Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 26

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 26

Dai calcinacci al di là del muro sfondato si alza in una grossa nube grigiastra densa di polvere e di cemento che invade l’interno del capannone come nebbia priva di umidità.

Il mietitore è la posseduta sono spariti ai sensi della coscienza di Carlotta, come le luci di coda di un treno che si infila in una galleria.

Accanto a lei, lo spirito ambrato di Mimmìa si inarca all’indietro colta da un lungo spasmo di dolore, la sua immagine trema, si sfoca, composta da una pluralità senza fine di altre immagini identiche che non riescono a entrare in asse, ognuna con una sfumatura cromatica leggermente diversa. Quando riescono a sovrapporsi e a riunirsi, la figura si blocca, viene attraversata da una scossa la cui sofferenza si riverbera fino a Carlotta, che non può fare niente per aiutarla, può guardarla mentre si preme i palmi delle mani contro le tempie e lancia un lungo urlo immateriale. Carlotta percepisce il grido sulla sua coscienza come una tempesta di sabbia sulla pelle nuda, abrasiva e impetuosa. Mentre urla, la femina comincia a perdere integrità, a disgregarsi, la sua figura si espande per fotogrammi sovrapposti, sempre più grande, sempre più rarefatta, finché non ingloba l’intera scena e di fatto non scompare, lasciando solo la eco del suo tormento.

Unica prova della sua precedente esistenza è il maglio, ridotto a poco più che un raggio di luce, ma ancora in grado di tenere a distanza le ombre, che si fanno sempre più pesanti, più oppressive. Carlotta si stringe a Sasha, si fanno piccole sotto la cupola di Tenebra che si va chiudendo attorno a loro. Sente che la coscienza della ragazza ha dei sussulti, si chiude in posizione fetale nel suo braccia, la sente dissolversi, le sfugge dalle mani come se fosse una statua di sabbia; dovrebbe offrirle coraggio, speranza, conforto e invece si sente lei stessa sull’orlo della disperazione, fragile, afflitta da un compito che non si sente in grado di portare avanti. E così anche lei comincia ad andare in frantumi, la sua coscienza inizia a scomporsi negli infinitesimali costituenti dell’energia primordiale; si concentra, per rimanere integra, per ricordarsi chi è.

«Stupida, stupida, stupida!» si ripete

La denigrazione, l’umiliazione, il discredito, la mortificazione. Sono i canali principali con cui si relaziona con se stessa.

Cade in uno stato alterato di percezione, quello che la circonda allenta i legami con la realtà fino a perderli completamente, tutto si deforma, compaiono luci e ombre senza che le sia possibile distinguere il positivo dal negativo, nei moti variabili di onde o dune di energia che disegnano paesaggi mutevoli e bui dentro cui si tuffa a capofitto, risucchiata da una forza inarrestabile. Viaggia a ritroso per un tempo indefinibile, davanti a lei tutto si restringe, ogni cosa si rimpicciolisce fino a scomparire, sostituita da altri ammassi di cose con fattori di scala sempre più grandi, si allontana a velocità crescente, da un centro ideale verso l’esterno, verso il fuori, verso quello che non è. Non può fare altro che osservare, vivere passivamente quell’esperienza a stento concepibile, incapace di imporre anche minimamente la propria volontà su quel rapimento ultraterreno.

Si ricorda che Sasha è con lei solo nel momento in cui si fermano, la sensazione in realtà è che ciò che hanno attorno smetta di scivolargli addosso. In ogni caso il fenomeno cessa con la stessa rapidità con cui è partito.

Si trovano quasi al limite, Carlotta ne è consapevole, la loro caduta si è interrotta al confine interno della realtà, a un passo dal superare la scala della comprensione. Tutto ciò che è, il Tutto, è davanti a lei, nella sua incomprensibile variabilità e complessità. Dietro di lei la comprensione, la possibilità di osservare il Tutto da fuori, senza farne più parte, e leggerne così lo schema. Alle sue spalle la verità assoluta, libera da ogni morale, la verità ultima, immune da qualsiasi relativismo, la Verità Terribile.

La tentazione è straziante. Sapere se la propria esistenza, se ogni esistenza, ha uno scopo, un fine ultimo superiore. La conoscenza definitiva è a portata. Il giusto costo da pagare per la certezza è l’annientamento. Un costo che non sembra affatto eccessivo.

Carlotta volta lentamente la testa, sceglie di farlo per l’ultima volta.

