Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 30

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 30

«E che cazzo…»

Pensando a un raduno di meditazione, Maffei aveva visualizzato l’unica stanza della sede del gruppo giovani parrocchiale che frequentava da ragazzo; una decina di sedie di plastica messe a cerchio – ce ne sarebbero entrate al massimo 25 comunque – e una stufetta rumorosa in un angolo. Un pregiudizio, il suo, se ne rende benissimo conto, ma una cosa del genere non se l’aspettava proprio.

Quando aveva letto che il meeting si svolgeva all’Expo Littoria, nella zona industriale lungo la 156, qualche dubbio era cominciato a venirgli. Un polo fieristico non lo vanno a smuovere per 25 piccoli bonzi.

Certo, se i piccoli bonzi sono qualche centinaio la questione è diversa…

Osserva da più di un’ora l’area ricavata nello spazio espositivo nel padiglione principale della fiera – alcune migliaia di metri quadri, aveva letto – gremita di gente, il numero esatto dei partecipanti gli sfugge, può solo ipotizzare che siano più dei 300 che sarebbero entrati nella sala conferenze dell’Expo; lì ce ne sono a occhio e croce il doppio, tutti con il proprio tappetino da yoga, qualcuno in ginocchio, qualcuno a gambe incrociate.

Sono disposti a semicerchio davanti a un grande palco allestito per l’occasione; in diverse file come in un anfiteatro.

Sul palco ci sono solo tre persone piuttosto anziane – due uomini e una donna – con l’aria beata e un sorriso appena abbozzato scolpito in faccia.

Solo quello al centro parla, muove la bocca con una lentezza esasperante mentre spiega ai discepoli come respirare per disporsi nel modo corretto alla meditazione.

Dall’americana delle luci calano, a entrambi i lati del palco, degli striscioni verticali neri lunghi fino a terra, sopra ci sono stampati dei “geroglifici” – come li chiama Cardillo – degli ideogrammi dorati il cui significato dovrebbe essere – se ricorda bene la brochure che ha letto all’ingresso – “Fare il vuoto per accogliere il tutto”.

Dà ancora un’occhiata alla folla silenziosa e poi passa a esaminare i confini del padiglione, passa lo sguardo su tutto il perimetro. Fa un cenno a un agente in borghese vicino all’uscita più a nord, l’uomo ricambia; Severi è uno sveglio, se dice che è tutto ok si fida.

Per sicurezza ha messo un poliziotto vicino a ogni ingresso, anche se sono stati controllati con discrezione tutti i presenti: se qualcuno dovesse entrare o uscire gli agenti ne prenderebbero nota.

Non è particolarmente soddisfatto – la sua idea di “area messa in sicurezza” è un po’ più esigente – Quello è solo il meglio che ha potuto fare.

Già portare lì tutti quei poliziotti gli è costato, ha dovuto rompere le scatole per farsi dare l’autorizzazione, ma dopo il raid nel parcheggio della Città di Vetro non possono dirgli di no e poi all’idea che Reuta potesse presentarsi là ha fatto drizzare i capelli al PM.

«La sera è un buon momento per meditare – dice il maestro anziano – La meditazione non va intesa o praticata come un impegno; in solitudine o, come in questo caso, in condivisione, la meditazione è al contrario un momento di liberazione da ogni incombenza e da tutto ciò che consuma il nostro tempo senza riempirlo.»

«Una volta intuita la libertà, piano piano, allontanando tutte le distrazioni materiali e mentali, riusciremo a sperimentare per brevi istanti quel vuoto al centro del quale esistiamo veramente.

«E nel vuoto, dove nulla è reale a parte la nostra essenza profonda, anche il tempo è nulla, cosicché brevi istanti possono avvicinarsi all’eternità.

«Il linguaggio è uno strumento ingannevole per guidarvi verso il vuoto, poiché anch’esso è qualcosa, è il significato delle parole, è l’interpretazione delle frasi.

«Per sperimentare il “nostro” vuoto entreremo nello spazio vuoto tra i suoni che ci guideranno nella meditazione.

«Questo è il primo livello; la nostra percezione e interpretazione degli eventi del passato, gli unici di cui abbiamo un’esperienza vigile: è la veglia, la più illusoria delle condizioni umane.

