UBI 3

CAPITOLO 3 – Arriva Marika

C’era una volta, poco tempo fa, una bambina di nome Marika, seduta a cavalcioni su uno dei rami più alti di un albero davvero molto alto cresciuto nel giardino di una casa davvero molto vecchia.

Non ricordava neanche più perché fosse salita lì sopra, tutta la sua attenzione era rivolta al terribile drago che avanzava minaccioso verso di lei.

Non era proprio un drago in realtà, era una lucertola, ma per chi ha paura delle lucertole sembrano proprio dei draghi. E Marika aveva molta paura.

La lucertola, invece, non ne aveva per nulla, anzi, era incuriosita da quella bambina che le urlava contro.

«Ti ho detto di stare lontano, brutto mostro!»

Marika indietreggiò finché, ormai in punta, il ramo non si piegò verso il basso facendo un brutto scricchiolio.

In quel momento un grosso uccello nero e grigio andò a posarsi su un ramo appena sopra la sua testa. Sembrava guardare proprio lei.

«Salvami, signor uccello – disse Marika – Gli uccelli mangiano le lucertole, no?»

In tutta risposta, la gazza gracchiò uno strillo, che fece balzare indietro Marika per lo spavento. Il ramo, già arrivato al limite, si spezzò e Marika cadde di sedere sul tetto della casa poco più in basso.

«Ahia!» disse.

Il tetto cedette sotto il suo peso e Marika ruzzolò dentro la mansarda.

«Ahia!»

Il pavimento della mansarda si ruppe e Marika finì sul pavimento del primo piano della casa.

«Ahia!»

Che si sfasciò a sua volta e Marika atterrò al piano terra.

«Ahia!»

Pensava di essere ormai arrivata, invece si sfondò anche quel pavimento e precipitò nella cantina, sopra un grosso tavolo di legno da cui si sollevò una nuvola di polvere.

«Ahia!»

Per fortuna la casa era talmente vecchia che a passare attraverso assi di legno marce e intonaco ammuffito, non si fece alcun male.

Rimase sdraiata per un po’, intontita dalla caduta, ma quando la polvere si fu posata capì che era nei guai: quella cantina era molto grande e molto strana.

Attorno a lei c’erano fogli ingialliti, quaderni, libri e tanti oggetti simili a quelli che aveva visto dal dottore, ma anche a quelli che c’erano nella cucina di casa sua.

L’unica luce proveniva dal buco sul soffitto che aveva fatto lei stessa cadendo, e così non riusciva a distinguere bene le sagome che vedeva: una specie di trono, come le sedie nel salone della nonna, un grosso sasso in un angolo, un fagotto poggiato al tavolo e un pupazzo.

Un piccolo pupazzo di legno.

“Bello!” pensò Marika, dimenticando la brutta situazione in cui si trovava.

Gattonò sul tavolo, con i capelli arruffati davanti agli occhi, e arrivò faccia a faccia con il bambolotto, il quale mosse una delle sue manine e le scostò i capelli dalla fronte.

Marika rimase ferma un attimo, poi lanciò un urlo e scattò indietro scalciando con i piedi e trascinandosi sul sedere. Anche il pupazzo corse dietro una catasta di libri.

Strusciando sul tavolo, la bambina incappò nel fagotto che aveva visto prima. Mentre si divincolava dai brandelli di stoffa in cui era invischiata, si ritrovò in grembo un oggetto duro e rotondo: era un teschio impolverato con attaccata una lunga barba.

Con un urlo se lo gettò alle spalle e si mise in ginocchio; voleva scappare, ma non sapeva dove, così nascose la faccia tra le mani e cominciò a piangere.

Si stava chiedendo quale potesse essere un momento buono per smettere di piangere, quando si sentì tirare per la manica della maglia. Aprì le mani per sbirciare e vide che lì in basso c’era l’omino di legno che le porgeva un pezzo di stoffa più o meno pulito. Con le ginocchia strette al petto e ancora singhiozzando, la bimba allungò la mano e prese il fazzoletto per soffiarsi il naso.

«Sniff! Grazie» disse.

Guardò un po’ il piccolo omino, che se ne stava lì in attesa, è poi aggiunse.

