Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 27

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 27

Il mietitore osserva nel buio, il vuoto sconfinato e costellato di luci, alcune solo minuscoli granelli che godono di un istante di brillantezza per poi scomparire, altre bolle dai riflessi cangianti nelle cui superfici sfumate lo spettro indaga, valuta e decide.

Sono eventi effimeri, transiti delle coscienze di vite sul punto di estinguersi.

Il mietitore contempla le stelle, stelle finte, hanno lo scopo di cogliere il momento del passaggio, dello scambio impari tra il Flusso e la Tenebra. È compito suo monitorare quel falso firmamento, coglierne le anomalie e intervenire. Quando una coscienza è incerta, ostacola il suo rifluire nella luce, i pozzi di chiarore nel Buio si increspano, si fanno torbidi, la Tenebra interstiziale freme all’approssimarsi della possibilità di annettere l’energia perduta. Lui solleva le coscienze da ogni dubbio, le dissolve e sparge le loro ceneri spirituali nella corrente del Flusso.

Per questo si sente attratto da una sfera di fiamma soffusa, una in particolare, dentro cui osserva una scena distorta da una visuale a grandangolo.

Un uomo con i capelli e i baffi bianchi sta piangendo, le lacrime ignorano i suoi tentativi di asciugarle con la manica della camicia a quadri e continua a uscire dagli occhi arrossati. Guarda un’ultima volta il lettino d’acciaio dove è sdraiato il corpo di una giovane ragazza, poi annuisce a un terzo uomo in camice verde che spinge il lettino facendolo rientrare come un cassetto in un mobile d’acciaio. Il lettino è scomparso, ma la ragazza è rimasta lì, la sua coscienza è in piedi vicino all’uomo che non riesce a smettere di piangere e maledirsi. È bella come non lo è mai stata, molto più bella del corpo che ha lasciato, bianco esangue, sporco per l’incuria, segnato da macchie lì dove l’ago ha bucato la pelle e rilasciato il suo veleno: sulle braccia, sulle gambe, dentro le labbra, sotto i piedi… Le piaghe di una malattia dell’anima, piccole ombre di piccole luci smorzate.

Ancora non sa di esserlo, ma adesso è il riflesso della luna piena su una vetrata multicolore, proviene dalla luce che è sorta sul primo granello di realtà e a essa può ritornare. Lo intuisce, sente il richiamo della pace, la possibilità di ritrovare sua madre ed essere una cosa sola con tutto e tutti.

Prima di andare, però, ha bisogno ancora di un attimo e allunga una mano in direzione dell’uomo.

Il mietitore guarda quella piccola fiammella tremolare, colpita da una raffica di vento freddo, osserva indifferente, consapevole del peso immenso di quel solo attimo, un tempo brevissimo che si ripete all’infinito riempiendo l’eternità di rimpianto e rimorso.

Potrebbe avvertirla? Il dubbio scivola sul volto da teschio e si perde nel buio. Anche se potesse sarebbe inutile.

Lei deve dirglielo, deve dire a suo padre che non è colpa sua, che lui ci ha provato, ma la vita è stata più forte o solo più cattiva, e l’ha sopraffatta, senza che lei se ne rendesse conto, l’ha violentata, un po’ ogni giorno, e ha lasciato dentro di lei il seme di un’angoscia insanabile, un piccolo buco nero che è cresciuto giorno dopo giorno risucchiando ogni gioia, ogni passione, ogni speranza. Alla fine il vuoto è diventato così grande da annullare anche la sua capacità di comprendere quale fosse il limite da non superare. E così lo ha superato, senza nessuna intenzione di fare del male a se stessa o agli altri. Molti hanno provato a guardare dentro di lei, prima che, a loro modo di vedere fosse troppo tardi. Alla fine è rimasto solo suo padre a cercare di starle vicino, con pazienza, con ostinazione, anche con rabbia, sempre con infinito amore, ma un buco nero non lascia uscire nulla e il nulla è l’unica cosa che si scorge oltre l’orizzonte degli eventi.

