UBI 2

CAPITOLO 2 – L’ossessione del Mago

Ubi aveva carattere, proprio come aveva detto il Mago. Un po’ per caso a dire il vero: la sua testolina legnosa aveva due nodini in alto come due occhietti, uno più piccolo e uno più grande, e una protuberanza al centro della faccina, quasi fosse un naso, due peduncoli ai lati della testa parevano essere delle orecchie a punta. Un caso, appunto, perché gli homunculi, prima di essere animati, sono solo delle radici di mandragora e come tutte le radici hanno forme curiose, peduncoli, bitorzoli eccetera; se tutto va bene la testa somiglia a una rapa, come quella di Ubi, ma non sono molto espressivi. Ubi era diverso. Era speciale.

I suoi compiti erano semplici: dare da mangiare ad Avis, raccogliere la bava dei lumaconi, portare libri ecc. Mentre dei compiti più importanti se ne occupava direttamente il Mago.

Ubi non aveva bisogno di riposare, né di dormire, ma quando il Mago si prendeva una pausa per sbrigare i suoi affari, l’homunculus si dedicava al suo passatempo preferito: mettersi davanti a un libro aperto e scorrere ogni lettera, numero o simbolo, riga per riga, pagina dopo pagina.

«Ancora a far finta di leggere, eh Ubi?» gli disse una volta il Mago, e poi si rivolse alla gazza appollaiata sulla finestrella.

«Vedi Avis, a Ubi piace imitare le cose che mi vede fare. È un homunculus davvero curioso».

Gli alchimisti, sebbene mediamente molto intelligenti e colti, spesso mancano di intuito. Ubi però non se la prendeva e continuava a leggere.

Un’altra volta capitò che il Mago fece cadere per sbaglio un pezzetto di gesso che stava usando. Ubi, dal bordo del tavolo, lo vide rimbalzare un paio di volte sul pavimento e rimanere lì fermo. Di certo non sarebbe saltato su da solo, così scivolò lungo la gamba di legno e andò a prenderlo. Mentre si chinava per raccogliere il gessetto, alle sue spalle, la bolla di mercurio che il Mago aveva detto chiamarsi Hydra tremolò e poi cominciò ad alzarsi e ad allungarsi e prese la forma di un grosso serpente argentato, con tanto di bocca spalancata, denti aguzzi e lingua biforcuta. Strisciò e guizzò fino a Ubi e sibilò minaccioso.

«Hisss!»

Sentendo il rumore, Ubi si girò di scatto. Davanti a lui ondeggiava la grossa testa triangolare di Hydra. Quando l’elementale sibilò di nuovo, lasciò cadere la pietra e alzò le braccia: stava conoscendo una sensazione per lui nuova, la paura. Era terrorizzato.

Per fortuna, prima che potesse succedere qualcosa di brutto, il Mago raccolse Ubi con una mano, mentre con l’altra mostrò il palmo a Hydra, che tornò a essere una grossa bolla di metallo lucente.

«Non devi avere paura – disse il Mago a Ubi – Hydra difende la conoscenza e il luogo in cui essa viene custodita. A te non farà del male, ma è meglio che d’ora in poi tu rimanga sopra il tavolo».

Detto questo posò l’homunculus sul piano di legno e continuò.

«Osserva, voglio farti vedere cosa Hydra ha il compito di proteggere».

Il Mago prese con molta attenzione una piccola pietra liscia e sottile che si trovava su un piedistallo di vetro.

«Ti ricordi? – chiese – Questa è la lapis exilis che abbiamo creato qualche giorno fa, quintessenza in forma solida, da questa si può ottenere una pozione della vita, un elisir che guarisca tutte le malattie».

Ubi nel frattempo si era seduto su un libro piuttosto spesso e annuiva con la testa, non sempre capiva tutto quello che diceva il Mago, ma rimaneva sempre ad ascoltarlo per tutto il tempo in cui parlava. E il Mago parlava davvero molto.

«Ti confido una cosa – disse il Mago avvicinando la faccia a Ubi – Ho anche un mio progetto segreto: voglio farne un motore vitale, per dare vita alla materia inanimata».