Mani esili e tremanti le prendono il viso, le mani di Sasha, quelle di una bambina spaventata, le avvicinano la testa alla sua e la stringono guancia a guancia e le passano una richiesta, una supplica, delicata quando una lacrima.

Per lei resiste alla tentazione e rimane contemplare lo spettacolo ipnotico che ha di fronte, una coreografia mistica di elementi trascendentali, simbolici.

Nello spazio oscuro, piatto, infinito e indefinito, si incurva un enorme imbuto traslucido il cui bordo superiore si perde nella volta dello spazio stesso.

Incastro nel collo stretto dell’imbuto, quasi verso la fine, un uovo bianco e trasparente al cui interno si agita nel sonno una forma umanoide, dalle proporzioni bestiali, la cui pelle sembra corteccia screpolata cosparsa di pece.

Più sopra, dove la curvatura dello spazio assume andamento esponenziale e l’imbuto comincia ad assottigliarsi, un anello di forme anatomiche indistinte che si rincorrono e si saldano tra loro in un fluido amorfo che cola un liquido scuro lungo le pareti interne dell’imbuto, fino all’uovo, che lo assorbe.

La punta dell’imbuto converge sulla fronte di un uomo di vetro, immobile, a braccia aperte. Dalla testa dell’uomo si dipartono ciocche di lunghi capelli che fluttuano nello spazio e arrivano come cordoni ad altre sagome umanoidi distorte che gli galleggiano attorno.

I singoli dettagli si imprimono nella mente, il meccanismo mnemonico attinge a informazioni inconsce preordinate nella coscienza collettiva, e la sensazione di avvicinarsi, da prima lieve, si trasforma in un moto forzato verso quella costruzione simbolica. Si sente di nuovo risucchiata, o spinta, da un vortice di granelli cristallini che la pungono. Stavolta è lei a trascinare con sé Sasha, entrano assieme nell’imbuto, e le fa da scudo mentre precipitano mulinando a spirale lungo la parete interna.

Tra una rotazione e l’altra, in accelerazione continua, la prospettiva visuale della scena che prima osservava da fuori si piega e si modifica, diventa più concreta e riconoscibile.

Dallo spazio infinito sorgono misure che, per quanto sconfinate, appartengono all’esperienza umana, e proporzioni, distorte, ma immaginabili.

Quando vengono scaraventate sul terreno polveroso e Carlotta alza lo sguardo, ha l’idea di essere atterrata su un pianeta alieno, un superficie brulla e inospitale al tramonto di molti soli.

Guidata da una volontà dominante codifica le percezioni di quell’ambiente in modo da trovarsi nel mezzo di canyon desertico coperto di sabbia grigia.

L’anello che aveva visto ruotare all’imbocco dell’imbuto, costretto in una manifestazione a sole tre dimensioni, si è compresso e ritorto su se stesso, assumendo l’aspetto di una colonna o un tentacolo di anime nere. La base del tentacolo affonda nel canyon oltre l’orizzonte, la punta si perde oltre le nubi pesanti solcate da lampi cremisi che ingombrano il cielo, sotto cui volteggiano ombre gigantesche prive di ali. Le irregolarità sulla superficie e i movimenti disarticolati e in apparenza casuali con cui frusta l’aria altro non sono che deformazioni a cui la somma immane delle sue molteplici essenze costringe gli assi dimensionali e forse gli stessi canali percettivi.

L’essere di vetro si riempie di sostanza spirituale il cui colore varia nello spettro del giallo, il volume genericamente umanoide si scolpisce nel fisico di un giovane uomo, la coscienza di un giovane uomo, dalle fattezze che conservano solo alcuni elementi del corpo di cui conserva memoria nella realtà materiale.

Intorno a lui, in attesa di un cenno della sua volontà, ci sono tre giovani ragazze i cui volti sono sempre in ombra, i loro corpi sono bianchi perlacei anziché del colore dell’ambra come quelli delle altre coscienze dei viventi.

Fino a questo momento le è sembrato di vivere al di fuori di una scena immobile, il singolo fotogramma di un singolo istante, ora d’improvviso viene catapultata di nuovo nel fiume del tempo, lo sente scorrere, ne viene travolta.

Il ragazzo urla, si regge la parte sinistra della faccia con le mani, da cui trapela e cola un liquido scuro. Le sembra che soffra per una terribile ferita.

Sasha risponde agli impulsi di quella sofferenza disumana chiudendosi ancora di più tra le sue braccia e gemendo di paura.

Carlotta la stringe a sé, ma ha paura a sua volta. Molta paura.

