Memento Mori 25

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 25

Un colpo netto. Chirurgico. Il mietitore ha atteso fino all’ultimo istante, per essere sicuro di colpire solo il Mara e lasciare illesa Sasha. Quando la femina ha schiacciato a terra il feto mostruoso con la forza sprigionata dal suo maglio, ha alzato la falce sopra la spalla, pronto. Ha aspettato il momento giusto e poi ha colpito. Con un taglio ampio e rapido ha reciso il Mara dal ventre della ragazza.

Percepisce l’odio della creatura, la rabbia e la sofferenza che lo tengono in vita, ma il suo è stato un attacco definitivo. Per esperienza si aspetta che il moncone che il Mara ha al posto delle gambe si cominciare a dissolvere e il pulviscolo energetico che compone la folle coscienza risalga verso l’alto, attirato dal Flusso.

Quello che accade invece è che le Tenebre calano all’interno del capannone, l’Oscurità prende spazio e copre il Flusso, si spande come una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua.

Il Mara continua a dimenarsi come una gallina sgozzata ed entra in uno stato di frenesia violenta, con una forza inaspettata allontana l’onda di pressione del maglio che lo opprimeva e si scaglia lontano dal gruppo

Qualcosa lo sta ravvivando, fantasmi della Tenebra più sottile emergono dalle ombre, calano dall’alto, lo raggiungono entrano in lui, si dissolvono in lui e gli danno potere. Un fenomeno difficile da osservare, persino per il mietitore. Decide di farla finita finché lo spettro del non nato non ha ancora raggiunto il pieno sviluppo. Gli pianta la lama nel fianco. Ancora una volta l’effetto non è quello voluto; la coscienza distorta non si dissolve, anzi, trattiene la lama al suo interno.

Quando entra il poliziotto quasi non riesce a percepire la sua forma materiale, i sensi sono colti in maniera dolorosa dalle anime nere che lo animano dall’interno.

Quello è il suo nuovo bersaglio. Esiste da sempre per eliminare dall’interno le minacce alla persistente energia del Flusso, l’entropia. Non ha dubbi che al momento il nuovo arrivato rappresenta la minaccia maggiore. E poi una scintilla emotiva, un sentimento residuo della personalità residuale, quella umana, lo spinge a occuparsi dell’incolumità delle tre umane i cui corpi sono rimasti inermi nella realtà, separati dalle loro coscienze.

Prova a strattonare il manico della falce per liberare la lama, ma è incastrata in profondità nella volontà negativa del Mara. Lo spettro abortito risale la lunghezza dell’arma con le sue braccine e si aggrappa con gli artigli alle maniche della giacca del mietitore, con una foga, con una forza tali da impressionare anche l’antico essere.

Lo sparo arriva, quasi atteso. Senza smettere di tirare a sé l’impugnatura d’ebano, il mietitore si gira in tempo per vedere il corpo della donna più anziana cadere di lato, spinto dal colpo di pistola che le ha devastato metà del cranio. Quando l’uomo lascia cadere in terra la pistola e si china su Sasha, inizia a prende a pugni e calci il Mara con tutta la sua forza. Il tempo che impiega a liberarsi è sufficiente al posseduto per aprire la bocca della ragazza e riversare in lei le anime nere che ha dentro. Lo scatto del mietitore è fulmineo, in un battere di ciglia copre la distanza che lo separa dal suo bersaglio e lo decapita. Con un getto che si confonde alla fontana di sangue che sprizza dal collo monco, le ultime anime nere escono dal corpo che possedevano e si dissolvono nella Tenebra circostante.

Troppo poche. Le altre, quasi l’interno moltitudine ora possiedono un nuovo corpo.

Sasha si alza. E abbraccia il figlio che non ha mai avuto. Accoglie il feto spettrale nel suo letto, dentro di lei e lo nutre del latte corrotto delle anime nere, finché non c’è più traccia della moltitudine, c’è solo il Mara.

Il tempo di un pensiero vergognoso, di una triste intuizione e la condivisione è completa.

Il mietitore piega le braccia e la falce saetta in avanti, cerca la posseduta, in ritardo di una frazione di secondo, lei si è già mossa, ha scartato di lato in risposta all’attacco, non trova il collo a ho stava mirando, solo l’avambraccio, sulla cui pelle si apre un lungo taglio verticale. Che sanguina. Sangue umano.

Il legame tra la ragazza e il Mara è così profondo che non può più decidere di limitare l’effetto dei suoi colpi solo al livello delle coscienze. Se ferisce la coscienza, ferisce Sasha. Se dissolve il Mara, Sasha muore.

