poesia

Un giullare di notte

“A cosa serve una veste sgargiante
se la notte è calata in un istante?
E una smorfia divertente
s’è lontana ormai la gente?”
Se lo chiede un giullare, in cammino,
nell’ora più buia, prima del mattino.
“Quando accadrà? Pensarlo non oso.
A quando il meritato riposo
per questo patetico immortale?”
Vede un monte scuro innanzi e sale:
Giustaforca sul trono del mondo;
come in un ritratto senza sfondo
ricorda la sua vita passata,
passata tra un pianto e una risata,
e fa gran ridere di se stesso,
e del timore che prova adesso
nel vedere in lontananza
una fanciulla che danza.
La paura al fin decade
quando incrociano le strade.
“Sei venuta fino a me”
dice il Giullare “Perché?
Ho scommesso col re dell’inferno
ho vinto io e il mio vagare è eterno”.
E la dolce all’indifeso:
“Messer Diavolo s’è arreso
in cambio d’una carezza”.
Poi gli dice con dolcezza:
“Tutto giunge al mio cospetto,
è da tanto che t’aspetto.
Vorresti finalmente sapere?
Danza con me, allegro cavaliere”.
Ride Giustaforca, fino al pianto.
“Ho finito” dice “Questo è quanto?
T’ho corteggiato senza fretta,
non si delude chi t’aspetta.
Giungi ora che sono stanco,
ma tu mi chiami e io non non manco.
Danza con me, mia triste regina”.
E danzarono fino a mattina,
Signora Morte e il Giullare,
che non s’erano potuti amare.
Così va via, senza lotte,
un Giullare di notte.

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