narrativa, Ubi

UBI 6

CAPITOLO 6 – Dentro e fuori

Il Manichino camminava a passo spedito al lato del ruscelletto di acqua melmosa e putrida che scorreva nel cunicolo sotterraneo.

Marika, tenuta stretta sulla sua spalla, non la smetteva di scalciare e di gridare.

«Lasciami andare! Brutto stupido!»

Ma lui continuava ad andare avanti, incurante degli scarafaggi e delle altre cosine con tante zampe che gli brulicavano tra i piedi.

«Lasciami!»

La voce di Marika si fece piccola piccola.

«Per favore…»

E scoppiò a piangere.

«Voglio la mia mamma!»

Il Manichino la posò per terra e si chinò su di lei muovendo il dito avanti e indietro per ammonirla con atteggiamento severo.

La bambina tacque per un attimo, tirando su con il naso, ma poi non riuscì a trattenersi e si mise di nuovo a piangere, più forte di prima.

Il Manichino prese allora a muoversi in modo agitato da una parte e dall’altra, cercando qualcosa, ma lì, sotto le fogne, non c’era niente, c’erano solo loro due. Così si fermò di fronte alla bambina e mosse i palmi delle mani verso di lei per attirare l’attenzione. Vedendo che aveva smesso di piangere – anche se teneva il broncio – mostrò prima un palmo vuoto e subito dopo l’altro, con movimenti eleganti e fluidi.

Marika mise via anche il broncio e lo fissò con molta attenzione. Il Manichino tirò fuori dal taschino del frac uno, due e tre foulard: bianco, rosso e blu. Chiuse una mano e con il pollice dell’altra infilo tutti e tre i fazzoletti colorati dentro il pugno e poi li tirò fuori lentamente, tutti e tre annodati tra loro. Alla fine fece un piccolo inchino.

Marika sorrise, lo spettacolo era stato divertente, ma era anche finito, così le venne una profonda tristezza e tornò a piangere.

Il Manichino accorse da lei, mostrò ancora le mani, ma non fu sufficiente a calmarla; allora si strappò uno dei bottoni del gilet e lo tenne tra le dita davanti a sé.

“Cosa ci vorrà fare?” si chiese Marika, tralasciando il suo recente dispiacere.

Con un ampio gesto, il Manichino passò la mano aperta davanti al bottone e lo fece sparire.

Marika sgranò gli occhi.

«Dov’è andato?» chiese eccitata.

Il Manichino avvicinò la mano alla testa di Marika, tirò fuori il bottone da dietro il suo orecchio e glielo porse.

«Ahahah, ancora, ancora!» lo incitò la bambina.

Il Manichino fece girare il dito indice un paio di volte a indicare “dopo” e fece “camminare” due dita in direzione del tunnel.

«Va bene, va bene – disse Marika – L’ultimo e poi andiamo.»

Il Manichino allora si tolse il cappello e lo indicò con la mano, e poi ci infilò dentro il braccio, fino al gomito – a Marika questa cosa fece molto ridere – rovistò un po’ dentro il cilindro nero e tirò fuori un grosso ratto tenendolo per la coda. Forse non se lo aspettava neanche lui, perché se lo portò davanti alla faccia e, resosi conto di quale abitante delle fogne era andato a pescare, lo lasciò cadere e fece un piccolo balzo all’indietro.

Marika rise così forte da rimanere senza fiato.

«Sei proprio bravo» disse al suo strano compagno, che la aspettava con il cappello in mano.

«Ho capito, dobbiamo andare – aggiunse lei –  Ma dove?»

Il Manichino guardò per aria, si passò una mano sul collo, si grattò la testa di legno e alla fine si rimise il cappello, prima di cominciare a mimare qualcosa. Si muoveva in maniera così buffa e confusa, che ben presto la faccia di Marika assunse un’espressione piuttosto perplessa.

A un certo punto la bambina alzò la mano, interrompendo una specie di piroetta con le braccia all’indietro.

«Così non ci capisco niente» ammise.