La posseduta fissa gli occhi bianchi su di lui, sorride, sembra consapevole della sua difficoltà, poi si volta a guardare Carlotta, vuole che lui capisca la minaccia, lo sfida, e si getta sull’altra ragazza. Il mietitore protende verso di lei il manico della falce e la colpisce allo sterno con la parte dietro la lama. Il rumore indica che due, forse tre costole si sono incrinate, una si è rotta. Il Mara non fa nulla per proteggere il corpo che lo ospita, anzi, si butta di nuovo avanti, contro Carlotta. Stavolta il mietitore si limita a bloccare l’assalto e a spingerla indietro, la vede cadere di schiena nel punto dove era stato legato, quando si rialza l’intreccio di filo spinato che lo legava è ancora piantato nella sua della posseduta, striscia a terra come un macabro velo nuziale intriso di sangue. Questo non le impedisce di continuare ad avanzare, l’obiettivo è ancora Carlotta. La valutazione è chiara: non può proteggerle entrambe.

Non appena arriva a portata prova a colpire Sasha al volto, per farla svenire, lei schiva il pugno, gli passa sotto il braccio e allunga le mani verso Carlotta. Con un rapido affondo la afferra per la maglia, tra le scapole e la scaraventa a diversi metri di distanza.

Decide di cambiare strategia e di salvare il salvabile. Disperde la falce, allarga le ali, le sbatte dietro la schiena e si proietta in avanti. Colpisce la posseduta alla massima velocità, le si avvinghia addosso, la stringe in una morsa tra le braccia, per impedire che sfugga e al contempo per proteggerla dall’impatto quando insieme sfondano la parete del capannone e precipitano nel piazzale che c’è oltre.

Due rimbalzi e una lunga strisciata sul cemento grezzo, tanto dura il loro abbraccio, poi rotolano in direzioni diverse. Il mietitore si gira in modo da proteggere Sasha dalla maggior parte dei danni della rovinosa caduta. Riesce a rimettersi in piedi un attimo dopo di lei, in tempo per subirne il duro attacco, viene colpito ripetutamente sulle spalle da una spessa treccia di filo spinato usato come una frusta, impregnato ancora della maledizione del filuferru, gli causa profonde lacerazioni sulla schiena prima che riesca a evocare la falce per difendersi e accorciare la distanza tra loro.

Il pensiero di non ferire Sasha è sempre presente nella strategia del mietitore, ma il Mara non sembra avere la stessa premura. Quando passano al corpo a corpo serrato, avvolge il filo spinato attorno alla mano e all’avambraccio e lo usa come un tirapugni, a ogni colpo che dà, a ogni colpo che para si ferisce sempre di più. Il Mara si nutre di dolore e di follia, vive nella sofferenza, ma il corpo di Sasha non può reggere tanto. Se non termina in fretta lo scontro, la ragazza morirà in ogni caso.
L’unica cosa che può fare è cercare di rendere inerte o innocuo lo spettro del feto cercando di causare controllo estesi a lei.

La falce guizza nell’aria creando una ragnatela di fendenti mirati a evitare aree vitali del corpo di Sasha.

Uno sforzo di controllo inutile. Ogni taglio inferto dalla lama alla coscienza corrotta viene riempito e rigenerato dalla comparsa di nuove anime nere, che vengono assorbite e diventano parte del Mara. E ogni nuovo assalto lo lascia scoperto ai pugni della posseduta. Mentre le ferite si moltiplicano sul corpo della giovane.

Arretra. Ha bisogno di spazio e si tempo per valutare la situazione. Non gli vengono concessi, il nemico lo incalza. Cerca lo stallo, lo ottiene per un attimo quando ognuno blocca il polso armato dell’altro con la mano libera.

Deve capire che cosa sta accadendo realmente, che cosa continua a nutrire e potenziare il Mara.

Un attimo gli è sufficiente. Attraversa il velo e passa nel Buio.

Ogni traccia del mondo materiale è annullata, di fronte a lui c’è solo il Mara, il corpo di Sasha, il piazzale è il capannone sono rimasti nella realtà.

Percepisce la Tenebra con la chiarezza di cui necessita.

Alla sagoma traslucida del feto mostruoso è attaccato un lungo tentacolo dalla forma irregolare e coperto di bolle, addenta l’addome con la punta sottile, come una sanguisuga o una lampreda, un cordone ombelicale parassita che succhia qualcosa dal Mara, una sostanza dotata di una debole luminescenza, e pompa materia oscura, la moltitudine infinita delle anime nere.

