Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 33

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 33

Sasha esce dal bagno con indosso un accappatoio giallo troppo grande per lei e un asciugamano in testa che sta sfregando energicamente sui capelli lucidi.

Nel corridoio la aspetta Nick, con occhiaie profonde e aria preoccupata.

«Ho fatto il caffè» le dice.

«Grazie. Finisco di asciugarmi i capelli e arrivo.»

Le labbra del ragazzo si stringono in una smorfia di disappunto.

«Nelle mie condizioni una doccia non è una perdita di tempo – puntualizza lei – È la terapia minima per riuscire a combinare qualcosa di utile.»

Nick gira la testa per guardare un punto indefinito verso la cucina.

«L’hanno presa dei mostri.»

Sasha smette di frizionarsi i capelli e lascia che l’asciugamano bagnato le cada sulle spalle.

«Sono gli stessi mostri che hanno ucciso mia nonna, te lo ricordi?»

«Ti chiedo scusa. Non riesco a togliermi dalla testa che ogni minuto è prezioso.»

«È prezioso se sai cosa fare, altrimenti è solo un altro minuto come gli altri. Tempo perso.»

Gli regala un’espressione comprensiva prima di continuare.

«Dammi solo qualche istante, davvero. Carlotta è più tosta di quello che sembra, mi ha tenuta insieme mentre tutto si disfaceva. E poi è sopravvissuta a te no?»

Nick annuisce in silenzio, va in cucina e versa il caffè in due tazzine, mette anche dei biscotti da colazione in una ciotola.

Qualche istante dopo Sasha è seduta di fronte a lui.

«Cosa è…?»

La domanda viene interrotta da un gesto deciso della mano della ragazza, la stessa mano con cui prende un biscotto e lo porta alla bocca. Nick beve il caffè e aspetta che Sasha abbia finito di fare colazione, senza dire nulla.

È lei a ricominciare, mentre sta ancora masticando l’ultimo morso di biscotto e si sfrega le mani per pulirle dalle briciole.

«Dopo quello che è successo al capannone mi sono persa, o meglio, ero bloccata in un luogo grigio, uno sterminato deserto di cenere. Credo di aver camminato, a volte la sensazione era quella, anche se il paesaggio cambiava in maniera indipendente da quello che facevo; le distanze e le direzioni non avevano molto significato. Ovunque guardarsi, la foschia all’orizzonte mi appariva come una barriera, un muro che mi imprigionava in una zona di crepuscolo tra la Luce e la Tenebra.

«Percepivo quello che accadeva, almeno in parte, cioè, quello che stava accadendo qui; credo di aver visto anche te e Carlotta, tutto mi appariva come gigantesche ombre cinesi proiettate sul velo di nubi all’orizzonte.

«Solo quando quel mostro… Gredy hai detto che si chiama?»

Nick annuisce.

«Solo quando Gredy mi ha toccata sono tornata indietro. Dall’altra parte, nel deserto, il cielo è stato coperto da un’ombra pesante, ho sentito delle forti vertigini, non riuscivo a reagire in nessun modo e la cenere saliva sulle caviglie e sulle gambe, mi risucchiava o forse ero io a sprofondare, come nelle sabbie mobili.

«Ero già sprofondata completamente quando ho visto in maniera diversa il luogo dove mi trovavo: non ero schiacciata tra uno strato d’ombra e uno di luce, ma la luce… era come un minuscolo pianeta immerso nello spazio infinito della tenebra.»

Il ragazzo poggia la mano sulla sua.

«Quando sei rinvenuta, cosa è successo?» le chiede.

«Mi sentivo intorpidita, vedevo e sentivo le cose in modo attutito è distorto, avevo l’impressione di essere sotto l’acqua e di guardare fuori.

«Però Gredy era lì, ne sono sicura, è mi stava accarezzando una guancia. Di colpo si è girato e vicino a lui c’era Carlotta con in mano una padella. Gli ha detto qualcosa con tono minaccioso. Credo che Gredy abbia riso, poi l’ha colpita in faccia e lei si è accasciata; se l’è caricata in spalla e se n’è andato.

