UBI 7

CAPITOLO 7 – Il piccolo re

Ubi e Avis camminavano da diverso tempo sotto le fogne, quando si erano dovuti fermare: il tunnel che stavano percorrendo si divideva in due cunicoli identici tra loro.

Non sapendo che strada imboccare, Ubi staccò una penna dalla coda di Avis – che non era molto d’accordo, ma ormai era fatta – e la gettò più in alto che poté. La piuma ondeggiò un po’ da una parte e dall’altra, come se galleggiasse in aria, poi iniziò a scendere, fece una piroetta, scivolò da un lato, si capovolse, alla fine cambiò direzione e si posò alla loro destra.

Avis fece una scrollata di ali e si mise a zampettare in quella direzione, seguito dall’homunculus.

Andarono ancora avanti per diversi minuti senza vedere nulla che potesse indicargli dove stava fuggendo il Manichino.

All’improvviso delle macchioline nere risalirono il bordo dello scolo fognario e gli attraversarono la strada: era una famiglia di scarafaggi. O per lo meno sembrava una famiglia: davanti ce n’erano due più grossi, seguiti da cinque più piccoli.

Quando si accorsero che stavano passando vicino alle zampe di un uccello, e che il suo becco appuntito incombeva su di loro, fuggirono a nascondersi dentro una crepa sulla parete del cunicolo.

L’ultimo scarafaggio, il più piccolo, inciampò sulle sue tante zampette e si rovesciò sulla schiena. Per quando ci provasse non riusciva a rigirarsi, così rimase lì a tremare mentre il becco aperto di Avis si faceva sempre più vicino.

Ubi, che aveva già visto quegli esserini nel laboratorio del Mago, si chinò su di lui incuriosito e poi guardò Avis in cerca di spiegazioni. La gazza chiuse il becco e gli lanciò un’occhiata infastidita.

Per nulla turbato, l’homunculus prese in braccio il piccolo scarafaggio e lo cullò finché non smise di agitare le zampette e le antenne. Nel frattempo Avis lo guardava spazientito e picchiettava in terra con una zampa.

Mentre Ubi faceva spallucce, gli altri scarafaggi uscirono dal nascondiglio e si misero tutti vicini vicini davanti a lui, con lo sguardo a terra e muovendo le antennine.

Ubi posò a terra il piccolo scarafaggio, con delicatezza, e gli fece una carezza sulla testa. Il cucciolo d’insetto tornò di corsa tra le zampe dai genitori e ci fu un gran movimento festoso di antenne. Quello più grosso – probabilmente il papà – si portò avanti e sempre con le antenne invitò Ubi a seguirlo.

In cerca di supporto, Ubi guardò Avis, che scosse la testa in un deciso “no”, ma gli scarafaggi lo stavano già spingendo da un’altra parte. La gazza li seguì da lontano.

Arrivarono così a quella che doveva essere la colonia degli scarafaggi: una vera e propria città in miniatura di fango secco e rifiuti, con centinaia di insetti che entravano e uscivano da anfratti, crepe e piccoli buchi. Tutti si fecero attorno al nuovo arrivato e il papà iniziò a raccontare cosa era successo. Almeno, a Ubi parve che tutto quel muovere di antenne dovesse essere un racconto.

A un certo punto tutte le antenne si rizzarono verso di lui e gli scarafaggi corsero via in modo confuso, disperdendosi nel fuggi fuggi generale. Ubi si girò per capire la causa di tanta agitazione e vide Avis che gli faceva segno col becco di proseguire lungo il tunnel. In risposta indicò con le mani aperte tutti gli scarafaggi che si affacciavano dai loro rifugi e li guardavano intimoriti.

Avis lanciò uno strillo e tutti scapparono di nuovo dentro; Ubi gli si avvicinò arrabbiato e con le mani gli fece segno di andarsene. La gazza scosse la testa spazientito e volò via.

