altro, narrativa

La gratitudine di uno sconosciuto

Con il caldo che fa ho iniziato da qualche giorno ormai a portare Gegè al parco un po’ più tardi. Ore 19 circa, o un pelo più avanti. Mi piace come orario, non è tranquillo come alle 6.30 del mattino – alle 6 e mezza il parco è vuoto, a meno di non mettermi a urlare è tranquillo per forza – ma comunque si respira un’aria di quiete molto simile. La lunga siesta serale, persone buttate al bivacco senza la benché minima voglia di fare alcunché. Persino chi sembra fare footing in realtà è immobile e si muove di moto apparente nella misura in cui sono io ad andargli incontro col cane.
Vabbè, forse esagero, è per dare un’idea dell’indolenza generale. Salvo piccole eccezioni.

Stasera Gegè non voleva proprio tornare a casa, così ho adottato la strategia di incamminarmi verso l’altra uscita (altra rispetto a quella che utilizziamo di solito, sono due cancelli a venti metri di distanza…) e lì ho visto dei ragazzi di colore che si stavano allenando. Cioè, sei si allenavano, correvano a scatti in un percorso di coni gialli secondo le istruzioni di un settimo uomo; cinque ragazze, di cui tre con il velo, li ammiravano giustamente affascinate facendo foto o video coi loro cellulari; e tre ragazzini più giovani li guardavano pure loro. Uno, l’unico in abbigliamento non ginnico, li riprendeva, sempre da smartphone, e commentava l’allenamento. Il cameraman.

«Dai Gegè, andiamo» gli dico, lui punta i piedi e mi guarda sconvolto “ma che te sei fumato, erba gatta?” deve aver pensato. In effetti in quel punto, proprio davanti al gruppetto in allenamento, tira una brezzolina niente male e così mi fermo a far prendere un po’ d’aria alla povera bestiola.

No, la verità è che io quelli li conosco, cioè, non personalmente, vabbè, manco in gruppo, però li ho già visti, diverse volte, sempre mentre porto fuori il cane. Io, uomo bianco (con lieve anemia microcitemica) in periplo angosciato ed esausto, e loro, statue d’ebano nell’immortalità dei loro vent’anni, che corrono e corrono e corrono, il tempo che faccio un giro e loro mi hanno doppiato 7-8 volte; davvero, io non me la prendo per certe cose, però….

Mi fermo a guardarli per invidia, non c’è dubbio, e un po’ per rimpianto. Del tempo ne è passato, ma non così tanto da non ricordarmi l’immortalità dei miei di vent’anni, anche io mi allenavo duro ed ero una statua scolpita nel legno, non ebano, chiaramente, direi più betulla… quel betulla slavato dei mobili Ikea…

«Siete una squadra di calcio?» chiedo a uno di loro che si è seduto un attimo a riposare sul muretto della discesa. A me sembrano una squadra di calcio, è plausibile. E infatti lo sono.

Sul «giocate a livello amatoriale?» va un po’ nel panico, non conosce bene l’italiano e mi invita a parlare col cameraman. Scopro così che l’allenatore è un giocatore professionista di calcio, non so a che livello e non ricordo il nome, e tutti i giorni fa allenare questi e altri ragazzi, alcuni sono ospiti di comunità, altri no.
«Molti restano a casa, non fanno niente tutto il giorno, lui li chiama, almeno così si allenano e stanno insieme» mi dice il cameraman.

Deduco che per lo più siano in Italia da poco, perché l’allenamento è tutto in francese, io per fortuna il francese l’ho studiato, le prime due audiocassette del corso deAgostini, e conosco le basi della lingua, che sono per l’esattezza “haricots verts” (i fagiolini) e “le permis de conduire” (la patente)…

Insomma… però i gesti, i toni, l’entusiasmo, la stanchezza, il sudore, le risate, il deficiente del gruppo, gli applausi, le pacche sulle spalle… per chi ha fatto un po’ di sport quelle cose fanno parte di un linguaggio universale.

Un’ora dura ancora l’allenamento (non so quando hanno cominciato), a metà il cameraman mi dice se voglio unirmi a loro i prossimi giorni, io abbasso lo sguardo sul ventre flaccido nelle cui pieghette si incastra la maglietta di Gundam in pieno nerd-style e mi viene da piangere, invece di piangermi e piangergli addosso (che non sta bene) imballo cazzate sull’età, il lavoro, la famiglia… per fortuna non glie ne frega niente e torna a riprendere i suoi amici; a me nel frattempo mi si è appiattito il culo e siccome non sono più capace di stare seduto senza piegare le spalle mi è venuto mal di schiena, però aspetto che abbiano finito, poi vado dall’allenatore e mi congratulo con lui per l’impegno e la bella iniziativa. A pensarci bene avrei dovuto ringraziarlo, sono cose che fanno bene, anche se non le vedi, anche se non le sai, per assurdo, anche se non te ne frega niente, bisognerebbe sempre ringraziare chi fa le cose che vanno fatte e che tu (che poi sono io) non fai perché… e che ne so perché, non le fai e basta; chi le fa, e non gli viene niente in tasca, almeno la gratitudine di uno sconosciuto se la merita.

Finalmente Gegè si decide a camminare così i ragazzi mi salutano (d’altronde è un ora che faccio la presenza inquietante, ormai sono del gruppo) e mi incammino verso casa rimuginando sul fatto che da domani voglio riniziare a correre ma tanto non lo faccio e anche sul fatto che dico “riniziare”, come se avessi smesso da un mese, ma l’ultima volta che l’ho fatto forse risale a 6-7 anni fa; quando all’improvviso i ragazzi di cui sopra mi corrono a fianco come saette, mi superano e si tuffano dentro un autobus lì lì per partire pochi passi più avanti.

Questa fantastica vicenda si chiude con una signora che mi avvicina, proprio a me di tante persone, e mi fa «A quelli mica gliela fanno la multa, eh?» «Eh…» non è che ci posso rispondere altro “che poi – penso – magari c’hanno pure il biglietto”.

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