«Io volevo inseguirli, ma le braccia e le gambe non mi rispondevano, sono caduta dal letto, ricordo di essermi trascinata per qualche metro e poi… ricordo solo che agitavo il maglio della nonna contro degli sconosciuti. Quello che è successo dopo lo conosci.»

«È quello che è successo prima che mi sfugge. Perché l’hanno presa? Sente che dovrei saperlo, che il mietitore dovrebbe saperlo, ma vedo solo alcuni elementi, mi sfugge il quadro generale.»

«Parli di Max?»

«C’è lui dietro a tutto questo, no?»

«Io credo di saperlo.»

Nick fa una smorfia di sorpresa e ritrae la mano per mettersi braccia conserte.

«Quando avete tentato di liberarmi da… insomma, quando Max è venuto a riprendersi suo figlio, io ero con Carlotta, dall’altra parte; lei mi stringeva e attraverso di lei ho visto il quadro generale, come lo chiami tu, o almeno qualcosa che gli poteva somigliare.

«Tutto era collegato, delle correnti, piccoli lampi univano tutte le sagome. E Max… lui non era solo, c’erano alcuni esseri che derivavano da lui, tre ombre.»

“I Mara” pensa Nick.

«Anche lui, però, derivava da un’altra figura, io non lo so cos’era, ma sembrava impazzita dal dolore, un dolore conosciuto, lo stesso che avrei potuto provare io.»

«Una ragazza torturata.»

Il sussurro, appena udibile, di Nick spinge Sasha a interrompere il racconto.

«Non ho capito.»

«Ascolta, Sasha, quando mi hai visto, a casa di Carlotta, hai detto Momoti

«Sì, ti vedevo come il mietitore, sapevo che eri tu, ma vedevo lui, e quando mi parlavi sentivo solo rumore…»

«Di pietra sfregata, lo so.»

«Ero ferita e shockata, come diceva mia nonna, quando la carne soffre, lo spirito si esalta.»

«È quello che è accaduto, all’origine di tutto c’è stato un errore che ancora adesso causa sofferenza.»

«Continuo a non capire.»

«Non capisco neanch’io.»

«Allora come fai a sapere che è così?»

«Non lo so, è il mietitore a saperlo, lui è l’unico a parte Max a essere stato presente fin dall’inizio.»

***

L’origine dei poteri di Max. Questo hanno visto Sasha e Carlotta fuori dai loro corpi.

Un quadro che il mietitore ha assimilato e ricondotto a un evento di cui è stato testimone. La notte in cui Max sarebbe dovuto morire. La notte in cui lui sarebbe dovuto morire. Il luogo in cui la carne ha sofferto e lo spirito è stato esaltato nella Tenebra. Il luogo in cui il mietitore ha fallito.

Il Buio gli scivola attorno, sa dove deve dirigersi, l’ultima volta che è stato condotto lì c’era un’anima intrappolata a richiamarlo, e non dimentica; non sa dove si trovi esattamente Carlotta, così sfrutta al massimo i suoi sensi spettrali per riconoscere, tra l’infinità di luci appena percettibili, quella che appartiene alla ragazza e farsi guidare nel punto preciso; ignora i piccoli brillamenti delle coscienze in fin di vita, ignora la missione, ma stavolta il mietitore è con lui, i loro bisogni convergono in quella corsa disperata attraverso la Tenebra interstiziale, per arrivare in tempo, almeno stavolta.

Emerge dal buio, stranamente sbuca dal centro della stanza, deve essere quello il posto più in ombra, non ci sono luci, non è neanche una vera e propria stanza, è più una grossa rientranza squadrata, un cubo dalle pareti di cemento a cui manca un lato, che si affaccia su un cantiere sotterraneo abbandonato.

A uno angolo percepisce la massa enorme di Gredy, ansima ed emette un ringhio mentre si sporge in avanti; al ringhio rispondono le urla di paura e i singhiozzi della ragazza oggetto delle attenzioni del mostro.

Carlotta agita le braccia nella completa oscurità, nel tentativo di difendersi.

«Ti prego! – supplica – Vi ho detto tutto!»

