narrativa, Ubi

UBI 5

CAPITOLO 5 – Un nuovo giorno

Quella mattina, Ubi e Caco erano sdraiati sul bordo letto e guardavano Marika correre avanti e indietro, da una parte e dall’altra della cameretta farfugliando qualcosa con una fetta di pane e marmellata in bocca.

Apriva e chiudeva cassetti e armadi, prendeva vestiti a caso, li indossava e poi li toglieva gettandoli in giro.

Nel giro di cinque minuti era riuscita a mettere a soqquadro tutta la stanza, però era vestita, con i calzini di colore diverso, ma vestita.

Dal piano di sotto si sentì la voce della mamma.

«Sei prontaaa?»

«Sììì» rispose la bambina.

«Anche la cartellaaa?»

Lo sguardo di Marika corse alla cartella appesa all’appendiabiti, aperta, con i quaderni e i libri ficcati dentro a forza. Si diede un colpo in fronte con il palmo della mano.

«Sììì» disse alla fine mentre chiudeva la cartella saltandoci sopra.

Poi si rivolse ai suoi amici sul letto.

«Devo andare a scuola. Torno presto.»

«Sbrigatiii» urlò la mamma.

«Arrivooo» urlò Marika.

«Hai rimesso a posto la cameraaa?»

Marika si bloccò e spalancò gli occhi, come se avesse visto un fantasma.

La stanza era nello stesso stato catastrofico in cui l’aveva lasciata la sera prima, solo un po’ peggio.

«Sììì» disse con poca convinzione.

Si avvicinò al letto e si inginocchiò per portare la faccia all’altezza di Ubi e Caco.

«Questa è la fine, amici miei: mentre sarò a scuola la mamma verrà a controllare e scoprirà che la camera non è a posto neanche un pochino. Salvatevi almeno voi.»

Detto questo aprì la finestra e cominciò a scendere arrampicandosi sull’albero che cresceva lì davanti.

«Ti ho detto mille volte di non farlo – strillò la mamma – È pericoloso!»

«Non è pericoloso – ribatté Marika – Basta sapere dove mettere i piedi.»

I rumori di automobile si allontanarono e sparirono. Ubi e Caco rimasero qualche minuto sul letto a contemplare la confusione che regnava nella cameretta.

Ubi scese a terra, seguito subito dopo dal cane, mise le manine sui fianchi con decisione e annuì in segno di sfida al disordine che lo circondava. Poi si voltò verso Caco che lo leccò da capo a piedi.

***

Subito dopo l’ora di pranzo, la porta della cameretta di spalancò all’improvviso; Ubi saltò di soprassalto, ma si tranquillizzò vedendo che era stata Marika ad aprirla. Anche se, guardando meglio, la bambina appariva molto agitata o eccitata.

«La mamma mi ha fatto i complimenti per come ho messo a posto la cameretta!» disse tutto d’un fiato a un tono di voce piuttosto alto.

Si guardò attorno e fece un cerchietto con le labbra per la sorpresa: ogni cosa era al suo posto – Marika non sapeva neppure che ci fosse un posto per ogni cosa – la stanza era tutta ordinata, pulita, profumata persino.

«Incredibile. Questa è davvero la mia camera? – chiese a se stessa prima di rivolgersi a Ubi – Ma è meraviglioso! Lo hai fatto tu? Cioè, sei stato tu?»

Caco emise un ringhio basso e prolungato.

«Volevo dire “voi”. Siete stati voi?»

Ubi annuì e Caco abbaiò.

Marika li abbracciò entrambi dicendo “Grazie! Grazie! Grazie!”

«Io vadooo. Ciaooo» gridò la mamma dal piano di sotto.

«Va beneee – rispose Marika – A dopooo!»

«La mamma va a fare la spesa – spiegò la bimba ai suoi amici – Non vi preoccupate, di solito torna nel giro di un’oretta. Nel frattempo possiamo giocare al mio gioco preferito.»

La bimba prese da un cesto una scatola colorata.

