Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 28

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 28

Maffei sbircia senza farsi vedere da oltre la cartellina del fascicolo che sta facendo finta di leggere. Se ne sta seduto così da quasi un’ora ormai, mentre lascia condurre l’interrogatorio a Cardillo. Mettono in pratica una versione tutta loro del “poliziotto buono/poliziotto cattivo”, qualcosa tipo “poliziotto stronzo/poliziotto scoglionato”. Di solito esce piuttosto bene, forse perché Cardillo è veramente stronzo, ha la stoffa per diventare anche lui ispettore, e lui è veramente scoglionato. Stavolta però hanno beccato un osso duro, anche se a guardarla non si direbbe.

Seduta di fronte a lui, dall’altra parte di un tavolo, c’è una ragazza dall’aspetto trasandato, sembra drogata o ritardata; alterna momenti in cui passa lo sguardo da una parete all’altra della sala interrogatori  con l’espressione spaesato – quasi si rendesse conto solo in quel momento dove so trova – a momenti in cui china la testa e nasconde la faccia dietro i suoi lunghi capelli. Finora ha dato solo risposte confuse e prive di senso, a volte solo dei piccoli ringhi e brontolii sommessi.

Quando Cardillo batte il palmo della mano sul tavolo, torna a guardare i fogli del fascicolo; non li legge, ormai sa a memoria cosa c’è scritto.

«Ancora ‘na volta! Daje! – grida il collega – Che te credi? Mica so’ stanco. Potemo annà avanti tutta la notte se serve. Vuoi fa’ ‘na telefonata? Col cazzo! Io me ne frego dei tuoi diritti!»

Fa una pausa solo per fare un gesto con le dita attorno all’orecchio.

«Ce senti? L’unico diritto che c’hai è dimme quello che t’ho chiesto! E nu’mme fa’ incazza’.»

Cardillo si stacca dal fianco della ragazza per fare con calma un giro del tavolo, passa alle spalle dell’ispettore e va a piazzarsi dall’altro lato parte.

«Con chi cazzo stavi? Dimmelo!»

L’interrogata tiene la testa bassa e continua a non rispondere. Il poliziotto avvicina la faccia per guardare sotto i capelli che le ricadono sul viso. Anche Maffei spia la giovane: vede che sta sorridendo, i muscoli del volto sono contratti e quando non riesce più a trattenersi scoppia a ridere, un riso idiota, da ubriaca, senza ilarità, senza forze.

Cardillo le afferra i capelli dietro la nuca e tira; la giovane quasi si rovescia dalla sedia e il riso le si strozza nella gola.

«Non ridi più adesso, eh?»

Con aria furente e minacciosa, il poliziotto le si avvicina, la sovrasta, le fronti quasi si toccano.

«Se non rispondi te faccio piagne’! Hai capito? E non scherzo.»

La ragazza abbandona l’espressione di panico in cambio di un sorriso ebete e lecca il mento dell’uomo.

«Ma che cazzo fai?»

Il poliziotto si ritrae per la sorpresa e distinto carica la mano per darle uno schiaffo.

«Brutta tossica!»

«Cardillo, vatti a farti un giro.»

Maffei interviene senza alzare gli occhi dal fascicolo.

«Ispetto’ – si giustifica l’altro – questa qua m’ha leccato.»

«Si vede che le piaci.»

La ragazza fa una risatina ebete.

«Me poteva staccà il naso con un mozzico!»

«Si vede che non le piaci abbastanza.»

Cardillo fa una smorfia e non risponde alla provocazione. Maffei gli indirizza una cenno di complicità.

«Dai, vatti a prendere un caffè, e portamene pure uno a me, io cerco di finire qua.»

«Si… certo…»

Il poliziotto lascia la presa sui capelli spingendo la ragazza in avanti la ragazza che si accascia sul tavolo e continua a ridere.

«In bocca al lupo.»

Esce sbattendo la porta

«Non te la prendere, Sara – dice l’ispettore – In fondo non è cattivo.»

La ragazza alza la testa rimanendo china sul tavolo.