Quasi riesce a sentirle, il mietitore, le vibrazioni di quella giovane coscienza smarrita.

“Povero papà. Quante volte sono sfuggita ai tuoi abbracci? Quante volte ho sentito l’immensità del dolore nei tuoi rimproveri? Quante volte mi hai supplicato di aprirmi, perché tu eri lì e per me ci saresti stato sempre. Io lo sapevo che tu eri lì; qualunque cosa io abbia fatto, tu eri lì per me, e io ci ho provato ad aprirmi, a mostrarti il mondo come lo vedevo io, ma non potevo, non ci riuscivo. Ora mi sento più libera, il mondo è diverso, è strano, come se fossero tutti fantasmi. Papà, li vedi anche tu i fantasmi? Ho paura, papà. Abbracciami. Dimmi cosa devo fare.”

Non c’è nulla che quell’uomo o nessun altro possano fare; dispensare pietà oltre ogni umano giudizio è compito solo del mietitore. Dovrebbe essere lì, accanto a lei, una sola carezza della sua falce e il Flusso le apparterrebbe per sempre e vice versa.

Invece osserva la scena dal Buio. E come quella decine, centinaia di altre scene simili; bolle di luce che lo attirano, lo richiamano, gli ricordano il suo scopo, fanno risuonare lo stridio del Flusso, incrinato da ognuna di quelle coscienze perse, incatenate, bloccate, come lui.

L’umanità, dai cui vincoli ha liberato un numero incalcolabile di coscienze, ora trattiene lui stesso. La percepisce, la sua umanità, la identifica, quella a cui si è legato per necessità, la può vedere, lì nel Buio.

Un ragazzo, Nick, seduto, con i gomiti poggiati sulle ginocchia, la testa chinata in avanti, al posto del cuore un buco grande come un pugno. Le sue emozioni lo stanno infettando, la sua indolenza lo sta privando della sua ragione di esistere. Nick ha deciso di stare fermo, non ha abbastanza volontà per agire. Il mietitore non riesce a comprendere a pieno evoluzioni di pensiero così inutili, così potenzialmente dannose, non riesce ad afferrarle; sa però che l’immobilità di Nick è diventata la sua e questo sta danneggiando lo schema del Flusso.

Si avvicina, lo osserva, il dio della morte di fronte una bestiola smarrita, studia il modo per annientarlo, una semplice risposta razionale a un impedimento oppure… oppure è odio quello che prova nei suoi confronti?

Il dio della morte l’uomo rimpicciolirsi fino a essere contenuto in una delle orbite vuote del suo riflesso che si rimpicciolisce a sua volta per essere ricordato dal buco nel cuore dell’uomo e così in un infinito fluire di figure che si compenetrano.

Un richiamo lo distoglie dalla comprensione della realtà, una voce verso cui piega il collo.

Man mano che la testa si gira, il Buio si riempie di materia e di luce e lascia il posto alle pareti di una camera da letto color giallo pallido, l’attenzione si ferma sulla cornice di legno di una porta, occupata dalla sagoma di una giovane con i capelli mossi, il volto gentile e lo sguardo stanco. In mano ha una ciotola bianca a righe verdi da cui spunta il manico di un cucchiaio.

«Nick?» chiede come per sincerarsi della presenza del giovane.

«Ciao Carlotta, buongiorno» risponde lui.

«Ho portato la colazione. A Sasha.»

«Sì, certo, scusami.»

«Non sentivo nessun rumore e così ho pensato che tu fossi… uscito, ecco, sai… pluff, eheheh.»

Carlotta abbassa la mano con il palmo rivolto verso l’alto mentre unisce le punte delle dita.

«Capito no?»

«Credo di sì, ma di solito uso le porte, ancora.»

«Già…» abbassa lo sguardo con un po’ di imbarazzo.

