Memento Mori 24

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 24

Carlotta continua a ripeterselo a mente.

“Stupida. Stupida. Stupida.”

Per non pensare a tutte le cose di cui ha paura.

“Stupida! Stupida! Stupida!”

Tiene i pensieri occupati con i suoi stessi insulti.

“Stupidastupidastupida.”

Ma tutte quelle cose fanno capolino tra un insulto e l’altro. Anche se col tempo ha imparato a insultarsi molto velocemente.

“Vaffanculo!”

Accelera il passo, poi si ricorda che neanche trecento metri prima per poco non è caduta nel fosso che corre a lato della strada.

Ma come le è venuto in mente di avventurarsi a quell’ora di notte lungo la Nascosa?

“Stupida! Stupida! Stupida!”

Perché è una stupida, ecco come. Nick l’ha chiamata.

«Ho bisogno di te» dice con voce stridula e una smorfia sulla bocca.

Ed eccola in marcia sul ciglio di una strada a diversi chilometri dal primo palazzo abitato, deserta, senza marciapiede.

“Per fortuna non passa neanche un’auto.”

In direzione di un non meglio precisato capannone collocato in un punto non meglio precisato tra qui e…

“Vaffanculo! Non passa neanche un’auto…”

Nick non è normale. Non si chiama una ragazza appena conosciuta per darle un appuntamento del genere. In effetti che non era proprio normale normale lo aveva già capito… Tanto normale non deve essere neanche lei però, ad accettare l’invito.

E se volesse farle del male? Quello sarebbe il posto perfetto, e lei chiaramente non ha detto a nessuno che andava a infognarsi dentro un capannone isolato.

“Nick non mi farebbe mai del male.”

Che ne sai? Non lo conosci.

“Certo che lo conosco. Mi ha offerto la colazione.”

Dopo averti quasi ammazzato.

“E dopo avermi salvato.”

Cosa sai di lui?

“È carino.”

Ed è anche un mostro.

“Hai ragione!”

Certo che ho ragione.

“Va bene! Ma adesso falla finita!”

“Che casino…”

Lo dice a voce alta. Subito si mette una mano sulla bocca. Se un pericolo fosse stato in agguato nel buio adesso l’avrebbe sentita chiaramente.

Un bagliore compare finalmente dopo una curva appena accennata della strada.

“Un lampione!”

La luce elettrica non le è mai sembrata così… naturale. Accelera il passo sfidando il fosso a pochi centimetri dalle sue ballerine.

“Deve essere quello il posto.”

Intorno non c’è molto altro. Niente di illuminato comunque.

Avvicinandosi riesce a scorgere il cancello aperto in corrispondenza del vialetto d’accesso, tutt’uno con lo spiazzo cementato antistante il capannone e illuminato dalla luce che le fa da guida.

Lungo la strada si accendono all’improvviso altre due luci, fari bassi che le vengono incontro a velocità moderata.

Il cuore le balza in gola.

“Proprio adesso?”

La Nascosa di notte è brutta da percorrere in solitaria. Brutta per brutta però preferisce sempre sola che male accompagnata. Pensava di essere arrivata, quella macchina – la prima che incrocia da venti minuti – è davvero fuori luogo. Si tranquillizza quando vede la sagoma della sirena sul tetto della volante.

“Meno male… I poliziotti non fanno del male alle povere ragazze indifese.”

A parte in quel film del poliziotto zombi assassino…

“Falla finita!”

L’auto di servizio rallenta e le si ferma accanto.

«Tutto bene, signorina?»

Il poliziotto le parla dal finestrino aperto, fine entrambe le mani sul volante, non le piace come la guarda, gli occhi sono su di lei, ma sembra non vederla. Probabilmente pensa che sia una prostituta, chissà quante ne vede durante un turno di notte.

«Sì! Sìsì» risponde con disinvoltura poco convincente.

“Va tutto bene – pensa – Non hai fatto niente di male.”

«Sto andando… a casa. Ahah.»

“Che figura di merda…”

Il poliziotto non si scompone e continua a fissarla.

“Ma questo qui non sbatte mai le palpebre?”

«Vuole che l’accompagni?»

«No! Grazie… Ahah…»

“Ci manca solo il poliziotto annoiato che ci prova…”

«Non la disturbo, sono praticamente arrivata, davvero.»

«Credo che…»

L’agente sta per aggiungere qualcos’altro quando una mano gli si poggia sulla spalla e lo fa tacere.