«Io sì – dice lei – Infondo lo siamo tutti.»

Maffei posa il fascicolo sul tavolo e la fissa, senza dire nulla, con espressione quanto più possibile neutra.

Di solito questo atteggiamento innervosisce gli interrogati, li mette a disagio. Stavolta è lui quello nervoso, la ragazza non fa una piega, sembra ancora strafatta anche se è arrivata al commissariato ore fa.

E pensare che gli era sembrato un caso semplice all’inizio.

Verso le due di notte, i coniugi Giusti, sono stati svegliati dal rumore di colpi provenienti dal pianerottolo, sembrava che qualcuno stesse bussando con forza alla porta del loro vicino di casa, Michele Bettuzzi, un ragazzo lavoratore educato ma di poche parole – così lo hanno descritto gli anziani signori – che si era trasferito nell’appartamento accanto al loro non più di tre o quattro anni fa. Hanno sentito distintamente delle voci, una maschile e una femminile, fare una discussione concitata; stavano proprio urlando. La signora ha tenuto a precisare che la voce dell’uomo sembrava spaventata, soprattutto dopo che i colpi che battevano si sono fatti più forti. Poi si è sentito un gran botto, la porta del vicino deve aver ceduto e ha sbattuto sul muro. Quando l’uomo ha urlato i signori hanno chiamato la polizia, ma le urla erano cessate prima che arrivassero le forze dell’ordine.

In realtà i poliziotti sono arrivati pochi minuti dopo la chiamata, sette per l’esattezza; una pattuglia era nei paraggi ed è intervenuta. Hanno trovato la porta dell’appartamento di Bettuzzi spalancata, la serratura rotta, aperta di forza a calci o spallate – all’interno o nelle immediate vicinanze dell’appartamento non è stato rinvenuto nulla che potesse essere utilizzato come ariete – , un piccolo mobile all’ingresso, su cui era posato un modem, era rovesciato e in parte rotto. Non si sentiva alcun rumore a eccezione di un respiro pesante proveniente da una stanza in fondo all’abitazione; lungo il corridoio alcuni poster cinematografici attaccati alle pareti erano strappati.

In camera da letto, un comodino e una lampada a palo vicini alla porta erano stati rovesciati e in terra giaceva il corpo di ragazzo – poi identificato come Michele Bettuzzi – in apparenza senza vita a causa delle percosse ricevute.

Seduta sul letto, una ragazza – poi identificata come Sara Nannetti – guardava a testa bassa una foto che teneva tra le mani contuse e macchiate di sangue.

Quando gli agenti di polizia le hanno puntato contro le pistole ha alzato lentamente la testa. I due poliziotti testimoniano che aveva gli occhi bianchi e che mentre li fissava hanno ruotato verso il basso facendo discendere iridi e pupille nascosti oltre le palpebre. Probabilmente sotto l’effetto di qualche droga, la ragazza non ha opposto resistenza all’arresto ed è stata portata alla centrale in evidente stato confusionale.

La foto raffigurava la vittima è la presunta colpevole di aggressione sorridenti e abbracciati su una spiaggia al tramonto.

Dalle poche parole dette dalla ragazza e quanto potuto appurare dalle primissime indagini, la ricostruzione del reato non presenta particolari difficoltà.

Michele non accetta di essere lasciato da Sara, prova a riconquistarla, ne fa un’ossessione, diventa uno stalker, arriva al punto di minacciarla – lei fa anche delle segnalazioni alla polizia che non portano a nessun procedimento – , nel frattempo posta insulti contro di lei sui social e la scredita in tutti i modi agli occhi dei loro comuni conoscenti.

Stufa di tutto questo, Sara decide di risolvere la faccenda in maniera drastica, decide di dare una lezione al suo ex.

