narrativa, Ubi

UBI 9

CAPITOLO 9 – La verità sull’Incappucciato

«Ti starai chiedendo perché ti ho fatto portare qui» chiese l’Incappucciato avvicinandosi al palco.

Ubi, ancora seduto per terra, annuì con vigore.

«Per questo!»

Con un gesto teatrale, l’Incappucciato tirò il cordone dorato che scendeva dall’alto e il sipario si aprì. Un pochino. Appena uno spiraglio al centro delle tende rosse.

Tutti inclinarono la testa cercando di capire cosa ci fosse oltre.

«Sì, va bene – si giustificò l’Incappucciato – Sarebbe stato meglio se si fosse aperto tutto, ma il meccanismo è vecchio e io ho avuto altro da fare.»

Mentre parlava continuava a tirare il cordone aprendo sempre di più il sipario, finché il palco non fu del tutto visibile e così pure le figure umanoidi fatte di legno, cuoio e ottone. Sul palco c’erano decine e decine di automi, con ingranaggi al posto dei muscoli e sbarre di ferro al posto delle ossa.

«Per questo!» gridò di nuovo l’Incappucciato.

«Che strane queste bambole» disse Marika.

«Non sono bambole! Sono automi!» precisò l’Incappucciato.

«Oh…» fece Marika stupita.

«E che cosa fanno?» gli chiese subito dopo.

«Che domanda sciocca – rispose lui – Fanno quello che fanno gli automi!»

Marika, il Manichino e Ubi si grattarono il mento con le dita.

L’Incappucciato scattò con le mani al soffitto per dare enfasi alla sua rivelazione.

«Si muovono! Sono vivi!»

Poi nascose di nuovo le braccia sotto il mantello e incurvò le spalle.

«Questi no, in realtà… – disse – Ma non è colpa mia. Per dar loro la vita serve la lapis exilis e il Mago non ha lasciato nulla nei suoi scritti su come è possibile crearne una. Ma tu – e indicò Ubi – eri il suo assistente. Tu sai cosa fare e lo farai per me!»

Tutti guardarono Ubi, che si alzò in piedi e fece di no scuotendo più volte la testa.

«Testardo come il suo creatore – commentò l’Incappucciato – Ma penso di sapere come convincerti.»

Ubi continuò a scuotere la testa.

«Servo, portami la bambina!»

L’ordine risuonò per tutto il teatro.

Il Manichino allungò le braccia in avanti mentre si chinava su Marika. Lei fece un mezzo passo indietro fissandolo con sguardo spaventato.

Le mani di legno si strinsero sulle spalle di Marika.

«Tu non sei cattivo…» gli disse lei.

Il Manichino si inginocchiò e fissò la bimba negli occhi con decisione. Poi seguì con le dita il sorriso che aveva disegnato sulla faccia. E in un attimo si trasformò in polvere. proprio come aveva detto che sarebbe successo se non avesse obbedito.

Le lacrime inumidirono gli occhi di Marika e scesero lungo le guance paffutelle, poi si rivolse all’Incappucciato con la faccia arrabbiata.

«Sei cattivo! – gridò – Perché lo hai fatto?»

L’Incappucciato cominciò a tremare e a emettere un borbottio metallico. Con un solo movimento del braccio si tolse il mantello che lo copriva e lo gettò in aria.

Sotto c’era un automa, lo stesso automa che il Mago aveva costruito molti anni prima nel suo laboratorio sotterraneo. Incastonata nel suo petto brillava ancora la lapis exilis.

«Perché? – ripeté la domanda di Marika – Perché il mio creatore se n’è andato senza dirmi cosa dovevo fare. E mi ha lasciato solo!»

«Hydra – ordinò subito dopo – Prendilo!»

L’Automa allungò il braccio per indicare Ubi, ma nel momento esatto in cui distendeva il dito, si vide una sagoma bassa, tarchiata e con il nasone saltare addosso all’uomo meccanico. Caco stringeva tra i denti il polso dell’Automa e tirò, tirò finché il braccio non si staccò dalla spalla.

«Lurida bestiaccia! – gridò l’Automa – Ridammi il braccio!»