«Tu… sei vero? Voglio dire… cosa… chi sei?»

L’omino prese a grattarsi il mento con aria pensierosa.

«Non lo sai?» chiese ancora Marika.

In realtà l’omino lo sapeva e come, era Ubi, ma non sapeva come dirlo alla bimba. Le fece cenno di attendere e corse verso un librone dalla copertina consumata, lo spinse fino da lei e lo aprì, sfogliò le pagine ingiallite e si fermò su una pagina intitolata QUOMODO CREARE HOMUNCULUS – che significa “come creare un homunculus” – piena di scritte e di disegni antichi.

Marika guardò stupita e si mise a leggere con aria molto interessata.

«Ah ah. Uh uh. Sì sì» diceva mentre leggeva.

Alla fine si girò verso Ubi.

«Non ho capito nulla – confessò – Io questa lingua strana non la so leggere».

Ubi abbassò le braccia con aria sconsolata.

«Su, non te la prendere – lo consolò lei – Mia mamma dice sempre…»

Marika scattò in piedi sgranando gli occhi.

«La mia mamma! – gridò – Devo tornare a casa!»

Dicendo questo si guardò attorno.

«Già, ma come?»

La grande cantina aveva delle scale, ma erano crollate da chissà quanto tempo; si vedeva una finestrella, ma era coperta di terra. L’unica via d’uscita sembrava essere il buco sul soffitto da cui era caduta: troppo in alto per poterlo raggiungere, anche mettendosi in punta di piedi.

«Devo trovare un’uscita! – disse spingendosi dal tavolo – Non voglio restare qui».

Ubi allora la tirò con tutte le sue forze per la manica.

«Non vuoi che scenda? – gli chiese – Perché?»

Le sembrò che Ubi guardasse in direzione del grosso masso nell’angolo della stanza. A vederlo così, sembrava solo un grosso sasso, non capiva che problema potesse dare.

«E allora come faccio a uscire?»

Ubi guardò cosa c’era sul tavolo lì attorno e indicò il libro aperto.

«Lì c’è scritto come uscire?» chiese Marika molto dubbiosa.

Ubi scosse la testa, andò a chiudere il libro, ci saltò sopra e alzò le braccia.

«Sì, ora sei molto più alto…»

Marika spalancò gli occhi e sorrise: all’improvviso aveva capito cosa voleva dirle Ubi. Insieme si misero a prendere tutti i libri che trovarono a portata – ce n’erano davvero tanti – e ammucchiandoli gli uni sugli altri fecero una scala, un po’ traballante a dire il vero, ma che permise comunque a Marika di arrivare fino al buco sul soffitto e di uscire. Portando con sé il suo nuovo piccolo amico.

***

Qualche minuto dopo che Marika e Ubi erano usciti, una delle grandi librerie lungo le pareti della cantina scivolò in avanti con un rumore sferragliante e si aprì come una porta.

La luce dall’altra parte proiettò in avanti la lunga ombra di una figura coperta da un mantello. Siccome aveva anche un cappuccio che gli copriva la testa lo chiameremo “l’Incappucciato”.

L’Incappucciato si avvicinò al tavolo e cominciò a sfogliare uno dei vecchi libri che c’erano sopra. Nel frattempo, in un angolo della stanza, il grosso masso si mise a tremare e ad allungarsi, facendo cadere così la polvere che lo copriva: sotto era fatto di metallo lucente.

«Sapevo che il Mago non teneva scritto nulla sui suoi esperimenti più importanti – disse l’Incappucciato con voce profonda – Poco male. Vero Hydra?»

La bolla di mercurio si alzò in tutta la sua forma di serpente gigante e sibilò contro l’intruso.

«Hiss!»

«Non mi riconosci? – continuò l’Incappucciato – Sono il tuo nuovo padrone».

Poi mise il palmo della mano, coperta da un guanto, davanti al muso lucido del serpente, che si bloccò in attesa di ordini.

«Vieni con me – disse – Ti darò una casa e uno scopo».

E mentre insieme uscivano dal passaggio segreto dietro la libreria aggiunse:

«Presto ci raggiungeranno dei vecchi amici».

 

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