«Mettetevi comodi, seduti, come preferite, chiudete gli occhi e ripetete con noi i mantra.»

Anche gli altri due maestri cominciano a parlare, pronunciano dei suoni che possono sembrare parole di lingue lontane nel tempo e nello spazio. Tutti i partecipanti ripetono all’unisono per oltre 20 minuti, finché la cantilena dei due maestri ai lati a cominciare a sfumare e diventa incomprensibile, i suoni, le parole di prima vengono ripetute con un filo di voce su cui si innesta il discorso dell’ultimo maestro.

«Accogliete il silenzio e ascoltate i mantra come ascoltate la pioggia cadere sul vetro della finestra della vostra casa, vi raccontano di quello che eravate, ma non vi toccano, poiché il passato è fuori di voi, e come il rumore della pioggia è solo un sottofondo che con il tempo diventa parte di voi, viene assorbito e scompare, inghiottito nel vuoto interiore, dove non vi è nulla e nulla manca poiché di nulla avete bisogno.»

«Non sforzatevi di udire la voce del passato, essa non dice la verità.

«La verità è una e non si raggiunge con la comprensione, la verità assoluta è incomprensibile, inaccettabile, impronunciabile e perciò non può risiedere nelle parole.

«Se riempiamo la nostra mente di noi stessi, è  attraverso noi stessi – piccola individualità – che vedremo il mondo, e andremo alla ricerca di una falsa origine.

«Possiamo osservare il mondo privo di illusioni solo se ci svuotiamo, se ritroviamo in noi l’elemento che accomuna ogni essere e ogni luogo del mondo: i vuoti, i silenzi, gli spazi e le pause tra quello che crediamo e quello che è.

«I vuoti che tra loro sono collegati e ci consentono di metterci in contatto.

«In nessun altro luogo come il vuoto interiore si possono trovare tante persone che meditano insieme, praticano inconsciamente la meditazione che è ascolto profondo del silenzio, e in silenzio attendono. Un’attesa  che è ricerca profonda dell’origine che precede la vita del mondo, dell’immensità, dell’eternità.

«Questo è il secondo livello, il presente che stai vivendo attraverso i sensi liberi da ogni vincolo interpretativo: è il sonno, l’abbandono da parte dell’uomo della sua condizione transitoria.

«Chiudete gli occhi e respirate. Ispirata. Lentamente. Riempite d’aria l’addome, l’aria transita per il petto e si ferma dietro l’ombelico. Trattenere l’aria dentro di voi. Contate toccando un ginocchio. L’altro ginocchio. Una spalla. L’altra spalla. La fronte. Il plesso solare. Poi respirate. Molto lentamente. Un ginocchio. L’altro ginocchio. Una spalla. L’altra spalla. La fronte. Il ventre. E il ciclo si ripete.»

Per un lungo quarto d’ora nella grande sala cala un silenzio fatto di respiri più o meno sincronizzati. Poi, come è cominciato, termina con le parole del maestro.

«Nel silenzio abbiamo abbandonato le menzogne, abbiamo separato da noi le illusioni accatastate nel corso della nostra intera vita che come tante scorze ci ricoprivano impedendo a noi stessi e agli altri di vederci nella nostra verità interiore.

«Ora che l’illusione è stata allontanata possiamo osservarla e dire “quella non sono io, io sono il vuoto dentro quel guscio”.

«Tutti siamo quel vuoto, comprendendo questo ci avviciniamo ad altre realtà più complete e totali.

«Questo è il terzo livello della meditazione. L’esperienza di un futuro prossimo, vicino a noi, in cui l’esperienza umana è superata, in cui l’uomo stesso trascende l’esperienza ed esiste per puro atto di immaginazione e di volontà: è il sogno.

«Rilassate il vostro corpo mentre lo conducete lentamente con la schiena a terra.

«Pensate di essere fluidi, siete fatti di c’era che si ammorbidisce vicino la fiamma, sentite la pelle e la carne scivolare via dalla fronte, dal naso, dal mento, dal collo, dalle spalle.

«Le ossa delle spalle si sciolgono, così quelle delle braccia, delle mani, le costole.

«Le anche si fondono e si uniscono all’oceano su cui state galleggiando, lo stesso avviene alle gambe, ai piedi.