Ma Caco già stava correndo per tutto il teatro con l’arto in bocca; e siccome il dito era rimasto puntato, Hydra lo inseguiva cercando di individuare il bersaglio da prendere che cambiava di continuo.

«Cacooo!» urlò felice Marika.

Anche Ubi saltava per la gioia di rivedere l’amico a quattro zampe.

L’Automa, invece, non sembrava per nulla contento, riprese a tremare tutto e a emettere sbuffi di polvere dalle vecchie giunture.

«Adesso facciamola finita!» disse in tono minaccioso.

Il corpo meccanico sembrava crescere sempre di più, gli ingranaggi si distanziavano tra loro, scorrendo su ruote dentate, le fasce che componevano il petto si allargarono e si aprirono, le dita, il braccio e le gambe si allungarono con meccanismi periscopici, e sulla faccia si spalancò una grande bocca piena di denti di ferro seghettati.

Alla fine, l’Automa somigliava a un gigantesco scheletro.

«Devo fare tutto da solo!» tuonò con voce metallica e cavernosa.

La mano enorme scattò in avanti e si strinse attorno a Marika e la sollevò.

«Aiuto!» strillò la bimba, mentre veniva portata sempre più vicina alla bocca del mostro.

Allora provò a liberarsi in tutti i modi, urlando, scalciando, divincolandosi, ma la stretta di ferro era troppo forte. Sul punto di mettersi a piangere guardò verso Ubi, che le sorrise.

Una piccola bocca era apparsa sulla faccia dell’homunculus e questo bastò a calmare la bambina, che chiuse gli occhi e attese.

«Fermati.»

Una voce, calma e gentile, risuonò nella sala.

«Chi osa?» domandò l’Automa.

Cercò all’intorno colui che l’aveva interrotto e si accorse che Ubi, lì in fondo, guardava in su e lo fronteggiava. Così piegò il suo corpo gigantesco e si chinò su di lui.

«Posala – disse l’homunculus – Per favore.»

Il gigante cadde all’indietro per la sorpresa, finendo seduto per terra. Tremò qualche istante, come se fosse incerto su quello che doveva fare e poi posò Marika.

«Mi dispiace di non essere stato con te – continuò Ubi –  Il Mago ha dimenticato di insegnarmi tante cose; come prendersi cura degli altri me l’hanno insegnato loro e non voglio che tu gli faccia del male. Però il Mago una volta disse che ognuno deve essere se stesso, e credo che per noi sia venuto il momento: ho messo io la pietra dentro di te, ora, ti prego, restituiscila.»

L’Automa si rimpicciolì, come prima si era ingrandito, e avvicinò la mano allo sportellino che aveva sul petto e che brillava della luminescenza della lapis exilis.

«Non è giusto…» disse prima di prendere la pietra e di porgerla a Ubi.

Senza più la pietra ad animarlo, l’Automa si bloccò in quella posizione. Ubi si avvicinò alla sua mano, si alzò in punta di piedi, prese la pietra liscia e sottile e la alzò al cielo.

Si sentì un grido stridulo provenire dall’ingresso del teatro: Avis entrò volando e si tuffò sull’oggetto luccicante che gli offriva l’homunculus, poi fece una brusca virata e si diresse verso Caco.

Il cane, poverino, era tutto schiacciato contro un angolo della sala, aveva lasciato andare il braccio che teneva in bocca e per caso quello era finito puntato nella sua direzione, così Hydra lo aveva identificato come bersaglio e incombeva su di lui.

Avis volò a raso sopra il grosso serpente argentato e lasciò cadere la lapis exilis sulla sua testa. Come se fosse stata gettata in uno stagno, la pietra affondò dentro il serpente. Hydra si bloccò, tremolò, cambiò forma, tornò a essere una bolla di mercurio e cominciò a rimpicciolirsi, e mentre rimpiccioliva sempre di più, diventava opaca e bianca. Alla fine era diventata un piccolo uovo, che si ruppe e da cui uscì un serpentello spaventato, che si andò a rintanare tra le assi sconnesse del pavimento.

Quando tutto fu finito, Marika, Caco e Avis si girarono verso Ubi, che li guardava a sua volta, ancora con la bocca aperta. Sorrise e poi fece sparire la bocca tra le linee del legno della sua faccia.

 

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