Il tentacolo si inspessisce man mano che si allontana verso l’orizzonte del Buio oltre il quale va a scomparire.

Il Buio non ha grandezze né dimensioni, ma rispetto alla capacità percettiva delle coscienze può essere considerato al pari di una gigantesca sfera, un pianeta nero, indistinguibile dal panorama di tenebra circostante.

Il mietitore ne tiene conto, la possibile soluzione all’empasse si trova al di là dei suoi limiti percettivi.

Si stacca dal Mara, che prova ad artigliarlo, e si proietta nel Buio alla velocità del pensiero per risalire il tentacolo. Mentre vola a raso, dalla superficie coperta di vesciche le anime nere allungano i loro arti informi contro di lui, non lo fermano, lo feriscono solo superficialmente, ma lo rallentano, quel tanto che basta per rendersi conto che il Mara lo sta inseguendo.

Nei momenti in cui le anime nere si fanno più aggressive, viene raggiunto e si svolge un breve scontro che il mietitore elude per proseguire la sua fuga.

Quando il mietitore arriva a vederne l’origine, il tentacolo ha raggiunto un diametro pari al doppio della sua altezza, sotto un’altra prospettiva potrebbe apparire come una colonna di viva Oscurità, in questa fattispecie ha la forma di una lingua, un’orribile lingua conica che fuoriesce dalla bocca spalancata in un ghigno delirante del volto titanico e deformato di un essere umano. Il volto di Max.

La carica del Mara arriva dura alle sue spalle, finisce a terra schiacciato dall’impatto e dalla massa spirituale del nemico, la moltitudine si stringe su braccia e gambe costringendolo a tenerle spalancate mentre il feto lo colpisce con ferocia disinibita.

Il Buio è il suo regno, niente può trattenerlo oltre la durata del suo stupore. Scivola tra le grinfie delle anime nere, torce lo spazio oscuro e si libera. Riappare eretto sopra la testa dell’avversario; non è l’unico a essere stupito, impugnare un’estremità del bastone, lo alza dietro le spalle e lo abbatte in mezzo agli occhi della creatura. Il Mara arretra tastando con le mani sproporzionate la parte lesa, mentre le anime nere vengono rilasciate dal cordone per andare a ricostruire ciò che resta del suo volto abominevole, la luminescenza assorbita dal cordone si fa più intensa. In quel bagliore dorato, il mietitore ravvede le tracce di un’innocenza atavica, una sensazione che ha già sperimentato, quando si avvicinò a Sasha il giorno dell’incidente, quello è il nucleo primigeno della vita, l’essenza del bambino mai nato su cui la Tenebra ha tessuto la struttura del Mara.

Segue di scatto la piccola coscienza risucchiata via dal tentacolo, corre verso la faccia colossale a folle velocità, fatica a stargli dietro, focalizza la sua volontà sull’obiettivo di raggiungerla, sa d’istinto che se dovesse raggiungere Max, se Max dovesse entrarne in possesso, sarebbe una minaccia, per tutti. Affiancarla non è sufficiente, deve superarla, anche di poco, e recidere il tentacolo, ma ogni istante che passa la scintilla vitale si allontana un po’ di più, attirata da una brama folle e disperata in grado di vincere qualsiasi atto di volontà, lo sta distanziando in modo irrecuperabile. Solo una cosa rimane da fare, allarga la falce al suo fianco, se non può salvarla, può almeno impedire che venga asservita agli scopi del satanista. Dovrebbe fare qualcosa contrario alla sua natura, alla sua missione, dissolvere una coscienza nel Buio significa privarla per sempre al Flusso, disperderla inutilmente nell’Oscurità.

Si chiede se è davvero disposto a farlo. E si prepara a colpire prima che sia troppo tardi.

Frena all’improvviso, qualcosa lo trattiene per le caviglie. Per quanto si sforzi di andare avanti può solo osservare la luminescenza allontanarsi da lui e sparire oltre i denti aguzzi della bocca di Max.

Fallimento, frustrazione, rabbia. Tutte sensazioni nuove, sensazioni umane. La rabbia soprattutto. Si gira e colpisce con un pugno il Mara che gli ha afferrato le gambe. Non sente neanche il dolore delle unghie sottili infilate nel suo corpo spirituale, colpisce e basta, finché non lascia la presa.