«Comunque non sono uscito, stavo solo riposando.»

«Sulla sedia? Potevi usare il divano almeno.»

«Va bene così, grazie.»

Nick si alza e prende la ciotola dalle mani di Carlotta.

«Ho fatto anche il caffè, – aggiunge Carlotta – ne vuoi?»

«No, grazie, sei molto gentile.»

Lo dice con sincerità, ma senza prestarle attenzione. Torna a sedersi e si occupa dell’altra ragazza.

Sasha è seduta sul letto, con la schiena poggiata a due cuscini e lo sguardo perso davanti a sé, nel vuoto. Quando le porge il cucchiaio pieno di cereali inzuppati di latte, lei apre la bocca, mastica, deglutisce, con calma, senza guardarlo.

«È in grado di farlo da sola» gli ricorda Carlotta.

Annuisce senza girarsi, lo sa che è in grado, lo sa e gli fa impressione vederla compiere ogni gesto con la naturale autonomia di una persona adulta, ma sapere che lei, la vera Sasha, è persa da qualche parte nel piano delle coscienze, tra il Flusso e la Tenebra.

Dà la tazza e il cucchiaio alla ragazza, che li prende e continua a fare colazione. Non è del tutto catatonica, agisce in modo meccanico, è regredita a uno stato quasi privo di consapevolezza di sé, di chi sia, di dove si trovi.

«Cosa hai intenzione di fare?» chiede Carlotta sempre ferma sulla porta.

«Niente, credo. Aspettiamo.»

«Nick, Sasha ha bisogno di aiuto, lo sai, vero? E qui non c’entrano niente mostri e fantasmi, è rimasta traumatizzata, dobbiamo portarla da qualcuno che…»

«Chi?» la interrompe bruscamente.

«Io… non lo so, pensiamoci.»

«E che cosa raccontiamo? Che mi ha rapito e torturato con del filo spinato, poi la nonna le ha spaccato la testa con un martello, che è stata posseduta da uno spirito immondo mentre un satanista le strappava via un feto spettrale aggrappato alla sua anima?»

«Immagino di no… Però possiamo trovare una storia più convincente.»

«Perdonami, ma ho finito la fantasia.»

«Beh, comunque non sono d’accordo a tenerla ancora qui.»

«La porterò a casa mia.»

«Non hai capito, il problema non è a casa mia o a casa tua; anche noi, non possiamo stare fermi e aspettare, voglio dire, quant’è che non vai a lavoro? Io ho preso le poche ferie che avevo, ma sono giorni che non sento nessuno, qualcuno che conosci primo o poi si chiederà che fine hai fatto, e allora che faremo?»

«Quello che stiamo facendo è più importante.»

«Davvero? Che stiamo facendo?»

«Vuoi che torni alla mia vita normale con il mio lavoro normale dopo tutto questo?»

La voce di Nick si alza di tono, Carlotta invece rimane tranquilla, anche se la sua espressione vira verso una preoccupazione più accentuata.

«Non ti pagano per salvare il mondo dalle ombre cattive.»

«Qualcuno lo deve fare.»

«Forse non stiamo facendo un grande lavoro.»

Nick si alza, fa vagare lo sguardo a esplorare la stanza senza guardare nulla in particolare. Le lacrime risalgono agli occhi e si sforza di tenerle lì.

«Ci ho provato, a sconfiggere Max. Non ci sono riuscito, e ora sono impotente, non ho idea di cosa fare.»

«Ma tu lo hai sconfitto Max, lo hai ferito, lo hai costretto a scappare, hai salvato me e Sasha da lui.»

«Io non ho fatto niente, è stato il mietitore.»

Carlotta si avvicina, abbozza un sorriso e gli poggia il palmo della mano sulla guancia.

«Allora lascia che sia lui a guidare questo gioco.»

