Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 35

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 35

L’istante dopo che Nick ha smesso di respirare, una debole aura luminescente passa dal corpo dell’uomo allo spettro della morte rimettendo a lui tutto ciò che ancora rimaneva dell’energia che condividevano.

Il mietitore urla col rumore di una montagna che crolla, chiude a tenaglia le lame ricurve al termine delle braccia e si libera dalla stretta delle Mara. Con un gesto rapido alza i gomiti sopra la testa mentre si erge in tutta la sua altezza; fa scattare le falci verso il basso e decapita gli spiriti femminei. Allo stesso tempo la falce stretta tra le mani di Max si dissipa in pochi secondi.

«No! No! Dove vai?»

La voce porta con sé l’eco della paura.

Si stringe le mani alla bocca dello stomaco, da quel punto si genera una luce da incandescenza, cresce di intensità, culmina in un’esplosione che lo ingloba per poi disperdersi progressivamente appena oltre la sua portata, lasciandolo spossato.

Gli stormi di anime nere rivolgono la loro attenzione su di lui, ogni ombra umanoide si arresta nell’aria plumbea chiazzata di vermiglio e lo fissa con intenzione insondabile. Poi, all’unisono, convergono addosso a Max da ogni direzione, lanciandosi attraverso e dentro di lui come raffiche di mitra.

«Basta! Siete troppe!» si lamenta Max, crivellato dalla pioggia di spettri.

Prova a dire altro, ma emette solo rantoli umidi che anticipano un fiotto di liquido scuro e denso dalla bocca. Il getto di vomito si calma solo quando la melma comincia a colare anche dagli occhi e dalle orecchie e, infine, la pelle si gonfia e si aprono crepe nella carne da cui escono fumo oleoso e muco nerastro.

Rimane immobile per diverso tempo, con un ginocchio a terra e le braccia inerti lungo i fianchi, il volto congelato una smorfia di disperazione. Poi comincia a piangere e le sue lacrime sono gocce di pece appena diluite, la voce proviene dal profondo di polmoni devastati.

«Fa male…»

È quasi una supplica, che ripete sottovoce, tra i gemiti, mentre si alza in posizione eretta con estrema fatica. I suoi movimenti sono accompagnati dal guizzare frenetico delle anime nere, che hanno trovato dimora costrette in lui.

Quello che si mette in piedi non è più solo un uomo, è la concentrazione dei peggiori prodotti della mente e dei cuori dell’umanità a cui dà forma una volontà rancorosa e degenere.

«Lo capite che fa male?!»

La risposta di Sasha non si fa attendere: solleva il maglio con entrambe le mani e corre incontro a Max puntando alla testa dal suo lato sinistro.

L’uomo non si muove, chiude gli occhi, e fino alla fine la nuova femina è convinta di concedergli una morte rapida e pietosa. Poi Max allunga la mano, con i riflessi e la forza di migliaia di anime torturate intercetta la testa del martello e lo blocca nonostante la forza fisica e spirituale che sostiene il colpo.

Sasha strattona il manico dell’arma senza riuscire a spostarlo di un millimetro; anche il satanista sembra sorpreso dell’effetto.

«È solo dolore – dice Max – Sono abituato.»

In risposta alla rabbia della femina, il maglio si illumina, come se diventasse incandescente, e dissolve al contatto le anime nere che vorticano attorno al braccio e alla mano, le sagome umbrali si contorcono in un’agonia silenziosa prima di essere consumate in una fiamma bluastra.

Max osserva e sorride.

«Quante ne puoi bruciare, piccola troia? Io ne ho di più.»

La colpisce con un pugno in faccia e la fa cadere vicino a Carlotta e a Nick. Sasha si rialza subito, benché la faccia sia una maschera di sangue è ancora cosciente, ma non può che osservare: il matzolu è rimasto nella mano del mostro, che lo getta via con noncuranza mentre si incammina verso loro.

Con la stessa calma con cui Max si avvicina al piccolo gruppo, sorge dal pavimento la figura del mietitore e gli si para davanti.

Il posseduto non rallenta la sua marcia e attacca per primo: il pugno è così veloce e carico di Tenebra che il mietitore fa appena in tempo a incrociare le falci sul petto e a pararlo. Le lame si incrinano per la forza dall’impatto, un rischio calcolato e necessario per studiare l’avversario, le sue potenzialità, ogni singola frazione di movimento. Quando viene caricato un altro pugno, il mietitore è pronto, conosce gli angoli ciechi dell’avversario, le falle nella gestione dell’immenso potere di cui dispone, e ne approfitta per iniziare la sua danza di morte.

Colpisce a fondo e taglia una dozzina di volte con una fluida sequenza di movimenti consecutivi.

Un attacco spettacolare quanto inutile.

Ogni falciata apre uno squarcio letale immediatamente riempito e sanato dalle anime nere che saturano il corpo e per quante ne disperda, altrettante ne prendono il posto. Dopo il primo assalto, il mietitore si distanzia qualche metro dal suo nemico e valuta una possibile strategia mantenendosi pronto a scattare.