Carlotta sobbalza di nuovo, non si era accorta della figura seduta sui sedili posteriori, anche adesso che sa che è lì è a mala pena una sagoma nel buio dentro l’auto.

«Stia attenta – conclude il poliziotto – La saluto.»

Carlotta alza la mano e muove le dita per rispondere al saluto mentre l’auto la supera e si trasforma in due lucine presto inghiottite dalla Nascosa.

“Fiuuu…”

Il sollievo per essere rimasta sola non mitiga l’ansia per essere di nuovo sola… Piuttosto confusa dal suo altalenante stato emotivo, Carlotta attraversa lo spiazzo di cemento ed entra attraverso il portone socchiuso del capannone.

Da un primo sguardo all’interno del grande edificio male illuminato, le sembra un magazzino, forse ha a che fare con attività agricole, trattori, carrelli trebbie e cose del genere.

A un secondo sguardo vede una ragazza riversa a terra, non vede il volto rivolto dall’altra parte, i lunghi capelli neri sono sparsi attorno alla testa.

“Oddio, è morta…”

È la prima cosa che pensa, ma non ci sono tracce evidenti di sangue o di ferite, i vestiti sono composti e non mostrano segni di violenza.

Vicino al corpo della giovane, una donna anziana, vestita di nero, la fissa con occhi fermi e umidi e un’espressione dura sul volto, le guance sono rigate dalle lacrime. In una mano tiene un grosso martello di legno sceso lungo il fianco.

“In questa scena fa il suo ingresso nel capannone dell’orrore la seconda stupida vittima della nonna killer.”

«Ehm. Saaalve – dice Carlotta cercando di sorridere – Io sono qui per…»

«So perché sei qui» la interrompe la vecchia.

«Che fortuna… Almeno lei… Niii-ick?»

Dall’ombra di una grossa scaffalatura poco distante emerge dalle ombre la forma longilinea del mietitore.

“E ti pareva…”

«Senti Mietitore…» dice la ragazza.

Il mietitore gira verso di lei il teschio imperscrutabile.

«Mietitore, giusto? Signor Mietitore.»

Il mietitore avanza, nulla traspare delle sue reso intenzioni.

«Non è che potresti… Cioè, dovrei parlare con Nick!»

Come se fosse fatta di nebbia, la figura scheletrica si dissolve, lanciando libero il ragazzo che è al suo interno.

«Tutto bene, Nick?»

Dai graffi e dai vestiti strappati in più punti non si direbbe.

«Diciamo di sì» risponde.

«Bene! Perché invece io sono stufa dei tuoi appuntamenti macabri!»

Nick le riserve un’alzata di sopracciglio piuttosto interrogativa.

«Ok, non è un appuntamento. Però sono stufa che mi fai venire in posti del genere e poi mi lasci pure da sola!»

«Ti chiedo scusa…»

«È il minimo.»

Carlotta mette le braccia conserte e guarda la parete del magazzino alla sua destra.

«Ho sentito un richiamo… Il mietitore ha sentito un richiamo, e sono dovuto correre qui. C’era la falce e c’era… lei.»

«Questo dovrebbe spiegare tutto, immagino.»

Nick lancia un’occhiata di intesa alla vecchia, in stato di grande apprensione, poi riassume in poche parole quanto accaduto nelle ultime ore: chi sono Mimmìa e Sasha, la loro relazione con il mietitore, la fine brutale del ragazzo che aveva rubato la falce, lo spirito inquieto che possiede la giovane e il piano piuttosto estremo per tentare di salvarla. Un piano che comprende anche lei.

«Io? E io che cosa c’entro?»

«Tu non c’entri niente – le risponde Nick – tutta questa storia non ti riguarda. Ma potresti fare la differenza. Puoi uscire dal tuo corpo, e puoi interagire con le altre coscienze. Io l’ho visto, lo hai fatto con me. Sasha è stata… portata al punto da separare la coscienza.»

«L’avete uccisa?»

Nick guarda la donna con il martello, deglutisce e torna a guardare Carlotta.

«Mimmìa l’ha portata vicino alla morte. È una procedura pericolosa, ma era l’unica per far emergere chiaramente il male che possiede Sasha.»

«C’è poco tempo – dice Mimmìa – È a un passo dal ricongiungersi al tutto.»

«Esatto, e tu – le dice Nick – devi impedirle di fare questo passo quando il mietitore interverrà.»

Carlotta passa lo sguardo dall’uno all’altra, incredula.