«Non posso. Non è un gioco. Lui è… ossessionato dal suo dannato compito, non posso fargli fare quello che voglio, anche adesso è lì dentro che scalcia per uscire, mi ha usato e appena potrà prenderà il sopravvento. E farà ciò che vuole.»

«E tu non sai quello che vuole?»

«A volte mi sembra di capirlo, ma è diverso, completamente diverso da me e te, ragiona secondo altri schemi, altre priorità. A lui non importa niente di noi. Se adesso la lascio – indica Sasha con un dito – chi la difenderebbe da Max e dai suoi mostri?»

«Max è scappato.»

«Ma potrebbe tornare, le nostre strade si incroceranno ancora, ne sono sicuro.»

Anche Carlotta volge lo sguardo verso il letto.

«Ora sta riposando, l’hai salvata, e hai salvato me, forse ha bisogno di altro che non sia lo spettro della morte che gli svolazza attorno. Va bene, battuta infelice. Ascolta, lo so che vuoi salvarla, ti senti responsabile di quello che è successo alla tua ragazza è non vuoi che accada di nuovo qualcosa per colpa tua.»

«Tu cosa ne sai?»

“No, senti, non volevo…»

Il volto di Nick si contorce in una maschera di ira.

«Tu che cosa ne sai?! … il tuo problema più grande è la tinta dei capelli.»

Carlotta rimane immobile, paralizzata dall’aggressione verbale, sta per mettersi a piangere, inarca le labbra in un broncio arrabbiato e infantile.

La faccia del ragazzo si distende in un’espressione imbarazzata.

«Carlotta, scusami, credo di essermi fatto…»

Con un gesto della mano lei lo zittisce.

«Stavo per dirti che il mio è castano originale. Una battuta, per sdrammatizzare. Ma non ho più voglia di scherzare. Sai qual è il mio problema più grande? È che voglio vivere. Anche se la mia vita fa schifo, e, se posso dirlo, nell’ultimo periodo in gran parte grazie a te, anche se non ho nessuno a cui dirlo perché non ho amici, ti sarai accorto che mi avvicino solo a gente strana, anche se stanno succedendo cose che non capisco, di cui è vero, non so niente, perché se non me lo dici non posso saperle. Nonostante tutto questo io voglio vivere. E tu no. Non ti importa niente della tua vita e nemmeno di quella degli altri. Sai una cosa? Hai passato gli ultimi giorni al capezzale di quella ragazza, senza mangiare e senza dormire, e questo forse ti fa sentire utile, dalla parte giusta della barricata, ma non hai protetto nessuno se non te stesso, tu hai paura delle conseguenze delle tue azioni. Puoi fare delle cose eccezionali, sì, che fanno paura, però eccezionali, e invece scegli di non fare nulla. Beh, anch’io ho scoperto di poter fare cose eccezionali, piccole cose, che mi spaventano a morte, ma ho deciso di volerci provare, voglio capire meglio come funzionano, come funziono io. E poi provare a farne qualcosa di buono.»

Ansima, Carlotta, per lo sfogo, deglutisce, chiude gli occhi un istante, mentre apre le mani che aveva stretto a pugno.

«E poi… noi non viviamo insieme» aggiunge alla fine.

«Hai ragione» le dice Nick.

«Su cosa?»

«Non viviamo insieme. Torno a casa mia.»

«Torni a casa tua?! – le dita si serrano di nuovo – Questa è la tua soluzione? Andartene?»

«Se qui non servo a niente…»

«Vattene!»

Mentre gli urla addosso, Carlotta prende a schiaffi e spintoni Nick, che potrebbe reagire, ma non lo fa, si lascia condurre all’ingresso da quel piccolo vortice di violenza.

«Fuori! – gli urla la ragazza aprendo la porta dell’appartamento – Vattene fuori! Adesso!»

Lui esce, ma continua a rivolgersi a lei.

