Memento Mori 23

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 23

«Non ti odio, bambino mio, non ti odio, ti proteggerò da tutto, da tutto il male del mondo, da tutte le cose cattive della vita.»

Sasha continua a ripetere queste parole mentre culla il suo bambino. Nella sua mente, al riparo dalla realtà, Sasha immagina di sedere nuda a gambe incrociate, al centro di uno sconfinato palco, al buio, solo un bollo di luce dall’alto, di cui non si riesce a determinare la fonte, piove sulla sua figura delimitando un cerchio luminoso sotto di lei.

Tra le  braccia culla con amore un bambino. Il suo bambino. Frutto d’amore. Un amore sbagliato, perverso, cattivo.

«Non ti odio, bambino mio, non ti odio.»

Non ha palpebre, la creatura, due biglie bianche e sporgenti al posto degli occhi. Non ha naso, le narici affondano nella voragine irta di denti aguzzi che si apre sopra il mento, cola bava a ogni respiro. Con artigli ricurvi al termine delle ditine paffute strazia i piccoli seni della giovane donna. Ogni lembo di carne che strappa emette un vagito di agonia.

«Ti proteggerò da tutto, da tutto il male del mondo…»

A ogni ferita che infligge soffre anche lui poiché madre e figlio sono la stessa cosa, il piccolo sporge dall’inguine in su dalla pancia della ragazza, una gigantesca appendice dotata di vita propria, cresciuta dentro da lei e uscita fuori senza esserne in grado di separarsene del tutto, senza che Sasha possa separarsene mai del tutto.

«…da tutte le cose cattive della vita.»

Tutto intorno, proiettate su uno schermo invisibile, scene tratte dal film della sua vita, immagini silenziose che accompagnano il suono calmo, rassicurante e addolorato di una voce familiare. Non distingue le parole, le orecchie trasmettono al cervello incosciente solo le intenzioni, il racconto narrato per sensazioni.

***

«Mi figlia si era innamorata di uno di fuori» racconta Mimmìa.

Alza lo sguardo, cerca le parole, ha appena iniziato e già le ha perdute. È così difficile parlare a uno sconosciuto di una cosa come questa. Deve farlo, deve parlare all’uomo perché lo spettro della morte capisca quanto quella vita, una tra tante per Momoti, sia per lei importante, cosicché quando vedrà la sua anima tra la vita e la morte possa decidere che ha ancora molto da dare e la purifichi anziché dissolverla.

«Fuori del Borgo, intendo. Era un bravo ragazzo, le voleva bene davvero, credo. Per un po’ hanno vissuto insieme in città. Poi lei rimase incinta di Sasha. Non era una cosa programmata, neanche un sbaglio, è successa e basta. Comunque sia si sono trasferiti a Borgo Sa Domu intorno al settimo mese di gravidanza. Erica, così si chiamava mia figlia, sapeva quello che… facevo, ma non lo disse mai al fidanzato. Sapeva anche che ero stata una levatrice e voleva che fossi io a far venire alla luce la sua bimba.

«Lui… lui accettò tutto, non era convinto fino in fondo, ma evidentemente non si sentiva di gestire l’arrivo di una creatura di testa sua, così venne a stare qui, lavorava sempre in città, vicino comunque, il problema fu che non si sentì mai uno del Borgo. Non era uno del Borgo, era uno di fuori. Già il fatto che lui ed Erica stessero procreando fuori dal matrimonio non era visto di buon occhio dai paesani, almeno dai più anziani, e poi stavamo parlando della figlia della femina. Iniziò a capire che qualcosa non andava, non accettò mai le tradizioni, non le capiva, e quindi ne veniva lasciato fuori. Quando a Erica cominciarono le doglie ebbe un malore, lui avrebbe voluto portarla a Littoria, in ospedale, però gli fu impedito, si occuparono le levatrici del Borgo di far nascere Sasha. Andò tutto bene, ma da allora il rapporto tra loro due cominciò a incrinarsi, litigavano spesso, lui la accusava di averlo tenuto fuori da una decisione così importante, di aver ascoltato le vecchie comari e non il padre di sua figlia, e cose del genere.

