UBI 8

CAPITOLO 8 – A casa dell’incappucciato

Marika tirò il braccio del Manichino, che si fermò e abbassò lo sguardo su di lei.

«Sono stanca, siamo arrivati?»

Il Manichino indicò con il dito i pioli di ferro di una scala che sporgevano dalla parete del tunnel poco più avanti.

Marika buttò le braccia sui fianchi.

«Una scala? Ma io sono stanca.»

Il Manichino si tolse il cappello e si grattò la testa, poi si accucciò e invitò la bambina ad aggrapparsi sulle sue spalle.

«Questa è un’ottima idea» disse lei saltandogli sulla schiena.

Con il fagotto ben sistemato, il Manichino si arrampicò sui pioli, scostò il tombino che c’era alla fine della scala ed emerse in una stradina buia proprio di fronte l’ingresso di un vecchio teatro che pareva abbandonato da molto molto tempo. Dall’interno proveniva una luce giallastra.

Entrarono da un portone sgangherato tutto coperto di vecchie locandine strappate. Marika, nascosta dietro al Manichino, aveva paura, ma era anche molto curiosa, così sporse la testa per dare una sbirciatina e rimase di stucco.

Dopo il piccolo ingresso, dove una volta doveva esserci stata la biglietteria, una grande porta a vetri con il telaio di legno si apriva su una grande sala. Sul fondo della sala era immediatamente visibile il sipario rosso, tirato per nascondere il palco. Anche da quella distanza si vedeva che il sipario era vecchio e nel corso del tempo era stato riparato con cuciture grossolane e toppe improvvisate.

A ridosso delle pareti del salone erano state ammucchiate tutte le sedie che in origine avevano ospitato il pubblico in platea; erano state impilate le une sulle altre in tante torri così alte che alla fine si inclinavano verso il centro della stanza, facendo temere a Marika che potessero caderle addosso.

Sulle sedie in cima alle torri brillavano centinaia, forse migliaia di candele, attaccate sopra strati e strati di cera sciolta, che diffondevano in tutto il teatro una luce calda e arancione.

Marika non sapeva se essere spaventato o meravigliata da quello che vedeva. Decise per un po’ di sana paura quando vide uscire da una porticina a lato del palco una figura coperta da un lungo mantello scuro con la faccia celata dalle ombre di un ampio cappuccio; e tornò a nascondersi dietro il Manichino.

«Allora, mio servo – disse l’Incappucciato con voce ferma – Mi hai portato l’homunculus?»

Il Manichino giunse le mani in preghiera e si mise a mimare qualcosa con movimenti scattosi e incerti, ma quasi subito venne interrotto da un gesto della mano dell’Incappucciato.

«Quindi è un no?» chiese la figura ammantata.

Il Manichino allargò le braccia, poi fece un passo laterale e indicò Marika con le mani.

«Hai portato qui una bambina? – disse l’Incappucciato con una punta di rabbia nella voce – E secondo te che cosa dovrei farci con una bambina?»

Il Manichino si accarezzò il mento con la punta delle dita e l’aria pensierosa.

«Era una domanda retorica… – si rispose da solo l’Incappucciato – Non me ne faccio niente di una bambina!» urlò.

Il Manichino alzò il braccio davanti alla faccia per difendersi dalle urla del suo padrone, che si avvicinò a lui puntandogli un dito contro.

«Aspetta un attimo, che cosa ti sei fatto sulla faccia?»

Il Manichino tracciò con le dita la linea del sorriso che gli aveva disegnato Marika.

«Lo vedo, ma che roba è?» gli chiese.

«È un sorriso – intervenne Marika – Ne aveva bisogno: era molto triste.»

«Oh, era triste – le fece il verso l’Incappucciato –  Poverino… Beh, anch’io sono molto triste.»

«Vuoi un sorriso anche tu?» gli chiese la bimba.

«No! Non lo voglio un sorriso! Sono triste e sto benissimo così!» disse lui stizzito.