«Ma che state dicendo? Io… non posso fare quello che mi chiedete. Non sono in grado. Dici che mi hai visto volare sospesa sopra la mia testa, ma io non ne ho idea, è solo una cosa che mi hai detto tu,  io non…»

«Ti aiuterò io» la interrompe Mimmìa.

«Ah, certo, una botta in testa e la vecchia signora col martello manda in coma anche me!»

«Non abbiamo tempo, Momoti – dice la vecchia – Faremo senza di lei.»

«Momoti? Momoti ci sarai! Cos’è un momoti?» chiede Carlotta.

«Ce l’ha con me – la tranquillizza  Nick – È una storia lunga. Però è vero, non abbiamo tempo. Ascolta, possiamo salvare questa ragazza, la falce può separarla dallo spirito che la sta uccidendo, ma io non mi fido del mietitore, non sono in grado di controllarlo, ho bisogno che tu sia dall’altra parte, assieme a lei e che la protegga.»

Mimmìa si avvicina e le mette una mano sul braccio.

«Tu dovrai solo meditare, sei capace, lo sento, su matzolu è stato… una misura straordinaria, posso aiutarti a far emergere la vera te stessa con la preghiera, la parola.»

Passa ancora lo sguardo da dalla faccia rugosa della vecchia a quella tirata del ragazzo.

«Aaahh, va bene. E poi che devo fare?»

«Le anime nascono sapendo già cosa devono fare, sono gli uomini a dubitare.»

Il sorriso benevolo all’anziana signora rende la situazione ancora più inquietante. Risponde comunque al sorriso, poi prende Nick sotto il braccio e lo porta in disparte.

«Nick, tutta questa storia è assurda.»

«Sì, lo è.»

Carlotta non si aspettava che una cosa davvero assurda come quella, potesse sembrare più normale se condivisa nella sua assurdità. Al punto da far passare in secondo piano il fatto che un ragazzo che era morto quella sera stessa dilaniato da una matassa di filo spinata e che un’altra ragazza stava probabilmente per morire a causa di un trauma cranico indotto da una martellata. Un’altro dubbio la tormentava, così lo fece uscire.

«Tu perché lo fai?»

Nick si siede su una pila di sacchi mezzi ammuffiti prima di rispondere, ci sta pensando, non le sembra imbarazzato per la domanda, solo preoccupato  di trovare le parole giuste per farsi capire.

«Per tutto questo tempo ho pensato di avere la colpa della morte di Debora – la sua ragazza, glie ne aveva parlato –  Poi scopro che l’incidente in cui è morta è stato causato da un gruppo di ragazzi ubriachi – fa una pausa e guarda Sasha – Lei è una di quei ragazzi.»

«Nick, io non…» maledice la sua bocca che parla anche quando non c’è niente da dire.

«Neanche io – un sorriso triste si apre sul suo volto – Non so più che senso abbia parlare di colpe e di cause. Sasha è solo stata vittima della sua vita. Come noi della nostra. E poi… L’hai detto tu, no?»

«Cosa? Io dico tante cose…»

«Facciamo del male agli altri tutti i giorni, senza neanche accorgercene, senza volerlo.»

«È vero, l’ho detto.»

«Non meritiamo comunque di essere salvati?»

Carlotta si chiede di chi stia parlando Nick. Di Sasha? Più probabilmente di se stesso. Questo dubbio non lo esprime, non è necessario, non è utile.

«Stai facendo la cosa giusta» dice.

Nick si guarda i palmi delle mani come se li vedesse la prima volta.

«Ho il potere di farla.»

Carlotta prende quelle mani nelle sue e gli sorride.

«E io ti aiuterò.»

***

Oltre le palpebre chiuse è buio, non vede nulla, e le orecchie sono occupate dal suo incessante ripetere il daimoku.

«Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo.»

E dalla preghiera sussurrata da Mimmìa, la parte finale di un’ave maria un po’ diverso da come lo ricordava.

«Santa Maria, Mamma de Deus, prega po nosaterus peccadoris immoi e in s’ora de sa morti nostra. Aici siat.»

Il suono delle parole diventa sempre più indistinto, sente qualcosa, ha la volontà di continuare a ripetere la sua formula, ma non sa più se sta muovendo le labbra, le membra così rilassate da essere insensibili, non sente più il suo corpo e poi, non saprebbe dire dopo quanto tempo, il buio diventa luce, senza aprire gli occhi, vede.

