare da sotto il berretto di lana lungo il collo.

«Ehi, Michè, hai sentito anche tu?» disse girandosi verso le luci.

«Cosa Giò? Ce stà talmente tanto silenzio che poi sentì scorreggià ‘na mosca.»

Una figura indistinta iniziò a delinearsi nella nebbia tra le auto e il mare, senza produrre alcun rumore. Giò deglutì a forza e fece un passo avanti per farsi coraggio.

«Eccote finalmente! Senti, sai già chi me manda. Facciamo in fretta, te stà bene? Che dici?»

L’ombra uscì dalla foschia con movimenti lenti, quasi impacciati. Con la luce dei fari alle sue spalle era difficile dire qualcosa di preciso sul suo aspetto. I contorni erano quelli di un uomo di corporatura media con indosso un completo. L’unica caratteristica evidente era il bastone; portava un bastone lungo e sottile con cui tastava il terreno davanti ai suoi piedi.

“Merda… Questo è pure cieco” pensò il Lisca.

In fondo però era contento che il suo interlocutore fosse disabile, lo faceva sentire più tranquillo, era contento anche che se ne stesse laggiù immobile.

«A… allora?»

«La merce è già stata consegnata nelle vostre vetture» disse la voce che sembrava urlargli direttamente nel cervello.

«Be… bene.»

Giò non si chiese come fosse possibile, aveva appena sentito il portabagagli della sua auto chiudersi, evidentemente il tipo non era solo. Pregò che la transazione finisse alla svelta.

«Allora noi adesso…»

Un rumore umido arrivò dalle auto, il Lisca distolse lo sguardo da quello del suo interlocutore. Gli ricordava molto il suono che facevano i polpi quando suo nonno li sbatteva ancora vivi sugli scogli dopo averli pescati. Solo che questa era stato abbastanza forte da sentirsi sopra i motori al minimo.

«Michè, che stà a succede?»

Oltre il muro di nebbia illuminata dai fari scorgeva il compare ancora dietro il volante, come se non avesse sentito nulla. Fece una lenta curva verso il furgone, per evitare il fascio diretto dei fari e per non passare vicino al corriere.

«Michè, te dai ‘na mossa, sì o no?»

Michele rimase immobile, con la nuca sul poggiatesta del sedile, la bocca spalancata, la lingua di fuori, il volto solcato da un labirinto di venuzze nere e gli occhi ridotti a due orbite vuote rivolte verso le chiazze di sangue grumoso che coprivano metà dell’abitacolo.

Giò sentì i conati di vomito salirgli su per l’esofago. Immaginava la scena, come se l’avesse vista in diretta: gli occhi del suo amico che esplodono come due gavettoni schizzando liquido rosso a fontana.

Non era preparato a una cosa del genere: il disgusto e il terrore gli bloccavano i muscoli, e la mente tornava ossessivamente a scavare nei due buchi sanguinolenti sul volto di Michele. Fu la rabbia a scuoterlo; gli succedeva sempre quando c’era qualcosa che non capiva o non accettava. La reazione violenta, però, di solito la riservava solo a quelli più deboli di lui.

«Maledetti bastardi! l’avete ammazzato!» gridò tra le lacrime rivolto al corriere.

Il volto dell’estraneo rimaneva indecifrabile nell’ombra.

«Che c’è stronzo, non mi hai sentito?»

Costrinse le ginocchia a piegarsi e i piedi a muoversi tra le volute oleose della nebbia. Si fermò giusto a un passo da lui. Sentiva che le forze lo stavano abbandonando e reagì urlando la sua rabbia contro lo sconosciuto.

«Perché? Perché!?»

L’uomo era in effetti di colore ed era non vedente come aveva supposto, gli iridi appannati, grigi, privi di ogni vitalità, erano rivolti verso l’alto, per metà nascosti sotto le palpebre. Sembrava stupito quanto lui; immobile, con espressione cupa sul volto, orientava le orecchie un po’ alla volta in tutte le direzioni per ascoltare meglio. Non gli prestava la minima attenzione. All’improvviso girò di scatto la testa verso un punto preciso nella nebbia e fece un agile salto in dietro. Quasi in contemporanea, Giò balzò a sua volta per lo spavento. Appena in tempo per evitare di essere colpiti da una grossa massa lanciata contro di loro. Due corpi nudi, esangui, contorti in maniera indicibile, incastrati l’uno all’altro e coperti di sangue.

