Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 32

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 32

Il caos ha preso forma nel sangue che sgorga dai corpi massacrati e inonda il pavimento del padiglione principale. Uomini e donne pervasi dagli spiriti oscuri che con le mani e i denti fanno a pezzi loro simili spinti da una fame insaziabile di vita, di esistenza, da carpire e divorare nell’ultimo fulgido bagliore precedente la dissoluzione delle vittime terrorizzate.

Emergendo dalle ombre, il mietitore osserva lucido l’atroce spettacolo, insostenibile allo sguardo umano, ne analizza ogni aspetto alla ricerca della volontà dominante dietro la mattanza. Cerca Max e lo individua sopra il palco, in piedi, con le braccia rivolte al cielo, in estasi, ride con la metà del volto che è ancora in grado di simulare un’espressione di gioia e di trionfo.

Perso nel ghigno folle del nemico, lo spettro nero subisce in pieno il pugno di un posseduto all’altezza dello stomaco; la sua anatomia non ha punti di particolare debolezza, come quella umana, ma il colpo piega in due la sua figura longilinea, costringendolo a piegarsi e a puntare un piede in dietro per non cadere. Contemporaneamente la falce si forma tra le sue mani e con il lungo manico nero colpisce in faccia l’aggressore. Un altro subito dopo viene respinto da un calcio allo sterno e un terzo, che gli salta addosso, viene catapultato alle sue spalle. La folla di invasati è troppo grande per poter essere gestita in quel modo, cercando di non far loro del male, così il mietitore allarga le ali, le abbatte sul malcapitato che lo circondano e si alza in volo.

Sente una stretta alla caviglia prima che il suo decollo sia frenato da uno strattone verso il basso. Benché con il primo slancio si sia già alzato ad alcuni metri dal suolo, gli invasati si sono arrampicati gli uni sugli altri per consentire a un ragazzo allampanato di allungare la mano e di afferrarlo.

Il pensiero razionale è vinto dell’urgenza, un lampo bianco guizza nell’aria e il braccio del ragazzo viene reciso appena sotto il gomito; la piramide umano crolla innaffiata dalla fontana di sangue che zampilla dal moncherino, mentre il mietitore si alza con ampi movimenti delle ali sfrangiate e si getta in picchiata contro Max.

Stabilisce un legame mentale, avverte il satanista che lo sta venendo a prendere, un dettaglio inutile, irrilevante, vuole comunque che lo sappia; sbatte ancora le ali, accelera la sua caduta, richiama lo sguardo di Max, gli fa abbassare il volto, lo strappa alla sua estasi, ma non riesce a farlo smettere di sogghignare.

L’impatto è violentissimo e lo confonde per una manciata di istanti. A pochi metri dall’obiettivo viene intercettato dal salto di uno dei maestri posseduti dai Mara, la fronte dell’uomo contro il suo teschio.

Cadono entrambi sul palco con un tonfo sordo e scricchiolio di truciolato. Prima che l’eco della caduta si sia disperso nel tumulto sottostante sono di nuovo in piedi. La testa del maestro è contusa; un lungo spacco si apre sul sopracciglio sinistro, circondato da carne pesta e livida. Il maestro sanguina copiosamente, ma pervaso da una forza innaturale che nega l’istinto di sopravvivenza, barcolla appena.

Gli altri due maestri si staccano dai fianchi di Max e attaccano il mietitore con raffiche di colpi precise e coordinate. Lo spettro della morte si difende e studia i loro attacchi per cercare di eluderli e arrivare al bersaglio. La situazione muta ancora quando anche il primo anziano si unisce alla danza di morte; perfettamente sincronizzati; i tre corpi gli vorticano attorno guidati da un’unica mente, emanazione di una coscienza letale e spietata, è il bersaglio è a stento visibile nello scambio continuo degli avversari in rapido movimento.

