Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 29

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 29

Il caffè continua a scendere nel bicchierino ormai pieno.

«Maffei!»

«Eh?»

«Il caffè.»

Cardillo fa cenno col mento verso il liquido scuro che sta traboccando.

«Ma porcaccia la…»

Maffei non termina l’imprecazione, preme il bottone che interrompe l’erogazione e scola il caffè in eccesso nella griglia della macchinetta a cialde.

«Vabbè che te piace lungo, però…»

«Ma vai a cagare, stavo pensando a una cosa.»

«Pe’ ‘a ragazzina?»

«No, per tua sorella… Certo, per la ragazza. C’è qualcosa che non va, Cardillo, me lo sento nelle ossa.»

«Te stai a fa’ vecchio.»

«Poco ma sicuro…»

«Lascia sta’, quella è pazza.»

«Può darsi, ma la cosa non mi tranquillizza per niente.»

«Lo trovamo il complice, lo trovamo.»

«Non credo.»

«Che vor’ di’?»

«Cardillo, lei è la quarta.»

Due secondi di silenzio incorniciano l’espressione basita del poliziotto.

«Merda…»

«Una cosa del genere» commenta l’ispettore giusto per dire qualcosa.

«E te come lo sai?»

«L’ho letto su internet… Sveglia, Cardillo! Me l’ha raccontato lei.»

«Pure questa?»

«Pure questa. La descrizione dei due tipi corrisponde, a linee generali. Uno grosso in giro lo trovi, uno con un’emiparesi facciale è più difficile. È poi i discorsi che ha riportato, tutte quelle stronzate metafisiche… sono loro.»

«Almeno non dobbiamo più facce di’ chi so’ i complici. Dovemo solo trova’ quei due e portalli dentro.»

«Forse.»

«E no…»

«Cardillo, ragiona, tu ce lo vedi uno con quello capacità di persuasione abbattere una porta e picchiare uno a sangue? Per non parlare degli altri tre casi.»

«Embè? Po esse. E comunque ce sta pure quell’altro, quello grosso.»

«Qualcuno l’avrebbe notato, o avrebbe lasciato delle tracce. No, non mi convince; non ci vedo nessuna logica.»

«Capirai, quanti ne trovamo che s’approfittano dei poveracci?»

«Non se ne stanno approfittando, anzi, secondo una logica perversa, lui li aiuta i poveracci.»

«Lui?»

«Sì, dico quello con l’emiparesi, secondo tutte e quattro l’altro non fa niente, neanche parla.»

«Però mena.»

«No, Cardillo, no. Tu dai per scontato che quei due siano intervenuti nei crimini, ma io non ne sono più tanto convinto, secondo me hanno solo lanciato la scintilla che ha fatto scoppiare la bomba.»

«Istigazione a delinquere.»

Maffei lo guarda privo di espressione.

«Cardillo, non dire parole a caso. Non è mica andato in tv a dire “ammazzate i vostri ex”, questo qua fa una cosa più subdola: non ho capito come, trova le persone che stanno al limite e in qualche modo le spinge a dare sfogo alle proprie pulsioni violente.»

«Circolazione d’incapace!»

«Sì… pure troppi ne circolano… Circonvenzione, Cardillo. Comunque hai afferrato il senso; solo che quelli non sono incapaci manco per niente.»

Bevono il caffè pensierosi, finché Cardillo non interrompe il silenzio.

«Dimme pure de no, eh, nun so stati loro, nun so’ manco complici, ma quella non è roba che se poteva fa da soli.»

Maffei alza le sopracciglia e annuisce suo malgrado: Cardillo ha ragione.

Sara Nannetti è la quarta, la ragazza esile ed emotivamente fragile che abbatte la porta di casa del suo ex a mani nude e per poco non lo ammazza a suon schiaffoni.

Gli altri tre casi non sono da meno.