«Nel frattempo Sasha cresceva e lui continuava a ripetere che dovevano tornare in città, che tutto questo attaccamento alle tradizioni non avrebbe fatto bene alla bimba.

«I paesani non si comportano bene nei suoi confronti, non gli diedero mai confidenza, non lo fecero mai sentire a casa e così si isolò sempre di più. Mi ci metto anch’io in mezzo, non ho studiato… e quello che facevo… anzi, penso che alla fine sia stata in buona parte colpa mia.

«Mio genero aveva paura. Paura di me. Paura che quello che non capiva di me potesse minacciare Erica e Sasha. Forse aveva ragione, solo che alla fine fu lui a fare del male a loro.

«Me lo ricordo, meschino, la sera girava per il Borgo come un’anima in pena oppure se ne stava al bar fino all’orario di chiusura. Aveva preso a bere, molto, una notte rientrò a casa e… non so cosa successe, prese a schiaffi a Erica. Lei ci raccontò che lui piangeva mentre la picchiava, si era fermato quando Sasha aveva cominciato a piangere, ed era scappato.

«Vedi, la nostra è una comunità arretrata, le donne accettano di essere sottomesse ai loro uomini, e una battuta ogni tanto non fa scandalo. No, non guardarmi così, ci sono degli equilibri di paese che magari non capisci, servono mantenere la tranquillità, la paura del nuovo ci marchia più a fondo di un livido.

«Se fossero stati sposati, se lui fosse stato uno del Borgo… forse non sarebbe successo nulla. Ma lui era uno di fuori. E aveva picchiato una di noi. E il Borgo reagì come era tradizione.

«Mio marito radunò un gruppo di una decina di uomini, lui era il più vecchio, e andò a cercare. Lo trascinarono fuori dal bar e gli diedero una lezione. Io non lo so cosa sarebbe successo, non lo so proprio… Prima che qualunque cosa potesse accadere intervenne Erica. Mi aveva pregato di accompagnarla, io sapevo cosa stava succedendo, ma alla fine andai con lei. Chiese al padre di fermarsi, disse che il compagno non avrebbe più alzato le mani su di lei o sulla loro bambina.

«Non è come pensi, Erica non era un’illusa, non disse quelle parole per giustificarlo o perché sperava che le cose sarebbero andate in quel modo. Disse solo quello che sapeva sarebbe successo.

«Il padre lo capì e fece allontanare gli uomini, lasciando il loro bersaglio accucciato per terra con le braccia sul volto per difendersi, gli si misero attorno a una certa distanza, per continuare a tenerlo d’occhio.

«Erica gli si avvicinò, lo rassicurò, gli asciugò le lacrime, lo baciò sulla bocca e lo strinse in un lungo abbraccio.

«Quando si staccò da lui tornò da me senza guardarlo o voltarsi, e insieme tornammo a casa.

«Quel giorno stesso il padre di Sasha lasciò il Borgo e nessuno lo vide più.

«So quello che stai pensando. “Una storia triste, come ce ne sono tante, tutti hanno i loro problemi, ognuno ha i suoi lutti da superare”. Non giustificarti, hai assolutamente ragione, ragazzo mio. Non è un racconto eccezionale, è solo un racconto vero, nonostante le sue stranezze.

«Dopo l’abbandono del padre la vita di Sasha continuò, era molto curiosa delle tradizioni della nostra gente, soprattutto dei riti, le sembravano un meraviglioso gioco, forse l’accesso a un mondo magico, le regole di un mondo diverso da quello in cui il padre aveva lasciato sole lei e sua madre, non lo so. In ogni caso Erica non voleva che la sua bimba avesse troppo a che fare con idee e pratiche che lei definiva esoteriche. Che il Signore mi perdoni se ho mai cercato qualcosa di più di quello che Dio mi ha dato, l’ho accettato, come ho accettato l’ordine delle cose e si far parte di dell’ordine, anche se ancora non lo capisco fino in fondo.