«Memory! Ci sono delle tessere di legno con dei disegni sopra, due tessere per ogni disegno, bisogna mettere tutte le tessere coperte e poi ritrovare quelle con i disegni uguali. Capito?»

Ubi e Caco si guardarono un po’ perplessi.

«Ve lo rispiego» disse Marika aprendo la scatola.

Prima che potesse cominciare la spiegazione, però, si sentì un rumore dal piano di sotto.

«Mammaaa, sei tuuu?»

Nessuno rispose alla domanda di Marika. Sentirono solo dei passi che salivano le scale.

«Papà?» chiese ancora.

Poi la porta della cameretta si aprì e dall’altra parte c’era un Manichino vestito molto elegante, con frac e cilindro, la faccia bianca senza naso e senza bocca e due occhi neri.

Marika urlò come se dovesse sentirla tutta la città e prese a tirare le tessere di legno addosso all’intruso.

Proteggendo la faccia con il braccio alzato, il Manichino entrò nella stanza, chiuse la porta alle sue spalle e gettò della polvere sottile e brillante addosso a Marika, la quale smise di urlare, fece un lungo sbadiglio e cadde a terra, addormentata.

Caco era immobile, tremava accucciato con la coda tra le gambe e le orecchie basse basse dietro la testa, mentre Ubi gli abbracciava il muso, anche lui spaventato dall’ombra minacciosa del Manichino che veniva verso di loro con le mani avanti.

In quel momento, un grosso uccello nero e grigio entrò dalla finestra mezza aperta e si andò a posare sulla spalla del Manichino.

Ubi ebbe un sussulto e quando l’uccello gli fece l’occhiolino lo riconobbe; le piume erano più arruffate ed era decisamente più grigio di come ricordava, ma era senza dubbio Avis.

La gazza lanciò uno strillo e il Manichino scattò indietro per la sorpresa. Avis svolazzò per la stanza e si posò sul pavimento mettendosi a zampettare verso il Manichino, e più avanzava, più il Manichino indietreggiava spaventato, finché non inciampò addosso a Marika, finendo gambe all’aria.

Il Manichino si rialzò, afferrò la bambina come se non avesse peso e se la caricò su una spalla. Poi fece uno slancio e balzò giù dalla finestra.

Avis spiccò il volo e seguì il rapitore lanciando un richiamo agli altri.

Ubi, che invece non poteva volare, corse ad affacciarsi alla finestra e vide il Manichino che scappava, prima attraverso il giardino e poi in strada, inseguito a stretto giro dalla gazza.

Caco si mise a grattare sulla porta della cameretta, era quello che faceva sempre quando voleva uscire. Solo che Ubi quella porta non era in grado di aprirla e poi chissà quanto tempo ci avrebbe messo a fare tutto il giro della casa. Indicò a Caco i rami dell’albero che sporgevano appena oltre la finestra, ma il cane si sdraiò a terra col muso tra le zampe ed emise un guaito acuto. L’homunculus allora corse a prendere un biscottino a forma di osso che Marika aveva lasciato sul letto e lo agitò all’attenzione di Caco, che subito alzò il muso e drizzò le orecchie.

***

Avis volava a poca distanza dal Manichino, che correva molto veloce, ma sembrava non sapere bene dove andare. Sentendo uno scalpiccio abbassò la testa: sotto di lui c’era Caco, che correva all’inseguimento della sua padroncina, e in groppa al cane, abbracciato stretto al collo, c’era Ubi, che ricambiò lo sguardo della gazza.

Senza preavviso, il Manichino si fermò lungo la strada, scardinò un tombino di ferro e saltò giù. Avis, Ubi e Caco si fermarono sul bordo del grande buco rotondo e guardarono di sotto: era un pozzo tutto buio e molto profondo.

Avis si tuffò dentro in picchiata. Ubi cominciò a scendere aggrappandosi alle pareti del pozzo; fece un cenno a Caco per richiamarlo, ma il cane si sedette e girò il muso, rivolgendo all’homunculus uno sguardo intimorito.

Caco aveva paura di scendere e Ubi non aveva più biscottini con sé per convincerlo, così continuò a scendere da solo dentro il pozzo.

 

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