Altre anime nere vengono pompate nel feto, come adrenalina pura gli danno una scossa di energia per un nuovo assalto. Il mietitore risponde a sua volta con una ferocia molto lontana dagli schemi calcolatori che lo guidano di solito, sembra ignorare volutamente che dall’altra parte ogni colpo inferto al nemico rischia di ledere l’incolumità di Sasha, in realtà agisce sulla base di un sospetto inconscio che neanche lui afferra a pieno.

Accetta di subire un’artigliata nel mezzo del teschio in cambio della possibilità di compiere un arco intero con la falce e mozzare la punta del tentacolo.

Mentre la lingua rientra nella bocca, dal moncone si spargono anime nere, inermi e indifese separate dalla moltitudine, come schizzi di sangue.

Il Mara non sembra essere più una minaccia al momento, lo osserva mentre viene colto da spasmi violenti e valuta di potersi dedicare al vero problema. Trasla fino a essere sospeso diritto davanti agli occhi di quel volto decine di volte più grande di lui. Max chiude la bocca e gli sorride.

«Aahh. Mi ci voleva proprio.»

Il mietitore alza la falce.

«Cosa pensi di fare, piccolo spettro? Sono fuori dalla tua portata!»

La lama ricurva è il riflesso della luna su un lago notturno.

«Ti mangio!»

Il mietitore aspetta immobile, attende la faccia che si inclina verso, la bocca è spalancata, le labbra ritratte, la lingua mutilata penzola di lato.

Il buio è il suo regno, le dimensioni sono solo una prospettiva della sua volontà. Attende e colpisce.

Un arco biancastro solca la metà sinistra del volto di Max, la falce cala rapida e silenziosa ad aprire uno squarcio che parte dalla fronte, attraversa l’occhio, solca la guancia all’angolo della bocca e termina oltre il mento.

Il volto si piega all’indietro, urla, arretra e si ritira svanendo lentamente nel Buio, lasciando sul suo percorso fiotti di Tenebra stillati dal profondo squarcio.

Anche per il mietitore è tempo di lasciare il Buio. Il Mara torna a caricarlo, si è ripreso in fretta dalla crisi, ma stavolta lo percepisce in anticipo e riesce a bloccare il suo assalto a mezz’aria, gli prende un polso mentre il mostro fa altrettanto con la sua mano che impugna la falce. In questa posizione li riporta entrambi nei rispettivi corpi, nella realtà.

La possessione è ancora più violenta di prima, il corpo di Sasha fibrilla, tira colpi a vuoto in preda a spasmi e convulsioni. Per il mietitore è abbastanza evidente che non potrà sostenere ancora per molto un simile ritmo. I muscoli sono talmente tesi e rigidi che i suoi colpi a mani nude in pratica non sortiscono effetti. È pronto a usare la falce per porre fine allo scontro.

Il corpo contro cui combatte ormai è un guscio vuoto, Max ha preso il bambino, ciò che li legava, ciò che legava il Mara a Sasha, la coscienza della ragazza è con Carlotta, al sicuro.

Aspetta l’assalto del posseduto, lo accompagna, si limita a intercettare le ampie artigliate con l’asta nera, subisce per il tempo necessario a individuare lo schema dei movimenti dell’avversario.

Apre le ali e si lancia in aria con un balzo all’indietro, schiva un grosso pezzo del muro sfondato che la posseduta gli ha tirato contro come un proiettile prima di correre verso il capannone. Sbatte le ali un paio di volte per recuperare l’assetto e si getta in picchiata. Passa di fianco alla posseduta e le falcia le gambe, attento a non ferire il corpo, ma solo il Mara che lo ospita. Le ginocchia cedono, private di energia e di volontà.

Il mietitore frena il suo slancio piantando la lama della falce a terra come un àncora, ripiega le ali nella schiena e si gira verso il Mara. La posseduta si è tirata su con le braccia e avanza strisciando, gli ringhia e azzanna l’aria. Lo spettro incarnato fa un passo avanti e con un movimento dal basso verso l’alto della falce esorcizza il corpo di Sasha, che emette un sospiro e si accascia al suolo.

Subito dopo la figura del mietitore lascia il posto a quella di un ragazzo. Nick corre a sostenere la ragazza: gli eccessi della possessione hanno lasciato segni profondi, ha perso molto sangue, da numerose ferite causate dallo scontro, il calore indotto dallo stato di iper eccitazione sta svanendo rapidamente lasciando la pelle umida e fredda. Rischia il tracollo fisico.

«Dovrei fare qualcosa. Dovrei aiutarla. Dovrei…»

Il pensiero è interrotto da un urlo proveniente da dentro il magazzino. L’urlo di Carlotta.

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