«Aspetta, Sasha ha bisogno…»

«Di cosa? Di te? No, tu hai bisogno di lei. Hai un bisogno disperato di salvare qualcuno perché non riesci a salvare te stesso! Ma lei ha solo bisogno di essere lasciata in pace. Ne ha già passate tante. Ne abbiamo passati tutti tante.»

Si guardano un po’, fermi sulla soglia, una dentro, l’altro fuori, poi Nick annuisce, abbassa la testa e fa qualche passo nel pianerottolo in direzione delle scale.

«Nick…»

Nick inclina appena la testa per guardare Carlotta da sopra la spalla. La vede piangere mentre gli parla.

«Sei un coglione.»

Chiude la porta.

***

«Dobbiamo parlare.»

Lo dice al suo riflesso nello specchio, quello lungo dell’armadio in camera da letto.

La decisione l’ha preso mentre faceva la doccia. Rientrare nel suo appartamento, in un luogo familiare, gli ha permesso di riflettere con più calma. Dopo un quarto d’ora di acqua gelata sulla testa, non ha raggiunto grandi soluzioni; è comunque determinato a fare un tentativo. Guardando il suo fisico da impiegato in boxer, i capelli bagnati, le occhiaie e la barba incolta non è propenso a dare molto credito al suo piano, e si sente anche un po’ stupido a parlare ad alta voce, ma ormai è lì.

«Ehm… Hai sentito. Dobbiamo parlare. Voglio parlare!»

Niente. Una goccia d’acqua scivola dai capelli lungo il collo e la spalla e intercetta il capezzolo sinistro facendolo rabbrividire.

Decide che per oggi si è sentito stupido abbastanza e cerca con lo sguardo la maglietta pulita che ha posato qualche minuto prima da qualche parte. La individua sulla sedia della scrivania un istante prima che una lama ricurva gli squarci il petto. La punta aguzza, bianca e opaca come un osso, spunta qualche centimetro sotto l’attaccatura del collo.

Quasi gli prende un colpo, fa male.

“Non come dovrebbe” riflette.

Poi la lama percorre l’addome verso il basso e si ferma all’elastico dei boxer. Questo fa male come dovrebbe, anche se solo per una frazione di secondo. Non c’è sangue, i lembi del taglio sono netti e puliti.

Lo squarcio si apre come il tendone di un circo e ne esce il mietitore che si leva minaccioso davanti a lui. Abbassa lo sguardo sulla sua ferita, è rimasta aperta e dentro vede il Buio e tante piccole luci sospese.

È il mietitore a parlare per primo.

«Dobbiamo intervenire.»

«No – risponde Nick – Non ti lascio andare.»

«Se altre coscienze rimarranno bloccate qui, verrà messo in pericolo l’equilibrio del Flusso.»

«Non ho capito quello ce hai detto, ma ti credo. Tu non menti vero?»

«Andiamo» lo sollecita lo spettro.

«No, prima dobbiamo parlare.»

«Hai detto di credermi.»

«Ed è vero, io ti credo.»

«Allora perché restiamo?»

«Per ricordarti che abbiamo fatto un patto.»

«Sei ancora vivo, il patto è rispettato.»

«Non sei tu a non rispettarlo, ma io.»

Il mietitore lo fissa, in attesa.

«Ti ho promesso che ti avrei aiutato a trovare Max – continua Nick – e fermarlo, qualunque cosa stia facendo.»

«Il Flusso ha bisogno di me.»

«Il Flusso è la priorità in ogni caso.»

«Le coscienze perdute…»

«Sai come si chiama questa? – lo interrompe Nick con uno scatto in avanti –  Questa cosa molto umana che stai sperimentando adesso, dico.»

«Esistenza.»

«Quasi. Si chiama crisi di astinenza.»

«Non dipendo da nulla.»

«Lo dicono tutti i drogati.»

«Io non mento.»

«Non è proprio una bugia, tu credi che sia vero, semplicemente neghi la realtà.»

«Servo il mio scopo.»

