Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 31

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 31

L’ispettore Maffei si aggira tra la folla di invasati, si sente sporco, ferito, confuso, stordito; guarda senza vedere uomini e donne aggredire loro simili, privi di freni inibitori, ascolta senza sentire le urla, i pianti, le grida selvagge che si fondono in un brusio ovattato e indistinto. Tiene la mano sinistra premuta all’altezza della spalla destra, dove una volta era attaccato il suo braccio e ora c’è solo un grumo di carne; la ferita all’occhio non gli fa più male, quella alla nuca quasi non la sente, anche se deve essere abbastanza grave e ancora sta sanguinando.

Gli invasati non gli prestano attenzione, sono troppo occupati nella loro opera di massacro contro chi non è stato toccato dai tentacoli d’ombra.

Nel mezzo della folla opprimente, un’ombra longilinea si muove controcorrente; sventola una falce dalla lama d’osso aprendosi a fatica lo spazio per raggiungere il palco e avanza lentamente calpestando i corpi di coloro che provano a contrastarlo con la mera forza del numero.

Maffei passa in mezzo alla massa sfruttando i varchi tra i gruppetti di invasati, tiene la testa bassa, cerca di non attirare l’attenzione e riesce arriva davanti allo spettro nero senza che nessuno lo ostacoli; lo raggiunge nel momento in cui sta percorrendo un corridoio aperto tra la folla e lo tiene sgombero da aggressori isolati a colpi di falce. Gli viene incontro, gli passa accanto e lo supera.

«Aspetta» dice Maffei con un filo di voce.

Il mietitore si arresta, gira la faccia da teschio, lo guarda, poi si volta di nuovo verso il palco e prosegue.

«Aspetta – insiste – So cosa vogliono.»

La sagoma vestita di nero si arresta e rimane immobile. Con una virata repentina, un unico movimento fluido a stento percepibile, si volta, supera la distanza tra loro e gli si para davanti con le orbite vuote a un palmo dagli occhi dell’uomo.

L’istinto grida a Maffei di scappare o almeno difendersi, invece rimane lì, a stento capace di reggersi in piedi, si sente venire meno, i pensieri si fanno confusi, i sensi lo stanno per abbandonare; si concentra, ignora la paura e prosegue col discorso che si era preparato.

«Sono venuto qui perché quella pazza al commissariato ha detto a te dove trovare Max. Ho provato a fermarlo, ma non ci sono riuscito e ormai è troppo tardi.»

Mentre parlano alcuni posseduti si accorgono di loro e scattano nella loro direzione con le labbra tirate sui denti e gli occhi spalancati; dopo un rapido sguardo attorno, il mietitore intercetta i più vicini con rapide falciate e stende le ali colpendo gli altri.

«Sono venuti qui per cercare qualcosa – prosegue Maffei – e non so come l’hanno trovata, Max e quell’altro mostro.»

Si concede una breve pausa in cui riflette tra sé e sé.

«Certo, che stupido, quello è Gredy, come ho fatto a non pensarci subito; l’aspetto è cambiato, si è adattato al mostro che è.

«Stava… stava strappando i vestiti di dosso a quella ragazza, la stava soffocando, l’avrebbe violentata, ne sono sicuro, non gli ho neanche intimato di lasciarla andare, ho pensato che avrebbe potuto usarla come ostaggio… No, non è vero – sembra avere una piccola illuminazione – Ho solo pensato che volevo sparare a quel figlio di troia, e l’ho fatto.»

Le ali di tenebra del mietiore si piegano e si incrociano per circondarli.

«Anche con un occhio solo era impossibile mancare un bersaglio così grosso. Gli ho piantato tre proiettili in corpo… Tre: uno nella spalla, uno nel fianco e uno nella coscia.

«L’ho colto di sorpresa; non si era nemmeno accorto che ero lì. Ha lasciato andare la ragazza e ha fatto un passo di lato.

«Capisci perché dico che è un mostro? Preso in pieno da tre colpo di pistola e invece di rantolare a terra in fin di vita, quello fa sì e no un grugnito, come come se fossero punture di zanzara.»

Il velo sfilacciato attorno a loro si plasma in una cupola d’ombra che li avvolge e attutisce la confusione circostante.