Marika tirò comunque fuori il pennarello dalla tasca dei pantaloni.

«Davvero, ci metto un attimo a farti un sorriso» disse sorridendo.

«Ah, sei stata tu allora!» le urlò contro l’incappucciato.

Marika annuì con orgoglio.

«Beh, non dovresti andare in giro a imbrattare le cose degli altri – la rimproverò – Non te l’hanno insegnato?»

Marika strinse le labbra e socchiuse gli occhi.

«Il signor Manichino non è una cosa, è un mio amico» disse.

«Il signor manichino è una cosa! – sbraitò l’Incappucciato – Ed è una cosa mia

Il Manichino abbassò lo sguardo mentre l’altro parlava.

«Era dentro una vetrina e io l’ho animato, quindi sono il suo padrone e lui obbedisce a ogni mio ordine.»

La rabbia di Marika esplose: si alzò in punta di piedi, strinse i pugni e gridò quello che pensava.

«Non è vero! Tu sei cattivo! E lui è buono!»

L’Incappucciato arretrò di un passo e si zittì, ma poco dopo tornò alla carica.

«Ne sei convinta?»

Marika guardò verso il Manichino, che sembrava non riuscire a staccare gli occhi dal pavimento.

«Servo! – intimò l’Incappucciato – Portami quella bambina!» e indicò Marika con il braccio teso.

Il Manichino alzò la testa, guardò prima lui, poi lei, poi di nuovo lui.

«Che c’è, non hai sentito? – lo rimproverò l’Incappucciato – Ti ho ordinato di portare da me quella bambina – fece una pausa prima di proseguire con voce affilata –  O vuoi diventare polvere?»

Il Manichino iniziò a tremare, ma poi si sentì il tonfo del portone d’ingresso che sbatteva.

«Cosa succede adesso?» chiese l’Incappucciato ritirando il braccio sotto il mantello.

Un grosso serpente argentato attraversò l’ingresso del teatro strisciando a zig–zag, superò Marika e il Manichino e si fermò di fronte al suo padrone.

«Vediamo se almeno tu hai portato a termine il compito che ti ho affidato» disse l’Incappucciato.

Hydra abbassò leggermente il muso e sputò in terra qualcosa di marroncino che rotolò un paio di volte prima di fermarsi al centro del teatro.

Ubi si ritrovò seduto a gambe larghe, con la testa che si muove ancora in cerchio in continuità con le capriole che aveva appena fatto.

Fermò la testa con le mani e guardò in alto. La sua piccola faccia passò da una figura all’altra: Hydra, l’Incappucciato, il Manichino. Quando arrivò da Marika alzò una manina e la salutò.

***

Caco era ancora seduto sul bordo del tombino aperto. Da quando si era separato dai suoi amici aveva uggiolato, si era grattato, aveva fatto la pipì lì vicino. Ma più che altro aveva uggiolato. Era certo che se avesse continuato a uggiolare in maniera tristissima per abbastanza tempo, qualcuno sarebbe tornato indietro da lui.

E infatti Avis schizzò fuori dal pozzo come una freccia sparata in cielo, sbatté le ali in aria per fermarsi e planò con calma vicino al cane. Con la punta del becco portava un piccolo ramoscello su cui era cresciuta una fogliolina.

La gazza fece cenno con la testa di andare, e anche con una certa fretta, ma Caco abbassò le orecchie spaventato e si appiattì per terra. Avis allora zampettò verso di lui e lasciò cadere il ramoscello che portava, proprio davanti al suo muso e lo spinse ancora avanti fin sotto il suo naso.

Caco annusò il ramoscello e guardò l’uccello dal basso verso l’alto, poi sbuffò, rialzò le orecchie, drizzò le zampe e cominciò ad annusare la strada lì intorno.

Quando sembrò aver trovato una traccia buona da seguire, abbaiò e corse in una direzione precisa, seguito al volo da Avis.

 

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