Per quanto possa essere folle, la mente umana tende a ripetersi, la ragione spinge ad agire secondo alcuni schemi, che una volta individuati permettono al mietitore di contrattaccare. I primi colpi dell’asta nera vanno a segno, poi i tre posseduti si ritirano dalla lotta per disporsi equidistanti a difesa serrata del loro signore.

Max scosta con una mano la donna anziana e si porta al suo fianco.

«Su, su, non c’è bisogno di litigare, possiamo trovare un’intesa.»

Il mietitore impugna il bastone con una sola mano e ne poggia un’estremità a terra.

«Perdona… – Max guarda perplesso il volto tumefatto e coperto di sangue di uno dei maestri – Sì, insomma, le ragazze; sono giovani, non capiscono ancora bene tutto, si fanno prendere dall’euforia per i nuovi giocattoli, diciamo.»

Una luce soffusa rivela all’altra estremità del manico nero una lama candida e ricurva.

«Uh… Ecco uno a cui piace il suo lavoro, l’ho pensato subito – lo indica con il dito senza allungare il braccio – Sei dannatamente efficiente, è non ti piace perdere tempo, vero? Però hai commesso un errore: ti sei andato a compromettere con una creatura tremolante, piena di dubbi e di incertezze. Ma sì, e poi chi sono io per giudicare, voglio dire – fa un cenno con la testa a includere i maestri – me la faccio con tre minorenni fantasma, ahahah. Però. Però la tua strana relazione ti sta costando cara, lo posso immaginare. La vita di quel tizio ti è entrata in circolo, come una malattia venerea, le sue debolezze ora sono anche le tue: sei un po’… come si dice, ah sì, umano.»

Nessun preavviso; il mietitore scatta in avanti alzando la falce. Max quasi cade nell’arretrare e la lama d’osso gli sfiora il volto deturpato.

«Lo vedi? – dice il satanista mentre i maestri ingaggiano scontro in sua difesa – Sei anche diventato permaloso. Quel coglione finirà per rovinarti, credimi.»

Lo spettro nero si difende; ogni tentativo farsi spazio ferisce i corpi occupati dai Mara.

«Ascolta, possiamo andare avanti all’infinito, la tua missione non è uccidere, e la missione è tutto. Il mietitore libera le anime, giusto? Mentre quelle tre ragazzacce non si fanno tanti scrupoli. Per fermarti faranno a pezzi quei poveri innocenti, anzi, lo faranno fare a te. E tu non puoi. Certo, davvero innocente a questo mondo non…»

La frase è interrotta dallo scatto di braccia sottili e salde come l’acciaio, un arco biancastro corre come un lampo per tutta la lunghezza del maestro che si trova di fronte al mietitore. Sul palco rimangono tutti immobili, mentre, una linea rossa si disegna dalla sommità della testa fino all’inguine del vecchio. Il corpo si divide lentamente in due; per un attimo le due metà rimangono erette, ognuna in piedi sulla propria gamba, poi crollano rilasciando il loro contenuto organico, resta solo la sagoma eburnea del Mara, con gli occhi spalancati e l’espressione allibita, l’attimo dopo l’espressione scompare, dissolta insieme a tutta la figura della giovane donna dai capelli corvini.

Max sembra altrettanto stupito.

«Dio, che schifo! – urla spalancando l’unico occhio buono – Sei un maledetto bastardo!»

«Sono un po’ umano» risponde il mietitore.

Nella sua voce sepolcrale non c’è alcun cenno di ironia.

Si proietta davanti al ragazzo e gli tira una testata in pieno volto, aspetta che si pieghi per tamponare con le mani il sangue che gli esce dal naso rotto per colpirlo dal basso verso l’alto col manico della falce impugnato come una mazza. Il rumore secco è quello della mandibola che si frattura mentre il suo proprietario fa un volo per la forza del colpo e atterra alcuni metri più in là.