«La ragazza era caduta a terra ed era così traumatizzata da non riuscire a rimettersi in piedi. Mi sono chinato, l’ho presa sotto il braccio e me la sono tirata dietro mentre continuava a strillare e poi… e poi…»

E poi il Buio li avvolge come un bozzolo e li isola dal caos del padiglione e della mente, svelando l’illusione del racconto e mostrando il ricordo attraverso concitati lampi di consapevolezza.

***

Gredy gonfia il petto e ruggisce la sua sfida con tutto il fiato che riesce a far passare dalla sua gola deforme e poi si getta all’inseguimento. Il grido animalesco riecheggia per tutto il padiglione sovrastano la confusione di centinaia di posseduto e della mattanza che stanno facendo; Maffei lo ignora, continua a correre quanto più veloce può attraverso il mare di persone, aiutando la ragazza sconvolta a fare lo stesso. Solo quando ha l’impressione che lei possa farcela da sola si concede uno sguardo indietro, una rapida sbirciata sopra la spalla gli regala l’immagine del mostro impantanato nella folla, che avanza a fatica colpendo e spingendo le persone, emerge con tutte le spalle sopra la selva di teste, ma la sua mole spaventosa gli è di ostacolo in questo caso; i loro sguardi si incrociano e la bestia ruggisce di nuovo, di rabbia e frustrazione, e per un attimo Maffei riesce a convincersi che ce la faranno.

Si getta sulla sinistra e si lascia tutti alle spalle, tiene la ragazza per mano – cammina da sola, ma deve tirarla per farle mantenere il passo – e la conduce verso uno degli uffici che ha visto entrando nel padiglione. Supera l’ingresso della sala conferenze e si allunga verso la porta in vetro satinato qualche decina di metri oltre; una preghiera senza parole gli attraversa la testa mentre abbassa la maniglia. È aperta. La spalanca, spinge dentro la ragazza ed entra a sua volta prima di chiudersi la porta alle spalle.

L’ufficio non è molto grande, contiene un grosso scrittoio in legno con l’anta frontale piena, qualche sedia, un armadio di metallo con ante a scorrimento alto fino al soffitto e una libreria bassa composta da cubi vuoti.

Stringendo a sé la ragazza, Maffei si accuccia sotto il vano della scrivania e le mette una mano sulla bocca cercando di calmarla.

Quando la porta si spalanca di nuovo, si immobilizzano entrambi. Non un rumore interferisce col battito dei loro cuori che risale dal petto e risuona nella testa. Non un rumore finché passi lenti e pesanti non si accompagnano a un respiro cavernoso e ansimante e invadono il silenzio dell’ufficio.

«Abbiamo una sola opportunità – sussurra l’uomo all’orecchio della sua involontaria compagna –  Io esco, lo colpisco e provo a farlo secco; in ogni caso tu corri verso la porta senza fermarti. Ok? Vai!»

Maffei si alza ed esce di scatto da sotto la scrivania, inquadra Gredy e spara, mira alla fronte, ma ci arriva solo vicino, lo colpisce a lato della testa aprendogli una profonda lacerazione e strappandogli un grugnito di dolore; quando lo vede abbassarsi tenendosi una mano sulla ferita lancia un grido.

«Adesso! Scappa!»

La ragazza, con movimenti incerti, corre verso l’ingresso; Gredy, ancora basso sulle gambe, allarga le braccia e le ruggisce contro, lei urla e invece di proseguire la sua corsa si va a rintanare di fianco alla libreria e piange disperata.

«No! Scappa, maledizione!»

L’ispettore esplode un altro colpo che raggiunge Gredy al petto, lui incassa, ma si slancia in avanti, allunga il braccio e con la mano enorme afferra la pistola assieme al polso dell’ispettore, le ossa della mano si frantumano nella presa; con l’altra mano dà un pugno allo sterno di Maffei e lo schiaccia contro la parete, la costole si spezzano, la nuca incontra una mensola di legno massiccio e si spacca; il mostro dà un ultimo strattone alla mano con cui ha bloccato l’arma da fuoco e la spalla dell’uomo cede, prima i legamenti, poi i muscoli si sfaldano, le ossa si separano dalla carne e il braccio viene strappato via.

***

«Pensavo di morire» dice Maffei.