«Però la capivo. Era stato questo mondo incomprensibile ai più ad allontanare da lei l’uomo che amava, era la differenza tra loro che avrebbero mai potuto superare. Non voleva che Sasha soffrisse per lo stesso motivo, che fosse diversa. Ma Sasha è diversa. È speciale. È non capire in che modo e perché l’ha portata… l’ha portata all’inferno.

«Quando era piccola, la madre lavorava in città, così la bimba passava molto tempo con me e le altre comari del Borgo. Crescendo cominciò a frequentare le scuole a Littoria, a farsi degli amici. Non ha mai legato facilmente, però ha sempre mostrato un grande bisogno di confronto e di compagnia. L’ha dovuto capire da sola che certi vuoti non si riempiono con le risate…

«Si era accorta del mondo fuori dal Borgo e voleva farne parte, le stradine di paese erano diventate strette, così se n’è andata di casa appena ha potuto.

«Quello che è accaduto dopo l’ho saputo solo di recente, quando è venuta da me per chiedermi di aiutarla a cercarti. Quindi in un certo senso devo ringraziarti, ha permesso a una vecchia di rincorrere sua nipote prima che il suo tempo finisca. A quel punto dovrò ringraziarti di nuovo. Ho detto bene, sbagli a pensare che tu e Momoti siate cose diverse adesso.

«Ti diceva che Sasha aveva lasciato il Borgo. Non era proprio scappata di casa, era un po’ che diceva che lo avrebbe fatto, era già maggiorenne, non avremmo comunque potuto impedirglielo, i paesani riconoscono l’autorità del capo famiglia sui figli, niente che potesse valere in quella strana situazione famigliare. Così lo fece, una mattina Erica non la trovò nel suo letto e capì. Da allora fu impossibile mettersi in contatto con Sasha, con ogni mezzo, non si fece più sentire, non diede più alcuna notizia. Come se avesse passato il confine con quel mondo magico che sognava da bambina, Sasha era scomparsa.

«Ovviamente le cose non stavano così, aveva cercato la sua fuga poetica dal mondo che l’aveva tradita, ma aveva fallito. Era andata alla ricerca del padre, non so come fece, alla fine scoprì che era morto in paio di anni prima, investito da un’auto mentre vagava ubriaco di notte.

«Senza avere riferimenti, si è data da fare per cavarsela, credo che non sopportasse l’idea di tornare da noi e dover ammettere di non esserci riuscita.

«Povera bambina mia… Ha cominciato a frequentare persone… gruppi che… Erica li avrebbe chiamati esoterici… discipline occulte, mi ha detto Sasha. Da quello che ho capito cercavano la conoscenza antica senza il rispetto per le tradizioni, facevano anche dei riti, per violare l’ordine delle cose, anziché mantenerlo.

«Sarà per quello che faccio… che ho dovuto fare come femina accabbadora, ma non riesco a giudicare, solo credo che quello che mi ha raccontato Sasha non fosse il bene, fin dall’inizio era qualcosa di sbagliato.

«Poi divenne molto peggio.

«Nell’ambiente di occultisti dilettanti che frequentava, conobbe un ragazzo, molto interessante, di buona famiglia, spigliato, sicuro di sé, pieno di attenzioni nei suoi confronti. Tutto quello che Sasha cercava e credeva di non essere o di non meritare.

«Diceva di adorare gli dei pagani e il demonio. Ma se ne dicono tante di cose. E poi non erano cose vere, lei non ci credeva, e pensava che neanche lui ne fosse convinto, serviva solo a renderlo strano, il bello è tenebroso, il ribelle. Era un gioco, che male poteva fare?

«Se ne sarebbe accorta solo dopo…

«Si sentivano attratti l’uno dall’altra. Lei gli insegnò quello che aveva appreso dagli anziani del Borgo sugli antichi riti e sul male oscuro che aspetta appena al di là della luce, sull’equilibrio tra la vita e la morte e sull’ordine di ogni cosa. Lui le insegnò i mali di questo mondo, alcol, droga, il dolore della carne e il limite sottile che lo separa dal piacere estremo.

«Insieme lessero e studiarlo libri vecchissimi che lui aveva recuperato grazie all’influenza e al denaro dei genitori.