Gredy non la sta aggredendo, gioca con lei, un gioco sadico di molestie e di spaventi; quando lei gli passa sotto un braccio e prova a scappare alla cieca, però fa una torsione del busto e la afferra per i capelli; la coperta consunta e impolverata che ha indosso non riesce a nascondere la sua bestiale eccitazione.

Strattona la ragazza, emettendo un ringhio di trionfo, e le reclina a forza la testa; quando lei urla per il dolore le infila un dito deforme in bocca e lo spinge fino in gola e poi ancora dentro e fuori, finché non si sente un gorgoglio soffocato, allora la lascia cadere carponi. Con le mani a terra, Carlotta vomita bile e sangue.

Ancora più eccitato dalla sofferenza e dall’umiliazione della ragazza, Gredy si mette in ginocchio alle sue spalle e le si appoggia, quando lei prova a trascinarsi via, la afferra per il collo, le piega un braccio dietro la schiena e le schiaccia lo sterno al suolo, mentre con le ginocchia le tiene le gambe divaricate. Comincia a strusciarsi su di lei mentre emette dei versi gutturali che potrebbero essere intesi come delle risate.

Quando il mietitore lascia il Buio dietro di sé ed emerge completamente, Gredy lo percepisce e lascia perdere la sua attuale occupazione con un grugnito infastidito; spinge Carlotta da un lato e si gira per fronteggiare lo spettro della morte.

Non attende presentazioni o minacce; lo carica a testa bassa e braccia larghe, travolge la figura longilinea e la trascina nella sua corsa contro la parete della stanza.

Il mietitore si lascia scivolare nel Buio per riemergere alle spalle del mostro in tempo per vederlo impattare da solo contro il cemento impolverato; quando si gira per affrontarlo di nuovo lo falcia. Una lunga ferita si apre sul petto di Gredy, ma mentre il mietitore alza la falce per colpirlo ancora, balza in avanti e afferra con entrambe le mani il manico nero dell’arma.

Il confronto di forza mette alla prova entrambi, finché Gredy non lancia un urlo di rabbia e spezza in due la lunga asta; con lo stesso impeto afferra la veste del mietitore, lo solleva sopra la testa e lo schiaccia a terra. Senza dargli tregua lo prende a pugni sul volto scheletrico, solo una fitta di dolore frena la sua foga selvaggia; si stende in tutta la sua altezza e una specie di danza grottesca si gira e si abbraccia cercando di raggiungere con le mani la schiena, solcata in profondità da due tagli obliqui.

Il mietitore è di nuovo in piedi, in ciascun pugno stringe il manico d’ebano di un falcetto dalla lama ossea. Come una mantide turbina intorno al mostro tempestandolo con archi sanguinanti che lasciano il corpo deforme coperto di tagli.

Ignorando il dolore e le ferite, Gredy si fa largo in mezzo alla pioggia di colpi e afferra i polsi dell’avversario; bloccati così gli attacchi azzanna il braccio sottile appena sotto la spalla e strattona, come un cane che sbrana una carcassa. Sente la dura sostanza di cui è composto il corpo spettrale cedere sotto la morsa dei suoi denti e moltiplica la foga per mutilare nemico e ottenere il vantaggio definitivo. Da quando si è risvegliato è cieco, le sue percezioni alterati sopperiscono alla mancanza della vista, ma lo sforzo e la tensione del combattimento sono tali che per un attimo lo tradiscono; si accorge che il mietitore non tenta di liberare il braccio dalla sua morsa, si accorge che apre la bocca – pensa che stia urlando di dolore – , si accorge che la spalanca in modo disumano, purtroppo si rende conto delle sue reali intenzioni solo quando i denti della faccia da teschio gli si piantano nella carne del viso e della nuca.