Il Lisca fissò i cadaveri con sgomento, non riusciva a distogliere lo sguardo da quell’orrore, uno di loro non aveva più la parte posteriore del cranio, solo un cratere, come se gli fosse esploso il cervello, e non aveva le orecchie, era sicuro, non ce le aveva proprio; l’altro invece aveva la cassa toracica completamente ripiegata nell’addome. Tornò a guardare verso il molo prima di poter cogliere altri dettagli; anche in quella direzione le sue paure stavano prendendo vita. Le ombre attorno al corriere danzavano nella nebbia alla luce dei fari, si animavano e prendevano forma in corpi fumosi dalle proporzioni distorte. Lo sconosciuto pareva essere in grado di controllarle; continuava a mormorare qualcosa e loro rispondevano a quel richiamo.

Giò invece non riusciva più nemmeno a controllare il suo corpo, balbettava preghiere di cui non ricordava le parole mentre la vescica si svuotava.

Urlò quando vide l’uomo tendere di scatto le braccia lungo i fianchi e inarcare le spalle quasi al limite di rottura. Poi il cieco fu preso da convulsioni e violenti fremiti che parevano dover spezzare quel corpo paralizzato come un pezzo di legno secco, e rimase con le punte dei piedi piantate a terra. Lo sterno scattò in avanti come se dovesse esplodere, il collo si gonfiò fin quasi a lacerarsi, qualcosa risalì lungo tutto l’esofago finché la bocca non si spalancò in modo disumano vomitando lo stomaco e le interiora addosso al Lisca. Il corpo svuotato si accasciò al suolo mantenendo qualche ultimo spasmo vitale. Le creature di ombra o di fumo si dissolsero nell’ umida del molo.

Se avesse potuto, Giò avrebbe continuato con tutto il fiato che aveva nei polmoni e sarebbe scappato via.

«‘fanculo i Catuzzi! ‘fanculo i Parisella!»

E ‘fanculo pure la sua vita di merda, che tanto non valeva più niente.

Lo avrebbe fatto; solo che non poteva. La voce gli morì in gola, e anche se il cuore pompava a mille nel petto, non poté fare altro che rimanere lì, paralizzato.

Passarono lunghi minuti prima che un’altra sagoma si delineasse nella nebbia.

Il nuovo arrivato non aveva nulla di imponente: doveva essere alto appena sotto la media, inoltre la giacca pesante che indossava e il cappuccio calato lo facevano sembrare forse più tarchiato di quanto non fosse; il buio copriva ogni altro dettaglio. Si muoveva come un gatto nell’oscurità, rapido e silenzioso si avvicinò al cadavere e si chinò come se lo stesse esaminando o annusando. Si udì un verso sgraziato in avvicinamento. L’uomo reagì tirando indietro il cappuccio e scrutando il cielo. La luce dei fari si rifletté sulla testa scoperta, Giò pensò che fosse calvo e sudato.

«Cra! Cra!»

L’oggetto delle sue ricerche era un grosso uccello che atterrò vicino a lui, fece qualche passo zampettando verso Giò e cominciò a becchettare gli intestini del morto.

L’uomo sembrò accorgersi solo in quel momento della presenza del Lisca, si rimise il cappuccio e si girò a guardarlo da dietro le lenti di occhiali scuri, imbronciando la bocca. Era pallido, il naso piccolo e schiacciato con le narici larghe, il mento sfuggente.

“Oddio! Questo è drogato, mo m’incula!” pensò il Lisca anticipando la vergogna di essere sodomizzato.

Quando l’uomo alzò con lentezza verso di lui il palmo della mano sinistra, coperta da un guanto di pelle, il volatile spiegò le ali e si allontanò con piccoli saltelli.

«Ciao! Ciao!»

“Pappagallo de merda. Me pigli pure pel culo?”

«Addio! Addio!»

Furono le ultime parole gracchianti che Giò sentì prima che i timpani fossero sfondati da liquidi interni, poco dopo sentì una forte fitta tra le costole e i polmoni collassarono. Mentre sentiva fluidi vitali dal sapore dolciastro riempirgli la gola e il naso Giò, detto il Lisca, si accosciò al suolo senza capire che cosa lo avesse ucciso.

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