L’uomo si spostò al centro del laboratorio, dove si trovava un grosso fagotto coperto da un telo; con un ampio gesto tirò via il telo e al di sotto mostrò una robusta sedia di legno con i braccioli su cui era seduto uno strano tizio.

«Darò la vita a questo automa».

Ubi inclinò la testolina e lo fissò attentamente.

L’automa sembrava una grossa marionetta, era come un uomo, ma fatto di legno, cuoio e ottone; sotto la scorza più esterna si intravedevano ingranaggi, pistoni, tubi e ancora più sotto quello che pareva essere uno scheletro di ferro.

Proprio al centro del petto c’era un piccolo sportello aperto su una fessura della stessa forma della lapis exilis.

Ubi scattò in piedi e si mise a fare un balletto di protesta.

«Sì, piccoli mio – disse il Mago sorridendo – Anche tu ti muovi, ma ti manca la scintilla della vita vera, l’anima».

Ubi strinse le braccia al petto.

«Non devi prendertela –  lo consolò l’uomo – Ciascuno di noi è tenuto ad accettare il compito che gli viene affidato, altrimenti siamo solo polvere. Invece siamo tutti alberi destinati a dare buoni frutti».

Ubi prese a grattarsi il mento con le ditine.

«Ahah, è un po’ complicato, lo so – concluse il Mago – Adesso rimettiamoci al lavoro».

***

I giorni passavano, mentre il Mago continuava a lavorare sull’automa. L’alchimia, la grande opera, può essere una disciplina molto noiosa per i non addetti ai lavori, richiede lunga e paziente dedizione, però, di tanto in tanto, riserva anche delle sorprese.

«Ubi! – gridò un giorno il Mago – Finalmente ci sono riuscito!»

L’homunculus cominciò a saltare per la gioia contagiato dall’entusiasmo del suo padrone.

«Ora finalmente ho capito – continuò prendendo tra le dita la lapis exilis – So come dare vita… a un uomo».

Il Mago si avvicinò al trono dove era seduto l’automa e accostò la pietra sottile alla fessura nel petto meccanico, ma si fermò un attimo prima di infilarla e si girò verso l’homunculus che lo guardava incuriosito dal bordo del tavolo.

«Ubi, vorresti farlo tu? Te lo sei meritato».

Ubi salì con gioia sulla mano che gli porgeva il Mago e da lì mise la lapis al posto giusto e chiuse lo sportelletto.

L’automa cominciò a tremare pervaso da energia alchemica e a emettere una debole luce.

«Lo vedete anche voi?» chiede il Mago.

Si rivolgeva ovviamente a Ubi e anche ad Avis, che stava osservando tutto dalla finestrella.

Quando l’automa aprì gli occhi e alzò un braccio tutti fecero un balzo indietro per la sorpresa.

Il Mago aveva le lacrime agli occhi per la commozione e Ubi saltellava di qua e di là.

Per un momento sembrò che l’automa stesse per aprire la bocca e dire qualcosa, poi si udì un forte cigolio e dopo quello “gneek” si spense il bagliore che avvolgeva il trono e l’automa non si mosse più. Si era bloccato e a nulla servirono gli sforzi e le manovre del Mago.

«Com’è possibile? Perché si è bloccato? Era vivo, lo so. Dove ho sbagliato? Quale errore ho commesso?» continuava a dirsi mentre stringeva, misurava, avvitava e svitava.

Dopo aver provato di tutto con l’automa si rimise al tavolo a studiare libri e pergamene, a scrivere formule e a fare esperimenti, ricercando la ragione del suo fallimento.

Studiò notte e giorno, per settimane, dormendo sempre di meno e svegliandosi sempre più stanco, finché un giorno si addormentò proprio su quel tavolo, con la testa sulle braccia conserte, e non si svegliò più.

Ubi guardò la finestrella, Avis ricambiò lo sguardo e volò via.

Così l’homunculus si sedette ad aspettare che qualcuno gli dicesse cosa fare.

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