narrativa, Ubi

UBI 1

CAPITOLO 1 – La nascita di Ubi

C’era una volta, molto tempo fa – ma non troppo – un uomo che piangeva.

Per questa storia, forse, le sue lacrime sono più importanti del suo nome, perciò lo chiameremo semplicemente “il Mago”, poiché era capace di fare cose strane e meravigliose.

Il Mago piangeva perché ripensava a una persona a cui voleva bene che non era più con lui, gli mancava molto e si sentiva solo.

Così, per cercare di scacciare la tristezza passava ore e ore nel suo laboratorio, seduto al tavolo degli esperimenti ad armeggiare con grossi libri, vecchie pergamene, fiasche, alambicchi, ciotole, mazzetti di erbe, pietre colorate, polveri varie e mille altre cose bizzarre.

Una sera – una come tante, ma diversa da tutte le altre – una lacrima scese dall’angolo di un occhio, attraversò la guancia e percorse tutta la barba del Mago, che era molto lunga e si ficcava spesso dove non doveva. In questo caso, l’ultimo ciuffo di barba era infilato in una fiaschetta di vetro, di quelle a forma di bolla con il collo stretto e lungo lungo, e così la lacrima si lasciò scivolare per il tubicino trasparente fino a cadere sul fondo del piccolo recipiente.

Il leggerissimo “plich” della gocciolina di pianto destò il Mago dai suoi pensieri. Sì accorse così che aveva tutte le guance e la barba bagnate.

«Homunculus, portami un fazzoletto» ordinò.

Ma nessuno si mosse. Soprattutto non si mosse la strana radice a forma di bambolotto, poggiata sul tavolo lì vicino, a cui il Mago aveva dato l’ordine. La prese, la rigirò tra le mani e dovette constatare che era secca, come legno vecchio, e piena di crepe.

«Accidenti – esclamò – anche questo homunculus è andato, mi toccherà farne un altro».

Si alzò dal tavolo e si avvicinò a una mensola di legno attaccata al muro di mattoni, dove erano disposte l’una accanto all’altra una serie di radici simili a quella rotta. Le guardò tutte e ne scelse una.

«Ecco, piccola mandragora – disse soddisfatto – Tu diventerai il mio nuovo aiutante. Sei contenta?»

La posò sul tavolo e cominciò a prendere vari oggetti messi lì in posizione, in apparenza, casuale.

«O dovrei dire contento – precisò mentre preparava gli ingredienti – Stai per nascere a nuova vita, vita alchemica per l’esattezza. Non sforzarti di rispondere, gli homunculi sono buoni servitori soprattutto per una loro caratteristica: sono muti».

Con gesti esperti versò nella fiaschetta dove era caduta la lacrima, un liquido azzurro da una provetta e della polvere grigia, che appena entrarono in contatto iniziarono a ribollire e a schiumare.

«É meglio che tu non sappia gli ingredienti che utilizzo» disse.

Poi mise la fiasca su un fornelletto acceso e la attaccò a un alambicco; i vapori del composto risalivano nel tubo spirulo dell’alambicco fino a un cilindro di vetro in cui, al momento giusto, il Mago mise la radice.

«Alcune cose è bene che rimangano un mistero» concluse.

E alcune cose, in effetti, rimangono un mistero; per esempio in che modo le lacrime del Mago alterarono il composto alchemico per animare l’homunculus.

Nessuno sa cosa accadde esattamente – e per questo quel procedimento alchemico è unico e irripetibile – sta di fatto che una delle spire si incrinò lasciando uscire uno sbuffo di vapore con un sibilo prolungato e poi l’alambicco esplose in una fiammata verdastra.

Il Mago avanzò tossendo in mezzo al fumo e alla polvere sollevata dall’esplosione.

«Coff coff! Un alchimista serio non dovrebbe lavorare in simili condizioni» si lamentava mentre sventolava una coperta.