Gli si avvicina caricando la falce oltre la spalla, è rapido nei movimenti, ma non così rapido da non far vedere al suo bersaglio che sta per giungere la sua fine.

«Mi hai fregato, totalmente dice Max reggendosi il naso – Ma l’amica dell’umano bastardo sta per fare una brutta fine.»

Qualcosa ferma il mietitore, la figura spettrale vuole avanzare, è evidente, come è evidente che un’altra forza lo trattiene.

«Gredy è andato dalla tua amica, se vai via ora forse la raggiungerai in tempo per evitare che le metta le mani addosso. Era molto eccitato quando gli ho detto di prenderla; speriamo non abbia capito male.»

Max si rialza e si avvicina al teschio.

«Vuoi davvero perdere tempo con me? Oh, sì che vuoi, è la tua missione, nulla è più importante per te. Ma lui riesce a comandarti vero? L’umano dico. Ti fa fare cose che non vuoi. Ora per esempio ti costringe a correre a casa di un’altra umana per cercare di salvarla, anche se lei non conta nulla nel quadro generale. Mi dispiace per te.»

Il Buio assorbe il mietitore, che pare sprofondare in una pozza di ombra liquida sulla superficie del palco. Mentre ogni immagine della realtà viene sostituita gradualmente dal nero vuoto, Max lo saluta dietro una maschera di sangue e lo saluta con la mano.

***

Questa volta il Buio è reticente a lasciarlo andare, lo sente, una parte di sé non vuole davvero uscire, deve strapparselo di dosso come un sacco amniotico e quando finalmente emerge nella realtà quella parte gli si nega, si rifugia nel profondo e lo lascia solo. Nella strada buia c’è solo Nick.

È disorientato, i sensi lo tradiscono, qualcosa gli dice di andarsene, di tornare indietro, ma è qualcosa che non gli appartiene, è la volontà del mietitore.

I lampioni rotti, l’odore di sangue che sale dell’asfalto, ombre celate nelle ombre; nonostante la confusione, riconosce il luogo: è quello in cui si è scontrato con Gredy.

«Che ci facciamo qui? Torniamo indietro. Possiamo chiudere i conti con Max. Dobbiamo!»

Trasformare in parole la smania che sente contorcersi nel petto lo aiuta a contrastarla.

«Non ora!»

Simula un triste monologo in cui la ragione cede il passo a bisogni primari ed esistenziali; l’istinto egoista di protezione verso ciò che definisce un’esistenza, sia esso l’umanità focalizzata in un unico individuo in pericolo o l’intera struttura energetica che sorregge la realtà.

Nel bisogno non esiste una gerarchia di valori univoca, valida in assoluto. Nella confusione delle identità l’uno vale come il tutto.

Nick è a malapena in grado di reggersi in piedi, barcolla senza una volontà definita a guidarlo.

«Dobbiamo farlo!»

Dice a se stesso con voce contraffatta.

«Non ora!»

Ripete con la voce rotta dal pianto.

Scosso da violenti scatti, crolla a terra con la testa tra le mani, alternando una personalità all’altra.

«Tutto a posto?»

Sente appena la voce preoccupata del ragazzo che si è fermato a una certa distanza, e anche il sussurro della ragazza che gli è al fianco e gli tira il braccio.

«Lascialo perdere, è ubriaco.»

«Forse sta male» dice lui.

«E chi se ne frega» ribatte lei.

Il giovane si sporge e alza il tono.

«Ehi, scusa, va tutto bene?»

La compagna gira lo sguardo con aria scocciata.

«Ma dai…»

“Aiuto…» pensa Nick.

Vorrebbe che qualcuno lo aiutasse, certo quei due ragazzi non ne sono in grado, ma il solo pensiero di questa debolezza, che gli attraversa la mente, lascia campo al mietitore per avanzare ed emergere.

«Andate via!» grida.