La notte passata si presenta a casa di Michele, probabilmente ubriaca o fatta, chiede di parlargli, quando lui rifiuta lei abbatte la porta, spinge il ragazzo, che cade portandosi dietro il mobile all’ingresso. Michele scappa, già feriti a una gamba, si appoggia alle pareti strappando i poster. In camera da letto avviene stata una breve colluttazione durante la quale si rovesciano il comodino e la lampada e lì lei lo picchia a sangue, pochi colpi in realtà, molto violenti, e gli rompe quattro costole, la spalla destra, la mandibola, il naso, l’arcata sopraccigliare sinistra, gli spappola la milza e gli fa collassare un polmone. A mani nude.

Dopodiché prende una foto che lui teneva sul comodino e si è siede sul letto a guardarla mentre aspetta l’arrivo della polizia.

Il ragazzo è ancora vivo, per miracolo, ora è in coma.

Sara è alta un metro e sessantatre e segue la dieta del canarino. Michele è alto un metro e ottantacinque e segue una dieta iperproteica.

A Maffei non serve una confessione per sapere che non può aver fatto tutto da sola. Gli serve solo il nome del complice – che lei nega esserci con ostinazione – sono ancora in tempo per acciuffarlo prima che si allontani troppo. È l’unica a poterglielo dire, poiché nell’appartamento di Bettuzzi non ci sono altre impronte riconducibili all’aggressione oltre le sue e quelle della ragazza.

Cardillo entra senza bussare, lascia sul tavolo un caffè lungo in un bicchierino di plastica e un foglio protocollato ed esce lanciando un’occhiata furente all’interrogata.

L’ispettore legge e rilegge i risultati dei test tossicologici. In realtà fa presto: non dicono molto. La ragazza è pulita. Non una traccia di alcol o di droga nel suo sangue. Ha tutti i sintomi e gli effetti di un uso abituale e prolungato di steroidi anabolizzanti e metamfetamine, ma, a quanto pare, senza averne fatto alcun uso, almeno non di recente.

“Avranno fatto casino in laboratorio” pensa Maffei mentre strappa il lembo superiore di una bustina di zucchero.

Sta per versarne il contenuto nel bicchierino di plastica, quando si accorge che Sara lo sta guardando.

«Lo preferisci amaro?» le chiede.

Lei lo guarda sorpresa.

«Va bene una bustina di zucchero?»

La ragazza annuisce con la testa.

«Chiedo perché di solito una va bene a tutti, io però, per esempio, ne metto mezza.»

Scarta il bastoncino di plastica e gira lentamente il caffè, poi glielo porge facendolo scivolare sul tavolo. Lei lo prende con le mani ammanettate per i polsi, lo avvicina a sé e avvicina la faccia, sembra annusarlo.

«Ora me lo dici chi altro c’era con te stanotte?»

Senza alzare la testa, la ragazza punta su di lui gli occhi, allarga la bocca in un sorriso e ficca la lingua nel bicchierino, fa un paio di lappate, l’ultima delle quali rovescia il bicchierino facendo spandere il caffè sul tavolo. Lecca la chiazza di liquido scuro, con lenti e profondi movimenti della lingua piatta, poi alza le braccia e schiaccia il bicchierino con un colpo a mani congiunte.

Il piano in formica del tavolo si abbozza e si scheggia.

Maffei fa un piccolo scatto indietro per la appresa e lo spavento, ma riesce a mantenere la reazione contenuta.

L’idea che possa essere stata lei da sola a massacrare il ragazzo non gli pare più così assurda.

Nell’attimo di silenzio che segue, fatica a tenere la faccia impassibile, deve fare uno sforzo di volontà notevole per reggere lo sguardo della ragazza. Il premio per tanta determinazione è il racconto che lei comincia a fargli senza mutare l’espressione folle sul suo viso.

«C’era un ragazzo…» comincia a dire.

Viene interrotta dal cigolio della porta che si apre di uno spiraglio per far spazio alla testa di Cardillo.

«Ispettore…»

«Tutto bene, Cardillo – risponde Maffei senza voltarsi – Tutto a posto.»

La porta si richiude e l’ispettore prega di non aver perso il momento.

«C’era un ragazzo con te nell’appartamento di Bettuzzi?» chiede.

La ragazza riprende il racconto ignorando la sua domanda e Maffei decide di lasciarla parlare.