Il mimo si accasciò seduto a terra con aria sconsolata. Marika si sentiva un po’ in imbarazzo e si avvicinò timidamente.

«Scusa – gli disse – Non volevo offenderti, io volevo solo sapere dove vuoi portarmi. E magari anche perché.»

Il Manichino la fissò per alcuni istanti, poi le mise una mano sulla bocca e fece correre il dito lungo la linea delle labbra

«Ho capito – disse Marika –  Non è colpa tua, non hai la bocca.»

Stettero tutte e due seduti a gambe incrociate e braccia conserte, a rimuginare su questo evidente problema. Dopo un minuto il volto della bimba si aprì in un sorriso e scattò in piedi.

«Ho avuto un’idea!» gridò

Mentre il Manichino la guardava con una punta di sospetto, lei tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pennarello e in un batter d’occhio gli aveva disegnato sotto il naso una grande bocca sorridente.

«Ecco fatto, ora sei molto più bello.»

Dovette pensarlo anche lui, perché cominciò a saltare da tutte le parti.

«Sì, in effetti sono molto brava con i disegni» disse Marika.

«Però continuo a non sapere dove vuoi portarmi» aggiunse subito.

Il Manichino interruppe i salti di gioia, si inginocchiò vicino a lei e iniziò a tracciare dei segni nella polvere. Disegnò un grande piano rialzato, un palco, con ai lati due tende tirate.

«Questo è un teatro! – esclamò Marika –  Una volta ci siamo stati con la scuola.»

Il Manichino annuì con vigore.

«Anche tu sei molto bravo con i disegni – si complimentò – Quindi andiamo a teatro?»

Al disegno venne aggiunto un particolare: sul palco, una figura tutta avvolta da un mantello e con un cappuccio sulla testa.

«Mi porti da questo signore?» chiese Marika con voce non più molto allegra.

Il Manichino annuì, anche lui non più molto allegro.

«E questo signore è cattivo?»

Il Manichino fece spallucce.

«Se rapisce i bambini deve essere cattivo.»

Il Manichino abbassò la testa e curvò le spalle.

«Non volevo dire che tu sei cattivo solo perché… mi hai rapito.»

Il Manichino si mise le mani in faccia e prese a far sobbalzare la schiena come se stesse piangendo.

«Certo, se la mamma e il papà rientrano e non mi trovano a casa, si preoccuperanno tantissimo e penseranno subito che sono stata rapita da un cattivo.»

Il Manichino nascose la faccia tra le ginocchia e si abbracciò stretto le gambe.

«Perché invece di rapirmi non torni con me a casa? – propose Marika – Ho anche un nuovo piccolo amico.»

Il Manichino alzò la testa e la scosse con rassegnazione.

«Perché no?»

Il Manichino indicò prima se stesso, poi Marika, poi fece “camminare” le dita e infine indicò la figura disegnata.

«Io e te andiamo dal cattivo?» provò a interpretare Marika

Il Manichino annuì e poi fece di no con il dito.

«Se non lo facciamo…»

Stavolta il Manichino indicò solo se stesso, poi raccolse da terra una manciata di polvere e la fece cadere poco per volta.

«…tu diventi polvere.»

Il Manichino annuì con gli occhi neri pieni di tristezza.

Marika fissò il terreno per qualche momento, con la bocca imbronciata e i pugni stretti.

«Io non voglio che tu diventi polvere – disse – Quindi vengo con te.»

Il Manichino si alzò in piedi e si pulì i pantaloni con le mani.

«Però – e lo ammonì con il dito alzato – poi mi riporti a casa.»

Il Manichino si levò il cappello e se lo mise sul petto.

«Allora andiamo» disse Marika.

I due cominciarono a camminare in silenzio lungo il tunnel e poco dopo la bimba si rivolse al suo compagno.

«Signor manichino.»

Il Manichino guardò in basso il piccolo braccio alzato verso di lui.

«Mi dai la mano?»

Le diede la mano e insieme andarono avanti.

 

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