Quando li sente grattare su cranio, lascia la presa sui polsi e indietreggia verso l’uscita della stanza spingendo lontano da sé il mietitore; stordito dal dolore, inciampa e continua ad arretrare strisciando sulla schiena. Il mietitore si prende il tempo di rinsaldare il braccio quasi staccato e poi ridà forma tra le sue mani alla falce nella sua interezza, quando la alza per colpire, Gredy gli lancia contro un blocco di cemento grande quanto un comodino e scatta verso uno dei tanti residui del vecchio cantiere incompiuto, una macchina grossa e squadrata, alta quasi quanto un uomo, che incorpora qualcosa di simile alla vasca di una betoniera; la afferra e con un grido di rabbia la issa sopra la testa. Per quanto possa essere stato veloce, il Buio è ovunque allo stesso tempo; quando si gira con l’idea di lanciare il carico, ti trova di fronte il suo avversario, quasi non lo percepisce muoversi, un brevissimo bagliore precipita attraverso l’oscurità e Gredy non sente più la gamba sinistra, per pochi istante mantiene la posizione statuaria, poi, sotto il peso della betoniera, il moncherino della coscia scivola sul taglio obliquo e crolla, schiacciato dalla sua stessa arma.

Strilla, più per rabbia che per dolore, un braccio è bloccato sotto il suo corpo, con l’altro fa forza contro la macchina che lo schiaccia per spostarla e sul pavimento per spostarsi, anche mutilato in quel modo è forte abbastanza per riuscirci. Avendone il tempo.

Il mietitore è lì e decide che il tempo è scaduto.

***

La sagoma longilinea e il teschio grigio si stagliano dell’oscurità totale del sotterraneo, i contorni sono a stento distinguibili per via del pallido chiarore che emana dalla lunga lama della falce che impugna in una mano, nell’altra mano regge una testa deforme e deturpata, dal collo mozzato gocciolano ancora umori viscosi.

Quando si accende il fascio di luce, quello che entra nella stanza squadrata è un ragazzo dall’aria preoccupata, la testa mozza e posata qualche metro indietro, quasi invisibile tra le macerie e i calcinacci.

Nick orienta la torcia del telefono fino a individuare la fonte del pianto sommesso. Carlotta è raggomitolata su se stessa, schiacciata contro il cemento della parete, quando viene illuminata nasconde la testa tra le braccia lanciando un urlo stridulo.

«Carlotta» la chiama Nick.

«Lasciatemi in pace! – risponde lei tra le lacrime – Vi prego!»

«Carlotta, sono io, Nick.»

La ragazza alza gli occhi verso di lui, nel suo sguardo ci sono i segni ancora freschi di un terrore inciso a fuoco; paura e vergogna.

«Gli ho raccontato tutto – confessa – tutto quello che avevo visto, per me non aveva alcun senso, ma per loro sì. Mi dispiace Nick, ho provato a resistere…»

L’abbraccio la zittisce e Carlotta si lascia cullare senza dire nulla, preme la faccia contro il petto del ragazzo e rimane immobile finché non smette di singhiozzare e il respiro si regolarizza, a quel punto si scosta quel tanto che le serve per mettersi seduta.

«Dopo che gli ho detto quello che volevano sentire, mi hanno portato qui e Max mi ha lasciato con… con quello. “Sei stato bravo – ha detto – ecco il tuo premio”.»

Nick le offre un sorriso triste e una carezza sulla guancia.

«Mi dispiace, non dovevo lasciarti sola.»

Carlotta prende il palmo dalla sua guancia e lo stringe tra le mani.

«Perché Max è voluto venire qui?»

«Vedi, Max è come me, una sorta di posseduto, solo che il suo “demone” non è un’entità definita, è ogni coscienza corrotta relegata da sempre nell’Oscurità. È da questo che scappava il mietitore quando si è rifugiato dentro di me, le anime nere. Max le contiene e le controlla, entro certi limiti, ma il potere di richiamarle dall’Oscurità non gli appartiene, ancora, ci sono un dolore, una follia e una disperazione molto più grandi dietro. Avrei potuto capire prima che si trattava di questo posto.»

«Come? A loro detto io ciò che li ha condotti qui.»

«Qui è dove è cominciato tutto. Le cose gli sono sfuggite di mano, e il mietitore non ha completato la sua missione. Sarei potuto tornare e chiudere la questione in qualsiasi momento…»

Nick si alza in piedi, rivolto verso la parete mancante, e si pulisce alla meno peggio dalla polvere. Carlotta lo imita poco dopo.

«E adesso?» domanda la ragazza.

«Adesso fermerò Max una volta per tutte, non è ancora troppo tardi.»

«Come lo sai?»

«Max ha bisogno di me.»

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