***

C’era un ragazzo alla fermata dell’autobus . Non subito, è arrivato dopo. C’era solo io alla fermata dell’autobus, da sola. Aspettavo l’ultimo autobus che dalle autolinee mi riportasse allo scalo. Ero appena stata a casa di Michele, mi ero fatta coraggio ed ero andata da lui, lo avevo scongiurato di finirla, di lasciarmi andare, di rifarsi una vita, ma lui ha detto che mi amava ancora, che io non lo capivo, ero io quella confusa secondo lui.

Quando ha provato a baciarmi l’ho colpito, gli ho dato uno schiaffo, e gli ho detto che l’avrei denunciato se avesse continuato, lui mi ha buttato fuori di casa, mi ha detto che dovevo andare a battere perché ero solo una puttana se non accettavo il suo amore, che me l’avrebbe fatta pagare.

Ero disperata, stavo piangendo, alle autolinee non c’era nessuno e mi stavo facendo mille fantasie, su di lui che mi raggiungeva e mi picchiava con una mazza, su un gruppo di zingari che mi violentava e cose così.

Volevo solo che arrivasse l’autobus per tornare a casa.

Invece è arrivato lui. In realtà erano due, ma ho parlato solo con lui.

Sono sbucati dal parcheggio su Viale Corbusier, li ho visti da lontano, ero spaventata, ma non mi sono preoccupata, di persone ne vedevo passare diverse in lontananza, e poi stavano facendo un giro largo. Poi però ho capito che stavano venendo nella mia direzione e ho cominciato ad agitarmi.

Quando si sono avvicinati ho visto che il più basso sembrava sorridere, mentre il più alto era tutto imbacuccato e si muoveva con passo ciondolante.

Ho cercato di fare la vaga, di non dare nell’occhio, ma quei due puntavano proprio verso di me.

Quasi a rispondere ai miei timori, il più basso, lui, ha detto “Non avere paura”.

Di paura ne avevo, ma ho pensato fosse meglio non darlo a vedere e restare tranquilla.

Più da vicino ho visto che aveva metà della faccia, la sinistra, paralizzata, l’altra metà era di un ragazzo bello e dall’espressione gentile; il suo amico invece era enorme, un palestrato come non ne avevo mai visti, ma è rimasto sempre un passo indietro e non lo vedevo bene.

«Non voglio farti del male» ha detto.

L’altro ha emesso un verso strano, una specie di ringhio o grugnito. Il ragazzo mi ha sorriso con la metà sana della faccia e ha fatto una battuta.

«Lui sì – e ha indicato l’energumeno alle sue spalle – ma non farà niente finché ci sono io.»

Ero sconvolta, terrorizzata, e allo stesso tempo affascinata. Sentivo che c’era del vero nelle sue parole ed era anche la menzogna più grande che mi fosse mai stata detta.

«Puoi fidarti di me. Io so tutto di te, me lo stai mostrando.»

Non stavo facendo niente, era semplicemente come se il ragazzo mi stesse leggendo uno strato alla volta, mi sentivo nuda di fronte a lui, stava scrutando nella parte più nascosta di me, quella di cui avevo più vergogna, quella più oscura.

«I tuoi mali mi parlano di te – ha continuato – della tua sofferenza, della tua solitudine. Non meriti tutta questa indifferenza, vivi in mondo di paura e la paura vive di te, dentro di te. Dentro di te c’è ancora l’ombra della bambina spaventata che eri, non devi nasconderla, non devi rifiutarla, ricacciarla indietro ogni volta che emerge, lei ti conosce meglio di chiunque altro, conosce la vera te stessa e ti può indicare la strada da percorrere. Fidati, io di ombre me ne intendo. Hai già scoperto la falsità dell’amore. Io ti offro un’alternativa. Ti offro la verità.»

Ho annuito, volevo tutto quello che aveva da darmi, avrei dato io tutto quello che avevo per raggiungere la libertà di cui mi parlava.

«Ma ti avverto – ha detto alla fine – è una verità terribile.»

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