«Tutto si è fatto buio, il dolore era un fiume bianco sopra la mia testa, ma ho resistito per non svenire.

«Abbastanza inutilmente, visto che ero totalmente stordito, forse per la perdita di sangue non lo so, però non riuscivo a muovere un muscolo, potevo solo stare lì, accasciato addosso al muro, e osservare la scena.

«Gredy ha afferrato la ragazza, l’ha sbattuta con la schiena alla scrivania; lei ha provato a difendersi, lo ha colpito con una grossa cucitrice proprio dove aveva la ferita alla testa.

«Le ha urlato a un centimetro dagli occhi, pensavo che le avrebbe strappato la faccia con un morso, invece le ha preso l’avambraccio e lo ha piegato fino a spezzarle il gomito. Ho sentito lo schiocco, è stato orribile; poi le ha preso il mento, le ha aperto la bocca e le ha infila la lingua in gola. Stava soffocando, quando si è stancato di quel giochetto sadico, l’ha lasciata perdere per un attimo; quella povera disgraziata è rotolata giù dalla scrivania e per terra si è messa carponi a rimettere.

«E mentre lei vomitava, quell’animale rideva e nel frattempo aveva slegato la corda che gli teneva su i pantaloni.

«Sapevo quello che sarebbe successo, non volevo assistervi, ma… non riuscivo a non farlo, a chiudere gli occhi.

«E così ho visto tutto. Ho visto il volto di Max emergere da uno degli angoli in ombra dell’ufficio; solo il volto, come un’apparizione fantasma.

«”L’ho trovata” ha detto, al che Gredy ha fatto l’aria scocciata.

«”Siamo venuti qui per questo, ricorda – ha insistito la faccia – Trovare la ragazza che ha avuto la visione, ci siamo sfiorati per un attimo nell’Ombra; lei sa dove si trova il fulcro, l’ho percepito.

«Il mostro ha detto qualcosa di incomprensibile e si è riaggiustato i pantaloni; ha guardato la ragazza carponi a terra con disprezzo, come se fosse stata un cane rognoso, ma senza ombra di pietà.

«Max lo ha tranquillizzato “Non ti preoccupare ne troverai un’altra”. Sì divertiva, per lui era un gioco. Mentre Gredy le dava un calcio in pancia, sorrideva. “Si vede che non era quella giusta”. Per lui quella ragazza a terra, con la bocca piena del suo stesso sangue, non aveva importanza, era solo una distrazione e quando è finita se n’è andato, al suo posto c’era solo un angolo buio.

«Gredy era già uscito nel frattempo; ho provato ad avvicinarmi alla ragazza, volevo almeno sentire se era ancora viva, ma non sono riuscito neanche a strisciare.

«Forse mi sto confondendo… Perché poi ero in mezzo alla folla nel padiglione e ti ho visto; non ricordo bene come ci sono arrivato, mi sento un po’ spaesato, forse la botta in testa è stata più forte di quanto credevo.»

Le ombre tornano a sfilacciarsi e a diventare evanescenti attorno a loro; come le ali si ritirano nella schiena del mietitore, così il Buio li rilascia nell’ufficio descritto da Maffei. Il suo corpo è disteso a terra, senza un braccio, senza un occhio e con la testa spaccata poggiata alla parete, al termine di una larga strisciata rossa.

«Sono morto, vero?» chiede la coscienza dell’ispettore.

Lo spettro non risponde.

«Eppure sento tutto, più o meno. Mi hanno parlato di sindrome dell’arto fantasma, ma non credevo…»

La vista del corpo spezzato della ragazza interrompe la riflessione e ne apre un’altra.

«Non sono riuscito a salvarla.»

«Non importa» dice il mietitore.

«Hai uno strano modo di consolare la gente.»

Annuisce a labbra strette, poi continua.

«Sai cosa mi farebbe stare meglio?»

«Neanche questo importa.»

«Immagino di no. Li andrai a prendere?»

«Lo fermerò.»

«Proprio di questo parlavo. Ora, sai come si esce si qui?»

Il mietitore alza la falce, sul soffitto crepita un sottilissimo pulviscolo luminoso; Maffei guarda verso l’alto col volto sereno, il mietitore cala la falce.

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