Gli scarafaggi lo circondarono di nuovo e gli fecero una gran festa, lo sollevarono tutti insieme e lo trasportarono al centro della colonia; sembravano molto spaventati e si rivolgevano a lui con gesti di supplica.

Ubi non parlava lo scarafaggese e non aveva capito quale fosse il problema dei suoi piccoli amici, ma lo capì immediatamente quando vide allungarsi un’ombra minacciosa dal fondo della colonia. Avanzava lentamente verso di loro un grosso ratto tutto sporco e arruffato.

Gli scarafaggi corsero a nascondersi dietro le gambette di legno di Ubi; lui li calmò con un gesto delle mani, poi raccolse un vecchio cucchiaino una pila di ciarpame e avanzò a testa alta verso il topo. Si incontrarono, si scrutarono, e il ratto gli squittì in faccia mostrando i dentoni davanti. Ubi semplicemente gli sbatté il cucchiaino sulla testa e il ratto fuggì via squittendo spaventato.

Gli scarafaggi esultarono – un gran movimento di antenne – e lo condussero in trionfo fino a una specie di trono fatto di immondizia. Ubi si sedette, impugnando il cucchiaino come uno scettro. Nel giro di qualche minuto si fece crescere sulla fronte due lunghi ramoscelli, come delle antenne.

Poco dopo, mentre Ubi si stava chiedendo cosa dovesse fare come nuovo re della colonia, tornò volando Avis e si posò a una certa distanza.

Ubi scattò in piedi e andò verso l’amico con le braccia aperte, si fermò però a metà strada, perché l’uccello lo stava fissando con uno sguardo di rimprovero e con il becco gli indicava il tunnel.

L’homunculus rispose indicando prima il trono, poi se stesso e infine allargando le braccia a includere tutti gli scarafaggi e tutta la colonia.

Avis lanciò un verso fortissimo che risuonò tra i condotti con una lunga eco.

Il trono di rifiuti tremolò, per un attimo sembrò ritrovare la sua stabilità, e subito dopo crollò.

Ubi corse verso il cumulo di macerie e cominciò a rimontarlo, ma fu interrotto da Avis, che si mise proprio davanti a lui, così vicino che il becco dell’uccello e il bozzetto che la radice aveva in mezzo alla faccia si toccavano, e lo fissò negli occhi – o i nodi del legno che aveva al posto degli occhi – poi, con una beccata fulminea staccò una delle antenne che l’homunculus di era fatto crescere sulla testa.

Ubi diede di matto: si toccava la testa, muoveva le braccia senza sapere cosa fare. Avis allora gettò la finta antenna ai suoi piedi e lanciò un grido.

Ubi raccolse il ramoscello e vide che sulla cima era cresciuta una fogliolina. Guardò anche gli scarafaggi, che lo fissavano immobili in attesa di un suo cenno: nessuna delle loro antennine aveva una fogliolina sopra.

Ubi si spezzò anche l’altra antenna e la gettò in terra. Richiamò vicino a sé gli scarafaggi e li tranquillizzò carezzandoli con le mani, abbracciò i più piccoli, e li salutò.

Piano piano tutti gli insetti rientrarono nelle loro tane e al centro della colonia rimasero solo Avis e Ubi.

La gazza guardò con occhio accigliato l’homunculus, che annuì e si incamminò verso il tunnel.

Avis rimase fermo un po’ a guardarlo mentre si allontanava e da lì vide il grosso serpente argentato uscire dalle ombre del tunnel alle spalle di Ubi: era Hydra. Urlò per avvertirlo, ma era troppo tardi: appena Ubi girò la testa, la bocca del serpente scattò in avanti e si chiuse su di lui.

Come era comparsa, in un attimo Hydra scivolò via e scomparve tra gli scarichi fognari.

Avis si alzò in volo, cercò il suo amico senza vederne traccia da nessuna parte, allora tornò indietro, calò in picchiata sulla colonia afferrando al volo uno dei ramoscelli-antenna e volò via più veloce che poteva, da dove erano venuti.

 

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