«Ahahah. Non puoi ferirmi – dice Max – Non puoi sconfiggermi. Nella Tenebra Esterna sono immortale e invincibile!»

Lo spettro nero abbassa le braccia sui fianchi e affonda nel Buio.

«Scappa pure! – urla Max – Non mi spaventa un’eternità di dolore! Le mie anime nere setacceranno il Buio finché non ti troveranno, lo hanno già fatto, e allora ti prenderò! Ti perseguiterò finché non mi pregherei di prendere il tuo potere! Me ne andrò di qui! Mi hai sentito?»

La punta di una lama di osso spunta dal petto dell’uomo per un palmo intero.

«Ho sentito» risponde una voce di pietra sfregata.

Max rimane sorpreso solo il tempo di sentire le ombre animate nel suo corpo brulicare verso la ferita.

«Ahahah. E ora cosa pensi di fare?»

«Ce ne andiamo – sentenzia il mietitore – Tutti.»

***

Per una frazione di secondo il nulla avvolge ogni cosa; poi, poco per volta, piccole sensazioni danno la misura della realtà materiale che torna a prendere il sopravvento.

L’aria stantia, l’odore della polvere e del cemento, il freddo, l’eco di un respiro affannato, flebili e inconsistenti tracce di luce nell’ambiente, vasto e oscuro, mai quanto il Buio che li ha rilasciati nel parcheggio sotterraneo.

La prima cosa che percepisce Max è il dolore, sente il suo corpo dilaniato, all’interno e all’esterno, dilaniato e vuoto.

Sanguina dai tagli sulla pelle e nei muscoli, che più in profondità diventano crepe sulle ossa. Spalanca gli occhi in una smorfia di sofferenza, si sente soffocare è inghiottire aria non gli dà alcun sollievo; le dita vanno d’istinto al petto in fiamme, dove sa spuntate una lama ricurva, ma non c’è nessuna ferita fisica, le falci del mietitore sono armi spirituali e nel corpo di Max non c’è più traccia di Tenebra con cui possano interagire. Cade a terra, la vitalità scema rapidamente e non ha più un briciolo di energia per trattenerla.

«Le anime nere… dove sono? Dove le hai mandate?» chiede al volto osseo che vede sfocato davanti a sé.

«Sono nel luogo che spetta loro per aver rifiutato il Flusso» risponde il mietitore.

Poi gli dà le spalle e si incammina verso i ragazzi riversi a terra.

«No! Dove vai?!»

Max arranca, striscia in terra per raggiungerlo, anche se ogni minimo movimento è una prova di agonia.

«Aspetta, rimandami là, ne ho bisogno.»

Alle sue spalle, Sasha si alza in piedi, non fa rumore, anche se non si cura di essere silenziosa; con la punta delle dita tocca il labbro superiore e osserva i polpastrelli sporchi di sangue, si pulisce con il dorso della mano mentre si guarda attorno. Individuato il suo obiettivo, si dirige con calma verso il maglio di legno abbandonato in terra e lo raccoglie.

Zoppica leggermente e da come regge l’arma è evidente che anche una spalla è compromessa, ciò non le impedisce di raggiungere Max con passo claudicante. Non parla, non lo avverte, non si gode il momento di trionfo; alza il martello e gli fracassa la testa con un solo colpo dietro la nuca.

***

“Prego, non c’è di che.”

Nick scopre in questo momento di poter esprimere ironia anche in forma di coscienza.

“Immagino che adesso siamo pari” aggiunge.

Il mietitore spettrale è fermo di fronte a lui, le falci nascoste sotto il manto di stracci.

“Hai assolto al patto – dice lo spettro dopo un lungo silenzio – Puoi scegliere.”

“All’amarena” risponde Nick.

“Non capisco.”

“Vorrei una granita all’amarena – sta scherzando, ma è anche sincero – È una delle cose che mi mancheranno da morto, credo.”

“Non è necessario. Puoi scegliere.”

“Non si direbbe.”

Lo spirito del ragazzo indica con la testa il cadavere sotto di loro, il corpo devastato che animava fino a pochi minuti fa.

“E tu?”

“Non mi è richiesto.”

“Ci hai portato via. Anche se non ti era richiesto.”

Il mietitore tace ancora prima di rispondere.

“Qualcosa è cambiato.”

“Immagino sia così – annuisce la coscienza – E non si torna indietro.”

“No.”

“Allora non rimane altro che andare avanti.”

“E sia.”

***

Dal cadavere di Max sorge, alla luce di un evento inconsueto e di rara intensità, una coscienza la cui cristallina purezza è inquinata al midollo dall’ombra di una follia antica e di una cattiveria coltivata e fatta crescere in anni di sofferenza propria e altrui.

La coscienza liberata di fresco si muove nei vincoli delle sue catene spirituali con la disinvoltura dell’abitudine e la conoscenza istintiva della nuova condizione; vuole e pensa in continuità con la vita biologica che ha appena abbandonato, spinta dalla brama di potere e di vendetta. Percepisce il corpo privo di sensi di una ragazza a poca distanza, una giovane di cui ha già sperimentato le potenzialità; desidera quel corpo, non ragiona se sia possibile o no possederlo e usarlo, la spinta a muoversi verso di lei è quella dell’istinto e dell’urgenza.