Un ragazzo disabile che si presenta a casa di un chirurgo di buona fama nel suo attico in centro; lo stesso chirurgo che tre anni fa lo ha operato dopo una bruttissima caduta sugli sci e che non è riuscito a rimettergli a posto la spina dorsale e, secondo lui, condannandolo per sempre su una sedia a rotelle. Il povero dottore comunque non è morto di rimorso, molto più semplicemente il ragazzo invalido gli ha spezzato la schiena e poi lo ha scaraventato attraverso la vetrata panoramica del soggiorno.

Una vecchietta di ottantanni che si fa quindici chilometri in piena notte per andare da Borgo Faiti al cimitero di Littoria per pisciare sulla tomba del marito, che, a quanto pare, finché era in vita picchiava lei e i figli; in quel caso non si è fatto male nessuno, ma il cancello del cimitero è stato forzato a spinta.

Un tizio che ammazza a calci e pugni uno strozzino che gli ha rovinato la vita; prima però si prende cinque proiettili in corpo, di cui uno gli fa quasi saltare una mano e un altro gli spappola una rotula. Ora è ricoverato; la gamba e la mano erano messe così male che hanno dovuto amputarle. A parte questo sta benone: continua a ridere come un cretino.

Tutte storie di vendetta cominciate con l’incontro con i due strani individui e terminate in modo violento e improbabile.

Ripassare a mente le linee generali e i dettagli dei singoli fascicoli lo aiuta di solito a riconnettersi a un quadro complessivo della vicenda. Quei due, per esempio; le ricostruzioni fatte, anche se sono state in tutti i casi abbastanza generiche, gli ricordano qualcuno, ne è sicuro.

Le sue riflessioni però sono interrotte da un movimento che percepisce con la coda dell’occhio, giusto un passaggio d’ombra, forse solo uno sbalzo di tensione che ha fatto ballare le luci del corridoio.

«Che è?» chiede Cardillo.

«Mi è sembrato di vedere…»

Esce dalla stanzetta senza finire la frase, non lo sa neanche lui quello che ha visto, se davvero ha visto qualcosa.

«Che? Che hai visto?»

Un alone scuro grande come una persona si muove lungo il corridoio; sbatte le palpebre, sembra una macchia sfocata; suo padre ha avuto il glaucoma,  sa  come funzionano i buchi nella vista e non gli pare niente del genere, è più un miraggio fumoso, un’ombra che si dissolve davanti alla porta della stanza degli interrogatori, o la attraversa.

Da come Cardillo guarda le pareti capisce che non ha visto nulla.

«No, niente – risponde – devo essermi sbagliato. Me sto a fa’ vecchio.»

Ammicca e si incammina verso della stanza degli interrogatori.

«Scusami un attimo, ho dimenticato una cosa.»

Il collega dice qualcosa che lui non ascolta, stringe la maniglia senza farla girare.

Sente la voce della ragazza oltre la porta, gli arriva contraffatta, più cavernosa di come la ricordava; dall’intonazione delle frasi sembra che stia parlando con qualcuno.

«Quella è matta davvero.»

Apre piano la porta e vede Sara seduta al tavolo, il mento in avanti e le le labbra tirate sulle gengive le disegnano un ghigno folle sul viso pallido. Parla guardando davanti a sé un interlocutore inesistente.

Uno dei neon delle lampade sul soffitto non funziona più, mentre quello a fianco si accende e si spegne sul punto di fulminarsi; a causa del problema all’illuminazione si è creato un angolo di buio intermittente. È proprio lì che Sara ha fissato il suo sguardo.

È talmente assorta che non fa alcun cenno di aver notato Maffei che entra e richiude la porta alle sue spalle cercando di non fare rumore.

«Ha le allucinazioni?» si chiede l’ispettore ripensando ai risultati puliti dell’esame tossicologico.

Si mette di fianco all’entrata e ascolta; non attirare l’attenzione è il modo migliore per vedere dove va a parare. Dalle pause nel monologo immagina un dialogo che si svolge tutto nella testa della ragazza.

«Non sai niente di lui; egli concede il potere per riscattare i torti» dice Sara.

«…»

«Non capisci? Siamo noi il suo potere!»

«…»

«Se non comprendi non meriti di sapere altro. Sei solo un burattino, lui tiene i fili.»