Di fronte a lei c’è Mimmìa, sa che è lei, il volto però è quello di una giovane, un viso che sembra modellato nell’ambra liquida, come tutto il suo corpo, dalle forme armoniose e poco definite, immerso in un gas luminoso e chiaro. Non muove le labbra per fare la sua richiesta.

«Dove siamo?»

Attorno a loro l’oscurità totale è solcata da fiammate di energia luminosa e cristallina, onde, raggi, saette si scontrano e si accavallano, illuminando l’interno del capannone, così come Carlotta lo ha visto prima di chiudere gli occhi, solo più sbiadito, sfocato, privo di colori, statico.

La coscienza di Mimmìa le indica verso l’alto, dove un fiume di nebbia dorata striata d’azzurro copre la vista fino all’orizzonte, e senza cambiare la sua espressione pacifica e senza parlare comincia a spiegarle.

«Quello è il Tutto.»

«Il Flusso…» replica spontaneamente Carlotta.

«La Tenebra, ciò che non è, vi è escluso. Ogni cosa che accade e vive vi è contenuta.»

Pensiero ed espressione sono la stessa cosa, perciò Carlotta osserva il Flusso, lo percepisce con il suo essere e riconosce i fili che legano le loro storie, le storie di ognuno, e lo comunica.

«Quello è il karma, il legame che congiunge ogni cosa in assenza di causalità e casualità.»

Non sa neanche bene cosa significhi, le intuizioni sostituiscono le percezioni e spaziano a campo aperto nella sua mente non vincolata da schemi corporei.

Dove dovrebbe esserci il corpo di Sasha intravede solo una sagoma ingrigita di forma umanoide e al di sopra una visione inquietante.

La sagoma esile e delicata, Sasha senza dubbio, a malapena cosciente, con la schiena piegata galleggia priva di forza e volontà in una bolla di gas fetido che in parte penetra e inquina il fluido traslucido la compone. Attaccato alla ragazza un essere composto di quel vapore scuro e venefico condensato in un liquame oleoso, la forma è quella di un feto deforme, enorme, almeno il doppio di quello della madre, con tratti canini o scimmieschi. Le gambe e la pancia sono fuse a formare una sorta di tentacolo che affonda nell’addome di Sasha e pulsa al ritmo con cui succhia la sua energia vitale. Priva di sostegno, vincolata dal mostruoso cordone, la creatura spettrale arranca al suolo cercando di trascinarsi con le piccole braccia da neonato, schiacciata al suolo dalla gravità del male che gli ha dato vita, per sempre impossibilitata a innalzarsi verso la luce del Flusso.

«Bambina mia – dice la nonna alla nipote – Vieni con me.»

La coscienza della ragazza non reagisce, non dà segni di aver inteso. Come un can da guardia, reagisce invece il feto mostruoso, che si sposta nella loro direzione ed emette orribili vaggiti mostrando le fauci snudate.

Nel palmo della mano aperta di Mimmìa si concentra il pulviscolo luminoso dell’alone che la circonda e si condensa nella forma stilizzata di un grosso martello.

«Occupati di Sasha – le comunica mentre proietta in avanti la sua figura – Io penso al Mara.»

Conosce d’istinto cos’è un Mara, anche se non ne ha mai sentito parlare prima, sull’occuparsi di Sasha invece mantiene qualche riserva. Quando pensa di andare da lei, però si sposta nello spazio oscuro e si ritrova accanto alla coscienza priva di energie. le passa le braccia attorno alla schiena, per sostenerla, mentre Mimmìa colpisce con il martello il grugno animalesco del feto sovradimensionato.

Nel suo abbraccio Sasha ha un sussulto, una scarica di dolore la attraversa e un gemito acuto riverbera nell’ambiente, lo percepisce anche la nonna e si gira a fissarle entrambe.

La ragazza e il Mara sono così compenetrati da condividere le stesse sensazioni, soffrono assieme.

«Attenta!» grida Carlotta.

Il Mara approfitta della distrazione per aggredire alle spalle la coscienza dorata che riceve il colpo, ma riesce a divincolarsi evitando così la morsa delle mani artigliate.

«Tienila!» le ordina Mimmìa.

Lei si stringe a Sasha sulla fiducia e spera che l’anziana donna sappia ciò che fa. Che lo sappia o meno l’effetto è devastante, colpisce ancora una volta il Mara, ma anziché rialzare il maglio sopra le spalle continua a premerlo verso il basso, come se emanasse un’onda d’urto costante, l’arma schiaccia a terra la bestia che si dimena agitando le braccia in maniera scoordinata mentre ringhia e fischia tutta la sua rabbia.