Protende tutta la sua forma verso quell’involucro inerme, sta per raggiungerlo, ma si blocca, per paura di ciò che si sta materializzando davanti alla ragazza. Dall’l’oscurità che ricopre il terreno si alza una figura longilinea, coperta interamente di vesti opache, a eccezione del volto: un teschio che emerge dalle ombre del cappuccio. Tra le mani stringe il lungo manico nero di una falce dalla lama d’osso.

Lo spirito di Max arretra di fronte al mietitore, prova a fuggire dal naturale corso degli eventi come ha già fatto in passato; un guizzo bianco gli dice che non c’è riuscito. La falce cala sui giusti e sui reprobi.

***

I due ragazzi passeggiano con pigrizia sui vialoni costeggiati da cipressi, godendo il tempo e il silenzio che si sono concessi.

«Grazie per avermi accompagnato» dice Carlotta.

«Non sono stato del tutto onesto» confessa Nick.

«Lo immaginavo, non deve essere il massimo farmi da spalla nel mio tour del cimitero.»

«Non è quello. Devo salutare anch’io una persona.»

Lei lo guarda e sorride.

«Ti accompagno.»

Anziché girare per recarsi all’uscita, proseguono e scendono degli ampi scalini che li conducono a una struttura ariosa; la città dei morti, dove tra strade e incroci lucidi e silenziosi si aprono piazze coperte, circondate da muri con i nomi e i volti di chi non c’è più.

Un po’ incerto, Nick si addentra su una direttrice principale e si ferma all’altezza della quinta campata dall’ingresso; sulla sinistra si alza una parete divisa in file e colonne di riquadri marmorei. Nick scorre lo sguardo sulla seconda fila e si ferma su un loculo ben preciso.

La scritta metallica in caratteri capitali dice che si chiamava Deborah, la data dice che era troppo giovane per morire. La faccia nell’ovale alla sinistra del nome mostra un volto sottile e aggraziato, dal sorriso generoso e gli occhi allegri, incorniciato d’oro dai capelli disordinati.

«Era molto bella» dice Carlotta, al suo fianco.

Lui annuisce stringendo le labbra.

«Vuoi che vada a prendere dei fiori? Forse le farebbe piacere.»

«Credo di sì – risponde continuando a guardare avanti – Le piacevano i fiori.»

Ascolta i passi di Carlotta che si allontanano lungo il corridoio finché non si spegne anche la loro ultima eco. Poi rimane solo e sulla superficie di marmo grigio, tirato a specchio, vede il proprio riflesso, in cui la metà del volto che rimane più in ombra ha le sembianze di un teschio. Annuisce a una domanda silenziosa e il teschio scompare quando vede alle sue spalle spuntare il riflesso di una ragazza. Si gira, la ragazza è lì davanti a lui, sembra leggermente spaesata e imbarazzata, si sistema i capelli biondi lunghi dietro un orecchio con la punta delle dita, alza lo sguardo a ricambiare il suo e abbozza un sorriso.

“Ciao Nick.”

Nick deglutisce e trattiene le lacrime.

“Ciao Deborah.”

***

Carlotta cammina a passo spedito sperando di aver preso l’ingresso giusto. Chiede sempre a qualcuno di accompagnarla perché si perde con estrema facilità per le vie del cimitero, ma stavolta doveva lasciare solo Nick – certe cose è meglio affrontarle da soli – e così è rimasta sola anche lei, con un bellissimo mazzetto di ciclamini in mano, a cercare di ricordare dove avesse lasciato il suo compagno.

Persa nei pensieri quasi va a sbattere contro la figura esile, dai toni bianchi e neri, che le si para davanti all’improvviso.

Lancia un gridolino per lo spavento, poi riconosce la ragazza.

«Ciao Sasha.»

Sasha indossa abiti ordinari, ma porta una borsa a tracolla da cui spunta il manico del maglio di legno.

«Mi hai spaventato.»

«Scusami» risponde.

«No, figurati. Che… bello vederti. È proprio un posto adatto… a te. Cioè, nel senso… Che ci fai qui?»

«Ti stavo cercando.»

Carlotta rimane sorpresa e nel cercare di non darlo a vedere lo rende ancora più evidente.

«Ma certo! Arrivo subito, vado a posare questo…»

Sasha le mette la mano sul polso e la fissa intensamente.

«Aspetta, lasciali soli.»

Carlotta intercetta Nick a qualche decina di metri, ha gli occhi chiusi, non c’è nessuno con lui, le sue guance sembrano lucide.

«Credi che potrà trovare pace?» chiede alla giovane femina.

«A chi ti riferisci?»

Un breve bagliore nebuloso luccica davanti a Nick e subito si disperde salendo verso l’alto. Apre gli occhi e le guarda.

«Ci vorrà tempo» dice Sasha.

“Ci vorrà tempo” pensa Carlotta.

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