«Quel gioco pericoloso era diventato tutta la vita di Sasha. Un gioco che non riusciva a smettere. Si rendeva conto giorno dopo giorno che non era lei a comandare, lei era solo uno strumento, tutto il potere era nelle mani del ragazzo, nella sua incredibile volontà, era stata lei a dargli il potere di salvarla o di distruggerla.

«Anche quando quello che facevano le sembrava folle, crudele, orribile, lei non riusciva a ribellarsi.

«La costrinse a partecipare ai rituali della setta di cui si era proclamato gran sacerdote, adoratori del diavolo, era sempre drogata, ma ricorda… le urla… torture, orgie… Non me l’ha detto, ma ho capito che anche lei… ha subito violenze. Era soggiogata da un gruppo di criminali, minacciata… non so perché non è scappata, non ne aveva la forza.

«Solo quando è venuta a sapere che la madre era morta, diversi mesi prima, ha trovato il coraggio di andarsene.

«Come aveva fatto quando era sparita dal Borgo, non è scappata. Ha detto al ragazzo che se ne sarebbe andata e che lui non l’avrebbe fermata qualunque cosa avesse fatto.

«Lui le ha dato uno schiaffo in faccia e poi è scoppiato a ridere, le ha detto poteva andare dove voleva.

«“Sarai mia per sempre” le ha detto.

«In un certo senso aveva ragione…  Nel corso dell’ultimo rituale a cui era stata costretta a partecipare, lui l’aveva… violentata. E lei è rimasta incinta.

«Non lo sapeva quando è tornata a Borgo Sa Domu. Non ha avvertito nessuno. Non è venuta a cercarmi, io già mi ero allontanata da qualche anno dall’abitato. Si è trattenuta appena il tempo di far visita alla tomba della madre e poi se n’è andata di nuovo.

«Ha tentato di rifarsi una vita normale, mi ha detto, per lei e per il bambino. Non so chi fossero i ragazzi con cui viaggiava quella notte. La notte dell’incidente… La notte in cui in cui ha incontrato il mietitore…»

***

Apre gli occhi, è sveglio, il suo corpo è sveglio. Una buona notizia. La sensazione che prova, invece è tutt’altro che buona. Si sente come se gli avessero sparato in fronte. Va a pescare qualche informazione tra il sogno, la visione e il ricordo. Gli hanno sparato in fronte. Il dolore lancinante agli occhi deve esserne una conseguenza. Le vertigini anche. Prova ad alzarsi, ma gli arti rispondono con estrema lentezza. Vede tutto sfocato, deve concentrarsi per mettere a fuoco il soffitto della camera d’ospedale. L’unica cosa che vede distintamente è l’oscurità, densa, gelatinosa, si muove, cola dagli spigoli in ombra della stanza e si sparge su tutto, su ogni cosa che non sia raggiunta dal debole bagliore dei macchinari a cui è collegato. Dovrebbe filtrare anche l’illuminazione del corridoio, invece è tutto spento.

Intercetta di sfuggita una sagoma imponente ciondola al limite del suo campo visivo. Gira la testa verso il grosso umanoide, un ributtante collage di orrori anatomici e malformazioni. Gli fa un cenno con la mano e l’essere da incubo fa qualche passo claudicante verso di lui.

«Gredy» sussurra Max con un filo di voce.

«Mm’hksh» risponde il mostro.

«Mi daresti mica una mano, eh?»

Gredy gli passa una mano sotto il braccio e lo aiuta a mettersi in piedi. Dopo qualche secondo passano anche la nausea e il giramento di testa. Sul pavimento ci sono dei cadaveri, due sono di infermieri, uno è di un poliziotto e l’ultimo è del Dottorino. A parte quest’ultimo, gli altri sono ridotti così male da poter passare per vittime di un incidente stradale, investiti da un suv o qualcosa del genere, si accorge solo guardando bene che uno dei due infermieri è una donna.

Gredy ha fatto un buon lavoro, le tenebre sono quasi palpabili, una nebbia gelida che gli si attacca alla pelle, scorre nelle vene e gli si attacca alle ossa, lo rinvigorisce, lo aiuta a pensare con lucidità. A saperlo prima si sarebbe fatto ammazzare dieci anni prima, invece di cominciare a drogarsi. Il passaggio comunque è avvenuto, proprio come avevano detto i Mara.