Quando si fu schiarita un po’ l’aria, vide fra i cocci di vetro e resti dell’alambicco, la piccola mandragora seduta a gambe larghe.

«Bah, vediamo se si è salvato qualcosa» disse il Mago fra sé e sé.

L’homunculus si alzò in piedi e fece un inchino. Il Mago si accarezzò la lunga barba con espressione stupita.

«Però… tu sì che sei una bella sorpresa!»

***

In effetti il nuovo homunculus si rivelò una vera e propria sorpresa: imparò rapidamente tutti i comandi, ma aveva anche quel qualcosa in più che il Mago faceva fatica a spiegarsi.

Quando il Mago diceva “Portami questo”, l’homunculus correva a portargli qualcosa; quando diceva “Prendimi quello”, l’homunculus scattava a prendere qualcos’altro; quando diceva “Pulisci qui”, l’homunculus tirava subito fuori lo scovolino, e così via.

Certo, aveva ancora qualche difficoltà a interpretare correttamente il pensiero umano, ma quello non era un problema solo suo.

Così se il Mago aveva fretta e gli diceva “Muoviti!”, l’homunculus a volte saltava, a volte ballava, a volte faceva la ruota.

Quella volta, poi, il Mago gli disse “Dammi il miscelatore”. L’homunculus prese un lungo cucchiaio, si avvicinò al Mago, chino sul tavolo a leggere una pergamena, e glielo diede sulla testa.

«Ohi!» disse l’uomo.

Mentre si massaggiava la testa dolorante, il Mago provò a levare il cucchiaio dalle manine dell’homunculus, ma si accorse che era rimasto attaccato al manico e agitava le piccole gambe con fare molto contrariato.

«Caspita – disse il Mago sul punto di mettersi a ridere – Abbiamo proprio un bel carattere, eh piccolo servitore? Ora è meglio metterti a dormire prima che tu possa combinare altri guai. Ho deciso: domani ti daremo un nome».

Così, il giorno appresso, l’homunculus era seduto sul tavolo e guardava il suo padrone camminare avanti e indietro accarezzando la lunga barba e parlottando ad alta voce.

«Mmm…  Tu sei un homunculus e… beh, vedi, di solito gli homunculus non hanno un nome, ma qui tutto ha un nome, a me piace così».

«Per esempio, l’elementale del mercurio, che è lì per terra, viene detta Hydrargyrum».

Sul pavimento, vicino le gambe di una robusta sedia, c’era in effetti una grossa bolla di metallo lucente; quando l’homunculus si girò a guardarla, la bolla tremolò e si gonfiò leggermente.

«…o solamente Hydra, anche se quel nome è molto antico, non gliel’ho dato io…»

Poi si avvicinò a una finestrella ad arco bordata di pietre e protetta da sbarre di ferro, dove guardava dentro il laboratorio un grosso uccello grigio e nero.

«Questa gazza ladra, invece, si chiama Avis, è una gazza, ma è un maschio della sua specie. Viene qui tutti i giorni perché gli do da mangiare, pensa che ho inventato un mangime apposta per lei, è molto nutriente e… Ma sto divagando».

Tornò ad avvicinarsi al tavolo.

«Tu comunque potresti chiamarti Hom… Homun… Mmm… Non è granché. Se partiamo dalla fine verrebbe… culus… Ehm… no, senti ho un’idea».

Il Mago prese un libro fra quelli disposti in disordine su uno scaffale e lo aprì sul tavolo proprio davanti all’homunculus.

«Indica una parola a caso sulla pagina, ci faremo ispirare».

L’omino di legno guardò con molto interesse tutti quei segni sulle pagine del libro e alla fine mise il dito su una parola.

«Ubi maior minor cessat – lesse il Mago – In latino significa “dove è il maggiore, il minore decade”. Ahah, interessante. Comunque ubi è solo un avverbio, sei sicuro che ti piaccia?»

L’homunculus annuì con vigore. E da allora il suo nome fu Ubi.

 

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