«La colonna vertebrale è un serpente sinuoso che vibra al ritmo del vostro respiro. Lento. Profondo. L’aria entra. Rimane in noi. Ed esce. Lentamente. Completamente. Siamo vuoti.»

“Beati voi – pensa Maffei – perché io invece ne ho le palle piene.”

Una marea di corpi gli uni vicini agli altri.

“Il più grande obitorio del mondo.”

Interrogandosi sul perché quel pensiero macabro lo faccia sorridere, quasi si perde l’unica cosa che potrebbe dare un senso alla sua presenza e magari salvare la sua reputazione al commissariato. Si gira a guardare solo quando vede Severi fargli dei gesti con aria allarmata.

Dal fondo del palco, un ragazzo cammina lentamente verso i maestri. È vestito bene, alla moda, curato. I capelli castani, piuttosto lunghi, mantengono in ombra i dettagli del volto. Tre ragazze lo seguono passo passo; giovani, esili, eccessivamente pallide, i capelli neri lisci ricadono sulle schiene e sulle spalle confondendosi con i vestiti dello stesso coloro. Sono identiche tra loro; altezza, corporatura, movimenti. Assolutamente identiche.

«Ispettore, ha visto?»

La voce di Cardillo risuona nell’auricolare.

«Ho visto, Cardillo. Ho visto.»

«È lui?»

“Mi ci gioco le palle che è lui.”

Lo pensa, ma non lo dice. È sicuro; nei mesi passati alla sua ricerca, al suo inseguimento, ha imparato a conoscere Massimiliano Reuta meglio delle ultime cinque donne con cui è andato a letto. Però gli serve la conferma visiva.

Quando il ragazzo attraversa una zona meglio illuminata del palco è evidente che metà del volto ha qualcosa che non va: non si muove, i muscoli cascano inerti, la palpebra è in parte abbassata.

L’altra metà appartiene senza dubbio a Max.

«È lui, Cardillo. Le ragazze invece non so chi siano.»

«»

«Cardillo, mi hai sentito?»

«Ispettore, quali ragazze.»

Max si ferma al centro del palco, diversi passi dietro il maestro seduto al centro. Le pallide giovani proseguono, arrivano alle spalle dei tre anziani e si inginocchiano. Non dietro i maestri; dentro: li attraversano come fantasmi ed entrano in loro.

I due uomini e la donna hanno un piccolo sussulto.

«Lascia stare… – dice Maffei con un groppo in gola – Lo arrestiamo appena scende.»

«Perché non subito?»

«Se mangia la foglia potrebbe fare qualche pazzia; l’ultima cosa che voglio è una folla impanicata. Dì al cecchino di tenersi pronto.»

I maestri aprono gli occhi, chiazze bianche e acquose dentro occhiaie scure su volti inespressivi; si alzano e si dispongono attorno a Max.

«Voi siete i privilegiati di questa epoca – dice il ragazzo – Avete raggiunto in voi un piccolo vuoto.»

Delle centinaia di persone distese sul pavimento non una si scompone o anche solo apre gli occhi all’intromissione della nuova voce, come se fossero svenuti o non la sentissero affatto.

«La solitudine folle da cui scaturì nella Tenebra la prima luce ha lasciato in ogni essere umano un germe, un piccolo serpente che fluisce dalla base della colonna vertebrale e avvolge le sue spire menzognere fino alla sommità del capo. “Questo piccolo lume è l’unica cosa che vi separa dell’abbraccio dell’Ombra e dalla comprensione della Verità.

«Voi, privilegiati nella vostra incomprensione, pochi tra i molti, potete usare quel granello di vuoto che avete creato per sopire il serpente, un piccolo buco profondo, un piccolo abisso.

«Una delle leggi del caos che vi sono state taciute è l’identità abissale; tutti gli abissi sono lo stesso abisso, varco aperto da cui accedere all’Oscurità.»

“È uscito completamente di testa” pensa Maffei.

La folla attorno al palco comincia a tremare; l’ispettore non se accorge subito, lo realizza con certezza quando ormai il ragazzo ha già concluso il suo monologo.

«Insieme avremo la forza di calarci nell’abisso, un esercito di piccole luci in grado di generare ombre meravigliose e disegnare nel Buio paesaggi sconfinati dove è possibile scovare tutto ciò che è celato.»