Sotto l’urlo del ragazzo comincia a sentire un’altra voce, un altro grido, che man mano si fa più presente. Dalla tempesta di sabbia che le turbina attorno la raggiunge un calore superficiale, una lieve pressione la stringe, come un abbraccio, il pulviscolo cristallino si ricompatta poco a poco attorno al maglio di luce, rimasto sempre vicino a loro, e forma nella figura di Mimmìa. La coscienza non sembra consapevole, come se fosse persa in un sogno piacevole, finché qualcosa non sembra turbarla e riprende a pieno lo stato vigile.

«Ci hai salvato. Sei stata tu» dice Carlotta.

Come risposta riceve una sorriso e una carezza sulla guancia, una seconda carezza è per Sasha, poi la femina si volta, attirata dall’origine della sua paura.

«S’Ammuntadori…» dice.

Sta parlando di Max, Carlotta non sa perché lo chiama in quel modo finché Mimmìa non torna a guardarla, allora riceve la conoscenza del significato che ha per la donna quella parole. Più di un semplice nome dialettale, un titolo.

S’Ammuntadori è l’incubo notturno, l’incarnazione delle paure ancestrali.

Nelle terre dei suoi avi si credeva, e talvolta si crede ancora, che in alcune notti, in alcuni luoghi e in alcuni momenti misteriosi, ma ben precisi, si potessero incontrare gli spiriti dei morti inquieti, is umbras malas, le anime nere. Nei casi peggiori si incontrava anche s’Ammuntadori a guidarle.

Un essere di cui le leggende non hanno tramandato la descrizione fisica poiché anche se si mostra con un corpo e con un’anima, non ha né l’uno, né l’altro. Ciò che si sa è che chi si trova in sua presenza prova un senso di oppressione, una pesantezza innaturale al petto, il fiato si fa corto, il respiro affannato. Chi lo incontra non chiede mai aiuto e non fugge. Non può. S’Ammuntadori ti si attacca addosso, ti risucchia la voce fino al più flebile sussurro, ti stringe e non ti lascia; si prende gioco di te, ti spinge a scappare, a correre via più veloce che puoi, ma ti inchioda i piedi a terra e ti spezza le ginocchia. Così rimani immobile dove sei in balia de s’Ammuntadori, il terrore, l’incubo.

Carlotta guarda quel volto distorto dal dolore. La parte scoperta. Un viso bello da guardare, solo da guardare, privo di gentilezza, di pietà, di umanità.

Il volto di Max. Dopo che Nick le aveva raccontato la storia aveva svolto ricerche su internet sulla storia della setta, sa che è lui.

Smette di urlare, ansima piegato sulle spalle, l’unico occhio visibile ruota fino a incrociarla. Si girano anche le tre ragazze e, in apparenza senza alcun segnale, si muovono all’unisono galleggiando in aria, fanno identici movimenti, in perfetta sincronia, solo quando arrivano a pochi passi da loro si separano e le circondano, disposte a triangolo cominciano a girare.

Carlotta si sente minacciata, ma capisce la loro attenzione è dedicata in gran parte a Mimmìa, la stanno valutando e lei fa lo stesso con loro, cercando di non perdere mai d’occhio.

«È un solo essere – le comunica – Un Mara in triplice forma.»

Una delle ragazze scatta in avanti e attacca  la femina, lei la respinge con il maglio e subito una seconda prova ad aggredire Carlotta e Sasha. Mimmìa arretra fino a coprirle e riesce ad allontanare gli spettri; continua a tempestare di colpi le ragazze bianche per non farle avvicinare.

Quando la terza parte del Mara si muove verso le giovani con le mani artigliate in avanti, con una manovra elusiva semina le due con cui stava combattendo e si lancia contro l’altra, che nel frattempo ha afferrato Sasha per un braccio, la colpisce così duramente alla testa da lasciarla stordita. Senza riprendere fiata attacca le altre due, riesce a contenerle, le colpisce e loro accusano.

Guardandola combattere, Carlotta rimane estasiata, per un attimo le sue paura scompaiono e pensa che la femina sconfiggerà i mostri e le riporterà a casa.

Quando anche l’ultima ragazza bianca si unisce alla lotta le speranze di Carlotta naufragano sotto la pura forza del numero. Sente che Mimmìa è in difficoltà, la vede arrancare e non sa come aiutarla, il Mara la ferisce in più punti, non riesce più a difendersi da tutti gli attacchi e ogni ferita che subisce diventa più debole, le piaghe appena aperte sulla sua coscienza diventano nere, colte da una sorta di cancrena spirituale.