La giovane inarca la schiena ed è scossa da spasmi come se avesse ricevuto una scossa elettrica.

«Non uccide! – grida – Le anime nere entrano nelle persone perché loro le accolgono. Basta!»

I tremori cessano di colpo e si accascia sul tavolo.

«Bastardo!»

Altra scossa di breve durata.

«Puoi fare quello che vuoi, ma non lo fermerai; non ci fermerai, perché noi siamo gli esclusi, quelli che non vedranno mai la luce, non abbiamo nulla da perdere. Noi siamo la giusta rabbia; finché non è venuto lui non avevamo la volontà per ribellarci, così come le persone che lui incontra; noi entriamo in loro e alimentiamo il loro essere  più vero: l’uomo nascosto all’ombra dell’uomo.»

«…»

Ride come un’invasata.

«Non accadrà mai! È più forte di quanto puoi immaginare. È fuori dalla tua portata.»

«…»

Scatta in avanti sul tavolo, la faccia distorta dalla rabbia.

«Hai approfittato di una sua debolezza!»

Con un ringhio sommesso torna a poggiarsi allo schienale della sedia.

«Non ricapiterà.»

«…»

«Da me non saprai niente.»

«…»

«Ero perso nel vuoto oltre i confini del nulla, pensi di farmi paura?»

«…»

Una smorfia di disagio si dipinge sul volto sudato.

«Stai mentendo.»

Ostenta sicurezza, ma si percepisce una crescente agitazione nelle sue parole.

«…»

«Non la ucciderai; non puoi, non è il suo momento – quasi urla, sul punto di piangere –  Non è il tuo compito!»

«Va bene! Adesso finiscila! – interviene Maffei – Con chi stai parlando?»

La ragazza si gira di scatto verso di lui – sembra essersi accorta solo in quell’istante della sua presenza – poi torna a guardare l’angolo in ombra della stanzetta.

Il volto le si inasprisce, spalanca gli occhi, tira indietro le spalle e con uno scatto spezza la catenella delle manette. Con le mani ormai libere afferra i bordi del tavolo e dà dei violenti scossoni; le gambe d’acciaio sono imbullonate al pavimento, nonostante ciò iniziano ad allentarsi e a muoversi in modo preoccupante.

«Fermati!» intima Maffei.

Sara si alza in piedi e strattona il tavolo per staccarlo da terra.

«Fermati, ti ho detto! – mette mano alla pistola – Dannazione!»

Gli occhi della ragazza si girano fino a scomparire dietro le palpebre, stringe i denti. nello sforzo e i bulloni cominciano a saltare.

Maffei estrae la pistola nel momento in cui Cardillo si affaccia nella stanza.

«Ispettore!? Che sta a succede?»

Il tavolo cola addosso al poliziotto come un proiettile; non lo travolge in pieno solo grazie ai suoi riflessi che gli fanno chiudere la porta di scatto.

«Chiama rinforzi!» grida Maffei.

Spera con tutto il cuore che il collega l’abbia sentito dal corridoio, nel frattempo esplode un colpo contro l’invasata e la colpisce a una spalla. Il proiettile non fuoriesce, ha trovato l’osso, una brutta ferita, dovrebbe fare un male del diavolo. Nonostante questo la ragazza si scaglia contro di lui saltando da una parte all’altra con una foga tale che l’ispettore non riesce a prendere la mira, spara un’altra volta, a vuoto, il terzo colpo raggiunge il bersaglio alla testa, solo di striscio, un graffio all’attaccatura dei capelli, che nemmeno rallenta il suo impeto; gli arriva addosso, lo investe nella sua corsa e lo sbatte contro il muro.

