narrativa, Ubi

UBI 4

CAPITOLO 4 – A casa di Marika

Marika viveva in una bella casetta con la mamma, il papà e un cane di nome Caco, uno di quei cani con il pelo corto corto e il nasone. La sua cameretta era al primo piano e si affacciava sul giardino davanti l’ingresso. A essere precisi, si affacciava sulla chioma di un albero che cresceva nel giardino. Non era il massimo per osservare il panorama, ma poteva tornare comodo in altre occasioni.

In quella cameretta, Ubi cominciò a pensare che forse non era stata una buona idea andarsene dal laboratorio del Mago. Forse perché Caco lo aveva scambiato per uno dei suoi pupazzi e ora correva da tutte le parti tenendoselo in bocca.

«Vieni subito qui!» urlò Marika.

Caco si fermò di fronte alla bimba con le zampe davanti stese e la coda alzata che frullava da una parte all’altra, per invitarla al gioco.

«Stai seduto e lascialo!» ordinò Marika in tono minaccioso.

Il cane si sedette e continuò a scodinzolare, mentre Ubi continuava a scalciare nel tentativo inutile di liberarsi.

Gli occhi della bimba si fecero stretti stretti mentre indicava verso il basso con il dito e scandiva ogni sillaba.

«La–scia–lo!»

Caco tirò indietro le orecchie, intimorito, e fece un guaito basso e prolungato.

Marika aveva ben chiaro che non lo avrebbe lasciato, per quanto lei potesse arrabbiarsi,allora prese dalla tasca dei pantaloni un biscotto a forma di osso e lo porse al cane, che tutto contento sputò a terra l’homunculus e andò a sbafarsi il crocchino dal palmo della sua padroncina.

Ubi si tirò in piedi e cercò di scrollarsi di dosso la bava che lo ricopriva dai piedi alla fogliolina in cima alla testa.

«Scusa, piccoletto – gli disse Marika mentre lo asciugava con un fazzoletto – Non fa sempre così, si vede che gli piaci. Lui comunque è Caco, papà dice che è il diminutivo di Cane Coraggio, perché è un fifone. È anche molto testardo…»

Ubi annuì e finì di pulirsi con il fazzoletto.

«Quando voglio convincerlo a fare qualcosa, gli do uno dei suoi biscottini, è l’unico modo».

Ubi allargò le braccia, come a dire “pazienza”.

«Sei forte, piccoletto – disse lei – Però non posso continuare a chiamarti “piccoletto”, non va bene».

Marika sembrava seriamente preoccupata della faccenda.

«Ti chiamerò…»

Ma Ubi le corse incontro agitando le braccia per interromperla e ottenuto il silenzio richiesto mise una mano aperta sul petto.

Marika lo guardò incuriosita.

«Hai già un nome?» chiese.

L’homunculus annuì e andò a prendere un gessetto azzurro da sotto il letto.

«Ah, ecco dov’era finito – disse Marika – lo cercavo da un sacco di tempo».

Ubi tornò indietro e cominciò a scrivere sul muro. Ovviamente scrisse UBI.

«Accidenti – disse Marika preoccupata – la mamma si arrabbierà tantissimo».

Poi inclinò la testa e guardò meglio la scritta. E infine aggiunse sorridendo.

«Però è carina».

Prese il gessetto dalle manine di legno e scrisse anche lei il suo nome.

«Ubi e Marika – esclamò soddisfatta – Suona molto bene».

Si avvicinò anche Caco e grattò con la zampa vicino alle scritte.

«Giusto – disse Marika, e scrisse ancora – Ubi, Marika e Caco. Adesso ci siamo tutti».

Caco abbaiò, poi girò su se stesso alla ricerca di qualcosa, andò a prendere una pallina da tennis e la lasciò cadere davanti a Ubi.

L’homunculus fissò la pallina sbavata e il cane che scodinzolava dietro la pallina, poi si girò a guardare Marika.

«Se vuoi fartelo amico devi tirargli pallina – gli disse la bimba – Lui già ti vuole bene».