La vede rilasciare dal maglio una poderosa ondata di energia luminosa che allontana il Mara e per un istante rende tutto troppo bianco e confuso per comprendere cosa stia accadendo; prima di tornare a comprendere, Carlotta si sente afferrata sotto l’ascella e portata via. Mimmìa le sta trascinando con sé a folle velocità. Dietro di loro il Mara le insegue e guadagna presto terreno.

Così strette vede i tagli sul corpo eterico della femina pulsare, gonfiarsi e diventare sempre più scuri, ed è colta dallo sconforto.

«È come pensi – le dice Mimmìa –  non riuscirò a vincere questo scontro.»

«Io… ti aiuterò.»

Lo dice con sincerità, anche se non sa come fare. La donna sorride e guarda dietro preoccupata, poi torna a parlarle.

«Certamente, quando tornerai di là…»

«No, hai detto che non ce la farai… se ti lascio… »

«Bambina mia, io sono già morta, dall’altra parte.»

Non aveva dubbi al riguardo. Aveva visto il poliziotto posseduto spararle in testa. Ma non riesce comunque a frenare l’angoscia.

«Non essere triste, lo abbiamo fatto per Sasha, è giusto così. Se vuoi aiutarmi devi dire a Momoti che faccia ciò che deve.»

Il Mara le raggiunge e le sue molte mani si avvinghiano alla schiena di Mimmìa, la feriscono a fondo, nonostante il dolore che le solca il viso riesce a scrollarsele di dosso, appena il tempo di alzare il maglio e calarlo su di lei.

«Digli di non lasciarmi nell’Oscurità!»

Quando viene colpita, Carlotta si sente precipitare in un tunnel verticale, la scena e il paesaggio scorrono a velocità folle lungo le pareti del pozzo, si fondono in una sensazione di vuoto rapidamente invaso da un tumulto ossessivo, il battito frenetico del suo cuore che la obbliga ad aprire gli occhi e a urlare.

Urla per l’orrore a cui ha assistito, urla per la paura che quell’orrore possa essere stato reale e non solamente un incubo, urla per lo shock di dover affrontare di nuovo percezioni concrete.

Si trova di nuovo nel suo corpo, le orecchie sentono suoni, la pelle tocca oggetti solidi, gli occhi vedono l’interno del capannone buio. Ognuno dei sensi fa il suo lavoro, ma l’insieme dei loro stimoli non riesce a darle una descrizione della realtà di cui comprenda il senso. Uno stato di dispercezione che comincia a risolversi solo quando sente Nick gridarle qualcosa, il suo nome crede. Lui è lì da qualche parte, vicino a lei comunque, è la sta chiamando. Prova a rispondergli, ma i suoi pensieri non si trasformano più in immediata conoscenza per l’altro, deve imparare di nuovo a convertire i concetti in parole e a passarli dal cervello alla lingua.

«Nick… Nick…»

Riesce a distinguere l’immagine del ragazzo dallo sfondo nero. Le cinge le spalle e con una mano le accarezza la guancia.

«Carlotta, calmati. Sono qui.»

«Nick, io… sono andata… dall’altra parte… alla fine… è tutto buio!»

Non aveva mai pensato di poter dire una cosa del genere a qualcuno e trovare la comprensione negli occhi di quel qualcuno.

«Lo so, ma è tutto finito.»

«È tutto finito» pensa con sollievo.

Il sollievo termina con il ricordo delle ultime parole di Mimmìa.

«No!»

Si alza di scatto e agita le mani verso il cadavere dell’anziana donna.

«Lei sta ancora combattendo. Mi ha detto che Momoti deve aiutarla.»

L’espressione di Nick diventa cupa, non sembra capire a pieno il significato di quel messaggio, così richiama dalle ombre la forma dello spettro dal volto di teschio, se me ricopre e gli lascia il comando.

Con il mietitore a fianco anche Carlotta intravede una sagoma luminosa sopra il corpo della femina, traslucida, vaporosa, vagamente umanoide, la versione indistinta e sbiadita dello spirito forte e strutturato che l’aveva salvata dal triplice Mara, eppure è lei, la riconosce, e riconosce in lei i segni della contaminazione che la tormentano, spirali nere e fumose di Tenebra che scavano e si allargano in lei, intorbidiscono la sua coscienza, la corrompono, la annientato e la sostituiscono poco a poco in un processo infernale e irreversibile.

«Ha detto che devi salvarla dall’Oscurità.»

Il mietitore annuisce. Con un colpo di falce disperde la coscienza di Mimmìa e la restituisce alla pace del Flusso.

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