La coscienza di Sasha trema, scossa da convulsioni che ne alterano la densità e la consistenza, rischia di scivolare via dal suo abbraccio, così Carlotta si stringe ancora di più a lei e si concentra sul suo compito.

Lo percepisce prima come una piccola alterazione superficiale, una sensazione simile a uno spostamento d’aria, poi vede l’arco biancastro del fendente. Con un colpo di falce il mietitore recide il cordone del feto alla radice. Non si era mai posta il problema dell’esistenza di molteplici livelli di percezione, quello della materia e quello dello spirito per esempio, agire come coscienza le è sembrato subito molto naturale nonostante la stranezza di vedere la realtà fisica come un’immagine distante e alterata. Il mietitore invece fa parte di entrambi i piani, lo percepisce nitido e distinto in una realtà come nell’altra.

Sasha sussulta mentre la sua coscienza ferita riassorbe il moncherino fetido e comincia a disperdere il suo veleno.

Carlotta la stringe e la culla nel tentativo di lenire la sua sofferenza, anche se si sente oppressa da un fenomeno imprevisto. Al pari del mietitore e di Mimmìa guarda in alto, il fiume dorato che scorreva sovrapponendosi al tetto del capannone è invaso dalle ombre, fluiscono da ogni direzione e coprono ogni superficie come uno sciame di insetti infestanti.

Il feto reagisce, folle di eccitazione, si libera dalla pressione esercitata dal maglio della femina, prova ad aggredirla e finisce con la lama della falce piantata in un fianco a inchiodarlo a terra. Una normale coscienza o un’anima nera, qualunque essere sotto il livello di un Mara sarebbe stato dissolto da quel colpo, qualunque entità animata da una rabbia meno intensa.

«Che sta succedendo?» chiede Carlotta.

La risposta degli altri due è uno sguardo in direzione della porta del capannone, da cui sta entrando un uomo. La visione sfocata del mondo reale rende difficile identificarlo a prima vista, poi però lo riconosce come il poliziotto che l’ha fermata sulla Nascosa.

Quel tipo era stato capace di inquietarla da subito, ora capisce il perché.

Sotto un primo strato in apparenza normale, vede muoversi in trasparenza una moltitudine di esseri, quasi un magma ribollente di arti, teste, occhi e bocche orribilmente distorti.

Prima che abbia tempo di fare altre valutazioni si accorge che il mietitore sta cercando di liberare la falce dal corpo eterico del feto gigante, ma questo la trattiene nonostante l’evidente dolore che ciò gli provoca. Il tempo perso è sufficiente al poliziotto per estrarre la pistola e sparare un colpo in testa all’anziana donna ancora intenta a pregare accanto a lei, vicino al corpo che ha lasciato nella realtà materiale, in trance e ignaro di quanto gli sta accadendo intorno.

Il posseduto si china sul corpo di Sasha e gli apre la bocca con le mani per rigettarvi dentro la massa informe che si agita in lui.

Gli eventi precipitano nel volgere di un tempo molto breve: Carlotta chiede cosa fare a Mimmìa, ma sembra paralizzata, persa; vede il mietitore attaccare il posseduto e decapitarlo; il corpo di Sasha è scosso da convulsioni; il feto striscia sul pavimento e rientra nel ventre della madre.

Capisce quanto sia precaria la sua situazione quando il corpo della ragazza si rialza, benché la coscienza che dovrebbe animarlo è ancora tra le sue braccia, gli occhi bianchi spiccano anche attraverso la patina sfocata dell’altra vista.

Comprende solo in un secondo momento che la posseduta sta provando ad attaccarla, sta aggredendo il suo corpo in realtà è solo la difesa del mietitore le impedisce di farla a pezzi a mani nude.

Dopo un colpo che allontana Sasha qualche metro da lei, lo spettro della morte spalanca enormi ali nere dalla schiena e si proietta contro il suo avversario, lo avvinghia al torso e trascina con sé fuori, sfondando insieme la parete laterale del capannone.

Con la consapevolezza poco rassicurante che una forza della natura sta lottando per la sua salvezza, Carlotta si ritrova da sola, a tenere viva la coscienza di Sasha, senza sapere che cosa fare e senza poter rientrare nel proprio corpo.

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