Max guarda nella sua direzione; sorride con la metà ancora mobile della bocca e dice una sola parola.

«Venite.»

I tremori degenerando in convulsioni violente. La gente a terra continua a non emettere alcun suono: il rumore che si sente è quello dei loro corpi, arti e teste che sbattono tra loro e con il pavimento a seguito degli spasmi.

«Interveniamo! – urla Maffei al microfono dell’auricolare – Andate a prenderlo, forza! Via via!»

I poliziotti in borghese si spostano dagli ingressi e si muovono all’unisono verso il palco con le armi puntate stringendo il cerchio attorno a Max, che nel frattempo ha alzato i palmi delle mani verso il soffitto.

«Venite! Venite  me e portate con voi le vostre ombre!»

Il risveglio contemporaneo degli uomini e delle donne è accompagnato da grida di dolore, di disperazione, di rabbia. Si alzano in piedi vittime a stati allucinatori, dolori lancinanti e raptus violenti.

In quella moltitudine urlante e impresa al panico, l’avanzata degli agenti viene impedita, quando provano a forzare il blocco alcuni di loro vengono attaccati da persone ridotte allo stato bestiale, altri riescono a passare a fatica attraverso la massa di corpi.

Troppo lentamente per fermare Max.

Gli occhi del satanista si rovesciano all’indietro, poi reclina la testa verso l’alto e urla anche lui.

Maffei osserva tutto questo, paralizzato da quello che sta accadendo sopra di loro. Le ombre sembrano rispondere all’invocazione di Max e iniziano a fremere agli angoli del padiglione, allungano verso il palco appendici sfilacciate, si dissolvono e si ricompongono in altre forme. Le tenebre avanzano inesorabili e stringono in una spirale il centro del soffitto, pece ribollente da cui emergono sagome umanoidi; si gonfiano in bolle traslucide oltre le quali si intravedono forme aberranti che si scagliano sulle sottili pareti interne del globo con frenesia bestiale, finché le bolle scoppiano e si riformano altrove.

Anni di servizio immerso nei crimini più efferati hanno indurito l’anima dell’ispettore; riesce a riprendersi da quella visione, impugna la pistola, presa salda sull’impugnatura, nel caos generale punta verso il palco, mira alla testa Max. Sta per premere il grilletto quando altre persone entrano nella sua linea di tiro. I tre anziani maestri guardano verso di lui, lo fissano mentre si dispongono attorno al ragazzo e gli fanno da scudo umano.

Tra le urla dei partecipanti al convegno, colti da crisi epilettica, le ombre che vorticano sul soffitto si addensano in una sorta di mulinello; l’occhio del ciclone incombe sopra la testa di Max e si apre come un portale sul vuoto dello spazio siderale, all’interno del quale l’ispettore vede muoversi una massa titanica simile a un tentacolo coperto di nervature e pustole, nero e traslucido.

Il tentacolo frusta l’aria mentre si avvicina a scatti come farebbe un serpente all’attacco; quando passa attraverso il portale si divide in una miriade di tentacoli più piccoli che si scagliano sulle persone.

Una delle lingue nere saetta verso di lui, la vede arrivare e per un istante rimane bloccato, atterrito e incapace di reagire; all’ultimo fa un piccolo salta indietro e schiva di un soffio l’attacco. Quando il tentacolo tocca terra esplode un lampo oscuro da cui prende forma un’ombra umanoide.

Uomo e demone si fissano dai lati opposti di uno specchio immaginario, poi il velo cade e l’ombra si getta addosso a Maffei con i lunghi artigli protesi.

I proiettili lo attraversano senza rallentarlo mentre continua ad avvicinarsi.

Maffei continua a stringere la pistola inutile, anni a confrontarsi con lo schifo del genere umano non lo hanno preparato a questo. Una volta uno spacciatore gli ha piantato un coltello in pancia, una brutta ferita; si era chiesto seriamente come sarebbe finita la sua storia. Sente che sta per scoprirlo.

Sente lungo la schiena i brividi di gelo di un vuoto esterno a ogni possibile esperienza della sua vita.

“Quanto è freddo il tocco della morte” pensa.

Il tocco non arriva; un lampo bianco gli balena davanti agli occhi con un arco obliquo che squarcia in due l’ombra e la dissolve.

