narrativa, Ubi

UBI 10

CAPITOLO 10 – Ognuno al suo posto

Caco finì di dare le ultime zampate alla buca che aveva scavato nel giardino di casa di Marika. Era una buca piuttosto grande e profonda e il cane ne era molto soddisfatto, un po’ perché era fatto davvero bene, un po’ perché di solito non gli era consentito scavare buche in giardino.

«Bravo, Caco» disse Marika grattandogli la testa.

Caco strusciò il muso contro la gamba della padroncina e si mise a rotolarsi sull’erba.

Ubi si sporse dal bordo della buca e guardò il fondo. Marika si avvicinò a lui e fece lo stesso.

«Sei sicuro?» gli chiese.

Ubi non rispose, alzò la testa e guardò Marika. Si accorse che la bimba aveva gli occhi lucidi, così alzò le braccia verso di lei.

Marika lo prese e se lo portò vicino alla faccia.

«Mi mancherai» gli disse.

Ubi scosse la testa e le abbracciò la guancia. Una lacrima cadde dall’occhio di Marika addosso Ubi.

L’homunculus si asciugò la testa bagnata: dove era caduta la lacrima spuntò una piccola gemma e subito dopo una fogliolina.

«Hai ragione» disse Marika sorridendo.

Sempre tenendolo tra le mani lo depositò con molta cura sul fondo della buca. Ubi si sdraiò e si coprì con la terra scavata di fresco, come se fosse una copertina. Marika compattò piano piano la terra che lo copriva e gli fece una carezza sulla testa. Poi uscì fuori dalla buca e cominciò a riempirla con una paletta da spiaggia.

Avis osservava la scena appollaiato sul cancello di casa; quando la buca fu riempita volò via lanciando uno strillo.

***

Passarono molti anni da quel giorno e dalla piccola radice di mandragora crebbe un albero. Non si capiva bene che tipo di albero fosse, ma crebbe alto e robusto, con una grande chioma di foglie verdi e brillanti e in primavera si riempiva di grandi fiori bianchi con i petali sottili e lucidi. Sul suo tronco c’erano delle curiose pieghe che secondo molti somigliavano a una faccia, una faccia dall’aria gentile e sorridente.

Con gli anni anche Marika crebbe e divenne una ragazza, poi una donna e una signora, e tra i rami di quel grande albero giocarono i suoi figli, i suoi nipoti e poi anche i loro figli. All’ombra dell’albero trovavano riparo dal sole d’estate e dalla pioggia d’autunno.

Ogni anno, in primavera, Avis tornava a far visita al suo vecchio amico. Marika gli riservava giusto un’occhiata e un sorriso – non voleva certo disturbarli – e poi lasciava vicino alle radici un po’ del cibo preferito della gazza.

***

Capitò un anno, che la primavera fosse già inoltrata, l’albero era in fiore, ma di Avis non c’era l’ombra.

Marika ormai molto anziana, e guardava con ansia in cielo cercando la sagoma familiare della gazza.

«Nonnaaa. Cucciolottaaa. Venite, è pronta la cenaaa» disse una voce maschile proveniente da dentro la casa.

«Un attimooo – rispose la bimba che era vicino a Marika – Arriviamooo.»

Poi si rivolse a Marika.

«Dai, nonna, lo rifai ancora.»

«E va bene, cucciolotta – rispose l’anziana donna – Ma solo un’ultima volta.»

La bimba annuì sorridendo.

Marika mostrò il palmo della mano coperto di rughe, era vuoto, poi con un movimento ancora fluido portò la punta delle dita dietro l’orecchio della nipotina e ne tirò fuori per magia un vecchio bottone.

La bambina applaudì emozionata.

«Ahah, che bello.»

Marika rimise il bottone nella tasca del grembiule e indicò la porta di casa.

«Adesso è meglio che tu rientri» disse alla nipotina.

«Tu non vieni, nonna?» le chiese lei.

«Arrivo subito tesoro» rispose dandole una carezza.

«Cosa devi fare qui fuori? è quasi buio» insistette la bimba.

«Hai ragione, devo solo salutare un vecchio amico.»

La piccola stette un po’ a fissare la donna, poi sembrò convincersi.

«Va bene, ma fai presto.»

Marika la guardò entrare in casa, le ricordava quando lei era piccola, da allora era passato molto tempo e i ricordi si erano fatti confusi, la memoria dei fatti si mischiava con la fantasia di quei giorni spensierati.

Senza paura che qualcuno potesse guardarla si avvicinò all’albero, che era molto più grande di lei, e lo abbracciò.

 

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