La pistola gli vola dalla mano; stordito dalla botta, il poliziotto fatica a rimanere cosciente, nelle orecchie un fischio basso e persistente, la vista annebbiata e invasa da pagliuzze scintillanti, il respiro affannato. Sul punto di svenire vede la sagoma fumosa che aveva rincorso nel corridoio, appena percepibile nell’angolo più oscuro della stanza; man mano che scivola in terra i particolari si fanno più netti e distinti, l’ombra tra le ombre assume un aspetto umano, magro, slanciato, interamente coperto di abiti neri e polverosi, il dettaglio più evidente è il volto, un teschio color cenere che sporge dal cappuccio e si staglia sulle tenebre di fondo. Tenebre che permeano la stanza, ne coprono le linee e la fanno apparire enorme, infinita, anche se rinchiusa nelle solite quattro mura che Maffei conosce bene.

Nel buio senza dimensioni si muovono lo scheletro e la ragazza, portano avanti sotto la luce intermittente una danza mortale di colpi, attacchi, affondi, parate e schivate.

La ragazza combatte in maniera selvaggia e feroce, senza pietà, ma non mette in difficoltà lo spettro che con voce simile al rumore di pietra sfregata continua a porle la stessa domanda.

«Dov’è lui?»

Maffei riesce a tirarsi in piedi, nonostante le vertigini; basso sulle gambe, concentrato per mantenere un equilibrio precario, barcolla appoggiandosi al muro fino alla pistola che scorge sul pavimento.

Nel frattempo la lotta prosegue senza tregua; lo spettro nero incalza la posseduta e la stringe a una parete, la blocca schiacciandole un avambraccio sulla gola e comincia a tempestarla di pugni allo sterno; le costole scricchiolano, cedono con degli schiocchi sordi, e le nocche coperte da guanti affondano nella cassa toracica.

«Fermati! Così la ucciderai!»

E si ferma; al grido dell’uomo gira la testa verso di lui, se il suo volto non fosse una maschera immobile potrebbe apparire incuriosito.

L’invasata invece reagisce in maniera violenta, dà un calcio all’addome del suo avversario allontanandolo da lei e si scaglia contro Maffei con un’espressione feroce e disperata. Arriva con le dita a pochi centimetri dalla gola del poliziotto e si blocca all’improvviso – gli occhi spalancati dalla sorpresa ancor prima che dal dolore – a trattenerla una lunga lama ricurva che le attraversa il bacino da parte a parte inchiodandola al muro. La lama di una falce d’osso brandita dallo spettro nero; solo adesso lo riconosce.

«Dov’è Max?» chiede il mietitore con voce sepolcrale.

Max. Massimiliano Reuta. Avrebbe dovuto collegare subito le cose. Il satanista, dato per spacciato, scompare dall’ospedale dove è ricoverato lasciando una piccola strage alle sue spalle. Un ragazzo che potrebbe corrispondere alla sua descrizione viene indicato come il facilitatore occulto di alcuni crimini dalle dinamiche molto inconsuete. Un folle pericoloso in grado di piantare e spargere i semi della sua follia. La dimostrazione vivente che il male è contagioso.

Alla domanda la ragazza è colta da una crisi epilettica, gli occhi le si rigirano mostrando luride circondato da chiazze rosse, da un angolo della bocca cola un rivolo di sangue.

La lampada sul soffitto si stabilizza all’improvviso e Maffei torna a vedere la stanza per quello che è sempre stata, l’illusione di essere in uno spazio sconfinato scompare assieme alle ombre, che hanno lasciato il posto a una fredda illuminazione elettrica. È scomparso anche il mietitore, ci sono solo lui e Sara, colta da un infarto.

La prende tra le braccia e la sostiene mentre si accascia, la fa sedere poggiata al muro.

«Lui dov’è?»

Lo chiede senza pietà, per lei non c’è più tempo, ma può ancora fare la sua parte, ne pagherà lui le conseguenze morali.

«Il raduno di meditazione – dice lei col fiato corto – menti aperte, gli servono… nella coscienza collettiva trova colei che avuto la visione… colei che sa…»

La porta si apre e fanno irruzione nella stanza tre poliziotti armati.

«Ispettore…» dice Cardillo abbassando l’arma.

Maffei stringe il cadavere della ragazza, annuisce, ma non al collega: segue con lo sguardo la sagoma fumosa che viene assorbita dalle ombre in un angolo della

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