Come gli era stato suggerito, Ubi tirò la pallina più lontano che poté – non molto date le dimensioni – e Caco scattò a rincorrerla.

«Bravo – si congratulò Marika – Se fosse così facile con tutti… e invece è tutto così difficile: la famiglia, gli insegnanti, gli amici. Tu hai molti amici, Ubi? Che domanda stupida, eri chiuso in quella cantina a prendere polvere, non devi aver avuto molte occasioni di fare amicizia».

Ubi scosse la testa, mentre Caco si metteva pancia all’aria per farsi fare le grattatine dalla sua padrona.

«Non lo so – disse Marika pensierosa – Se io fossi un cosino di legno come te… beh… forse mi sembrerebbe tutto più semplice, o più bello, di sicuro più grande».

Poi prese Ubi tra le mani e si sdraiò sul letto tenendolo sollevato sopra la faccia.

«Ma sai una cosa? – continuò – Forse mi annoierei un po’. Le persone sono strane, te ne renderai conto, ma sanno anche essere meravigliose».

In sottofondo, Caco masticava la pallina da tennis tutto accoccolato ai piedi del letto. Marika piegò le gambe e mise Ubi seduto sulle ginocchia alzate.

«Per esempio, la mamma e il papà» disse tra due sbadigli.

Dal piano di sotto si sentì una voce femmile, chiara e squillante.

«Marikaaa!» disse la voce.

«Appunto, è la mamma – disse la bimba a Ubi prima di rispondere – Che c’èèè?»

«Hai messo a posto la tua cameraaa?»

«Siiii!»

Ubi girò la testolina per guardare la cameretta: le ante dell’armadio e i cassetti aperti, i vestiti buttati sulle sedie e sul pavimento, la ciotola di Caco sulla scrivania, la cartella appesa all’appendiabiti con i quadernoni mezzi di fuori.

«Beh, sì, forse devo ancora finire – si giustificò la bimba – Ma non voglio far arrabbiare la mamma. Mi riposo giusto due minuti, poi sistemo tutto».

Marika chiuse gli occhi e due secondi dopo russava già piuttosto rumorosamente.

Ubi scese dalle ginocchia scivolando lungo le gambe e passeggiò fino al cuscino. Guardò per un po’ il volto della bambina: dormiva della grossa, non c’erano dubbi. Così andò da Caco, gli fece una carezza sul grosso muso e prese il lembo superiore della coperta, tornando verso il cuscino si tirò dietro la coperta per coprire Marika. Fatto questo, si sedette sul bordo del letto e attese il nuovo giorno.

***

A notte fonda, mentre Marika dormiva e Ubi vegliava su di lei, l’Incappucciato passeggiava per la città ormai deserta. Sotto la luce dei lampioni, si fermò davanti alla vetrina di un negozio di abiti da cerimonia. Osservava il riflesso della sua faccia sul vetro, solo che non vedeva molto, tutta nascosta com’era sotto l’ombra del cappuccio. Al di là del riflesso, invece, si vedevano bene due manichini vestiti eleganti, disposti in bella posa tra ripiani e piedistalli con cappelli, cravatte, guanti, borse e altri accessori. Uno dei manichini indossava un abito da sposa tutto bianco con una coroncina di fiori e un lungo velo di tulle, l’altro, invece, indossava scarpe lucide, pantaloni neri, camicia bianca, gilet, un frac dalle lunghe code e un cappello a cilindro.

«Che aria triste, povero amico mio – disse l’incappucciato a quest’ultimo manichino – Non dovresti restare lì immobile mentre il mondo fuori fa festa».

Poi, con un dito, disegnò dei simboli sul vetro.

«Forse posso aiutarti» aggiunse mentre gettava davanti a sé della polvere sbrilluccicante.

I simboli che aveva disegnato cominciarono a brillare e, oltre la vetrina, il manichino cominciò a tremare forte e alla fine aprì gli occhi: erano neri e freddi, come il riflesso dell’Incappucciato.

«Valli a prendere!» ordinò.

E il manichino uscì dalla vetrina mandandola in mille pezzi.

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