Il suono che esce è però quello del crollo di una montagna e dal terrore che legge negli occhi della coppia capisce che la voce non è l’unica parte manifesta dello spettro; sta prendendo il sopravvento, sente già la sua fisionomia mutare, la pelle del volto lacerarsi e ritirarsi sulle ossa e poi nelle orbite per rivelare il teschio sottostante.

Le urla dei giovani che fuggono si accompagna ai colpi selvaggi che gli scuotono la testa dall’interno. Il mostro vuole prendere il sopravvento e l’uomo, in fondo in fondo, scopre di volere la stessa cosa. Tirando le somme, tutto quello che è riuscito a combinare da solo è stato mettere in pericolo chi aveva vicino, se lascia vincere il mietitore almeno non sarà stata colpa sua. Il senso di colpa è l’unica cosa che lo spinge a fingersi un eroe; la colpa che offusca le immagini di Sasha è Carlotta e fa sbiadire il ricordo di Deborah. Colpa, rimorso, rimpianto. Tutte cose che il mietitore non comprende, non ha mai sperimentato, di fronte a cui arretra.

Ancora le ginocchia e le mani sul marciapiede, Nick ride fino alle lacrime di un riso folle e isterico, è quando sono finite sia le risate, sia le lacrime, non gli rimane che rivolgersi a se stesso.

«Adesso hai capito? Torneremo da Max, come ho promesso, ma stavolta non lasceremo indietro nessuno.»

***

La porta dell’appartamento di Carlotta è aperta. Nick la vede dall’imbocco del pianerottolo e si ferma sull’ultimo scalino per cercare di regolarizzare il respiro affannato per la corsa.

Ignora il sudore gelato che gli cola bel colletto della giacca ed entra, senza fare rumore, con circospezione, ma spedito verso le voci provenienti dalla camera da letto.

Davanti al letto c’è una coppia di anziani signori che dà le spalle all’entrata. Lei, in vestaglia e ciabatte, si stringe al braccio di lui, in pantaloni di tuta e pile a scacchi, che muove la mano in avanti con gesti volti a rassicurare il terzo occupante della camera.

«Calm’t’, su, nin ta vulimm’ far’ mal’!»

Dall’altra parte del letto, Sasha ha l’aria sconvolta; sopra la camicia da notte indossa la cappa nera che era stata della nonna e con le braccia tese impugna con entrambe le mani il matzolu della femina. I lembi del cappuccio adombrano, senza nascondere, l’espressione disperata e determinata di chi, nella paura, è pronto a tutto.

Lo sguardo della ragazza si sposta dai signori a Nick.

«Momoti» sussurra.

«Eh?»

L’uomo anziano realizza solo dopo qualche secondo che alle sue spalle c’è qualcuno, gira solo la testa, poi arretra stringendo sé la donna per proteggerla.

«Gesummaria!» esclama lei.

«State tranquilli – lo rassicura Nick – Sono un amico di Carlotta.»

«E noi simm’ e vicin’ – dice la donna – abbiam’ sentit’ delle grid’ e simm’ venut’ accà, i’ e mi’ marit’. È ver’, Sasà? Sasà? Sasà!»

«Eh. Ma chist’– indica Sasha – chi è?»

«Ci conosciamo – Nick avanza a passo posato verso la ragazza – Cioè, è una nostra conoscente – continua a fissarla negli occhi – Non è stata molto bene ultimamente.”

«Uh, poverina, possiam’ far’ qualcos’?»

«Non vi preoccupate.»

«Ma sta ridott’ accussì.»

«Me ne occupo io adesso.»

Mentre parla scosta con molta lentezza il maglio brandito dalla ragazza e le poggia una mano sulla spalla.

«Dobbiamo chiamar’ un’ambulanza?»

Negli occhi di lei intravede un barlume di riconoscimento.

«Non sarà necessario.»

Nick abbraccia Sasha e chiede al Buio di accoglierli entrambi.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...