«Ci stiamo avvicinando. Fidati ci sono appena passato. Io ero in astinenza da… autocommiserazione, ecco. Lo so, la cosa non ti è molto chiara, troppo umana, non è chiara neanche agli umani. Diciamo che io ho bisogno di stare male con me stesso, in realtà non ne ho affatto bisogno, ma non posso farne a meno. Prendi per esempio il nostro primo incontro: stavo provando ad ammazzarmi, ci sono pure riuscito. Però sono ancora qua. È uno di quei fallimenti per cui si potrebbe essere felice, si dovrebbe, e invece continuo a piangermi addosso perché… perché, diciamocelo pure, distruggo la vita di tutti quelli che incontro. Che poi è quello che fai tu, però, boh, a te piace.»

«Quello che dici non ha alcun senso.»

Nick annuisce e fa delle smorfie con la bocca prima di rispondere.

«È vero, ma le cose stanno così lo stesso.»

«Non ti stai piangendo addosso.»

«È un modo di dire, comunque è vero, non mi sto piangendo addosso, adesso, e sai perché?»

«No.»

«Te lo dico io.»

«Non mi interessa.»

«Te lo dico lo stesso. Perché una di quelle persone a cui ho distrutto la vita ha raccolto i cocci, non solo della sua vita, ma tutti i cocci che ha trovato in giro, si è fatta male mentre li raccoglieva, perché le schegge di vita tagliano, e io gli ho detto di lasciar perdere, ma lei ha continuato. A un certo punto non ne potevo più di vederla fare quello che avrei dovuto fare io e così sono scappato.»

Il ragazzo si avvicina al volto scheletrico dello spettro e alza le sopracciglia.

«Eh?»

«Io non mi sto piangendo addosso.»

«No, non ci siamo capiti, quello era il mio problema, la mia dipendenza, la tua è un’altra.»

«Dobbiamo andare» dice il mietitore estraendo entrambe le falci da sotto la sua cappa di stracci.

«Ecco, proprio di questo parlo, sei in astinenza da missione completata.»

«Assolvo al mio scopo.»

«Certo, e lo fai alla grande – anzi mi scuso se in qualche modo te l’ho impedito negli ultimi tempi – Tu servi il Flusso.»

«Servo il Flusso.»

«Questo l’ho già detto io. Tu sei il soldato perfetto, un giorno, qualche milione di anni fa, il grande capo ti ha detto “questa è la falce, buon lavoro” e da allora tu vai avanti a spigolare anime come se non ci fosse un domani, e va benissimo, tanto nessuno si accorge di niente a parte i morti. Ma. Adesso. Se vuoi servire davvero il Flusso devi fare una cosa che, ho capito, per te è molto difficile. Scegliere.»

Il teschio si avvicina fin quasi a toccarlo, lo sovrasta, le lame arcuate solo minacciosamente vicine.

«Ascolta, quando ci siamo scontrati con Max, lui ha preso qualcosa che stava cercando, sono sicuro che l’hai percepito anche tu. Finora ero rimasto paralizzato dall’angoscia per quello che era successo a Sasha e questo mi impediva di vedere il vero problema. Io sono un depresso e tu sei… non lo so; il punto è che voglio continuare a essere quello che sono almeno quanto tu vuoi continuare a essere quello che sei e ho paura – ma è una pura molto concreta – che se non fermiamo Max io non avrò più un cazzo su cui piangere e tu non avrei più un cazzo da spigolare. E questo vale anche per ciò che vogliamo proteggere. Persone, anche se non ci riesco molto bene, e il Flusso, tu invece sei un campione.»

Passano attimi di silenzio in cui nessuno dei due si muove.

«Ti credo» dice infine il mietitore.

«Grazie – Nick tira un sospiro – Adesso ritorna qua dentro… o vengo io, non lo so, insomma, torniamo nel Buio e facciamo quello che dobbiamo fare.»

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