Ora che si sente meglio si avvicina al Dottorino morto e gli sfila dalla spalla un borsone da palestra. Mentre indossa i vestiti che ci sono dentro osserva imbronciato la porta da cui passa un raggio di luce in movimento e il suono di passi.

«Mi sa che qui non abbiamo ancora finito» dice a Gredy.

Esce nel corridoio, gli sta venendo incontro un agente di polizia con la pistola in una mano e una torcia nell’altra, entrambe puntate verso di lui.

«Fermo dove sei! Metti le mani sopra la testa!» gli intima.

Max sorride e continua ad abbottonarsi la camicia.

«Non sarebbe prudente, sono resuscitato da poco e devo stare attento alla salute, sai, l’aria condizionata…»

In quel momento anche Gredy si affaccia sul corridoio e viene investito dal fascio di luce in piena faccia, si copre gli occhi con l’avambraccio e si mette di fianco a Max.

Il poliziotto fa un passo indietro, le gote perdono colore, ma non molla la posizione.

«Anche tu, sta’ fermo!» grida.

«Ecco, fossi in te non lo sgriderei così, è un ragazzo sensibile…» dice Max.

«Ho detto, mani sulla testa!»

Gredy lancia un grido straziante protendendo le fauci in avanti, la risposta dell’agente è l’esplosione di un colpo di pistola che colpisce il colosso deforme in pieno petto. Ci sono appena tre secondi di pausa negli eventi, il tempo che la bestia si riprenda dallo stupore, poi carica l’uomo con una ferocia inaudita.

Max parla tra sé e sé.

«Perché nessuno mi dà mai retta?»

Prima che il poliziotto possa sparare di nuovo, Gredy lo afferra per il polso e lo sbatte alla parete.

«Gredy, non ammazzarlo» interviene Max con voce serafica.

Il mostro fa uno sforzo per calmarsi e poi tiene l’uomo sollevato per il braccio disarticolato, a due palmi da terra. Max gli si avvicina, alza il naso per guardarlo in faccia, la testa è ciondoloni sul petto, ma non è ancora privo di conoscenza.

«Su, su, stai sveglio, non morire, ho bisogno di te.»

Parla all’uomo dandogli degli schiaffetti sulle guance per non farlo svenire.

«Vedi, ho un terribile mal di testa, sento migliaia di voci che mi sussurrano brutte cose.»

Prende il volto tra le mani, preme sugli zigomi finché la bocca non si apre, la mandibola, rotta o slogata, non oppone resistenza, emette solo un gemito soffocato assieme a un rivolo di sangue

«Ne vorresti un po’?»

Anche Max apre la bocca e vomita tra i denti rotti della sua vittima un getto torrenziale di una sostanza nera e viscosa, simile al petrolio, increspata dalle minuscole sagome di teste e arti umanoidi che si protendono e rientrano dal fluido.

Al termine del processo, Gredy lascia che il corpo si accascia al suolo, mentre Max prende un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e si pulisce le labbra e il mento.

«Ora va meglio.»

Il corpo del poliziotto si rialza con movimenti disarticolati, il petto schiacciato si gonfia, le giunture slogate riallocano, gli arti spezzati assumono la loro postura originaria. Non c’è niente di naturale nella creatura che fissa con occhi bianchi il suo nuovo padrone, l’aspetto è quello di un uomo normale.

«Sì, ecco – dice Max facendo una smorfia di disgusto – questa cosa degli occhi… non è molto gradevole, potresti…»

Gli occhi dell’uomo ruotano fino a mostrare iride e pupilla, uno alla volta, lo sguardo è animato dalla volontà di mille spettri del vuoto, uno sguardo spento, senza vita, gli occhi sono quelli di un uomo normale.

«Immagino che dovrò accontentarmi…»

Max mette le mani sulla schiena di Gredy e del posseduto e si incammina verso l’uscita dell’ospedale.

«Andiamo da mio figlio. Papà ha una sorpresa.»

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