Con la coda dell’occhio vede al suo fianco la stessa figura della stanza degli interrogatori, il mietitore con la faccia da teschio. Il gigante in abiti neri e logori rimette la falce in posizione diritta e senza guardarlo va avanti, verso Max, direttamente contro la folla.

I partecipanti al convegno nel frattempo hanno smesso di urlare e in quello stato di quiete sono ancora più spaventosi: molti – a una prima occhiata direbbe poco meno della metà – hanno gli occhi bianchi, infossati dentro profonde occhiaie e versano lacrime di sangue; gli altri sembrano smarriti e spaventati, alcuni si sentono male, gemono sull’orlo del collasso fisico, qualcun altro è privo di sensi o forse morto.

Quelli con gli occhi rigirati si muovono in risposta a un ordine silenzioso e si muovono verso il mietitore è gli si gettano contro in massa; chiunque sia sulla loro strada viene aggredito o travolto.

Il mietitore avanza poco alla volta, ma inesorabilmente, falciandoli senza pietà.

Distogliendo l’attenzione dalle sorti della battaglia, Maffei cerca di individuare i suoi uomini.

«Cardillo, rispondi! Borghi! Mazzone! Dove cazzo siete finiti?»

L’unica risposta è un fischio distorto che lo costringe a togliersi l’auricolare.

“Li ho portati qui a morire.”

Quasi fosse stata evocata dai suoi pensieri, all’angolo più distante del palco vede la scena di Severi che spara alla cieca davanti a lui per allontanare gli aggressori, una ragazza alle sue spalle gli stringe le braccia attorno alla testa, coprendogli occhi e bocca. Tutto dura il tempo di un respiro; l’invasata forza la presa e il collo dell’agente si piega di scatto ad angolo retto, poi tutto il corpo sprofonda nella marea di corpi che reclamano un brandello della vittima.

Non fa in tempo a elaborare una reazione a quello spettacolo; si sente colpito con violenza ai reni e poi trascinato a terra da un numero indecifrato mani. La lotta è impari e la paura non riesce a dargli la spinta sufficiente a vincere il confronto contro avversari che lo sovrastano in numero e forza fisica; il dolore invece ci riesce.

Un ragazzo con gli occhiali e la schiuma alla bocca gli ficca l’unghia del pollice in un occhio e spinge a fondo. Il dolore è allucinante, insopportabile, è quasi un sollievo quando sente il bulbo oculare schiacciarsi, rompersi e scivolare fuori dall’orbita. Scalcia come un forsennato e libera la mano destra quel tanto che basta per rivolgere la canna della pistola davanti a sé e premere il grilletto. Gli occhiali esplodono in mille frammenti di vetro assieme al volto distorto del ragazzo. Gli altri invasati però continuano ad accanirsi contro di lui come se non fosse accaduto nulla; deve colpire altri tre a bruciapelo prima di riuscire ad alzarsi. Impugna la pistola con entrambe le mani, pronto a sparare, ha il fiato grosso, le ginocchia gli tremano, sente la faccia gonfia, anestetizzata, a parte l’occhio destro – un’orbita vuota e insanguinata – che manda forte di dolore fino alla base della spina dorsale a intervalli regolari.

Accetta di delegare ogni azione successiva al più primordiale e spietato istinto di sopravvivenza; è pronto a combattere e a uccidere per la propria vita e la morte del responsabile di quello scempio.

Uno shock ancora più forte del dolore lo riporta alla ragione solo per porlo di fronte a dubbio crudele: opporsi all’orrore e continuare a soffrire, oppure arrendersi e scivolare nella follia.

Davanti a Maffei si alza la figura distorta di un gigante deforme, alto più di due metri, coperto da un vecchio cappotto; le mani, il petto nudo, il collo e le parti del volto visibili sotto il cappuccio sono un mosaico di malformazioni ossee coperte da pelle spessa e mal cicatrizzata. Con una mano tiene per il collo, sollevata ad alcuni centimetri da terra, una ragazza dall’espressione sconvolta e disperata – probabilmente piangerebbe o urlerebbe se non stesse soffocando – mentre con l’altra mano le strappa di dosso i pantaloni di tela.

Continuare a combattere, e a soffrire, o arrendersi all’orrore.

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