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Un viaggio… da paura

Diario di bordo di una vacanza tra Budapest e la Transilvania

Tutto nasce da un’idea del nostro buon amico Salvatore (che prima di partire era un poco illustre sconosciuto, ma ormai è come un fratello. No, più come un compagno di riunione degli “Alcolisti dichiarati e mai pentiti”…). Cioè organizzare un viaggio tra l’Ungheria e la Romania per Stefano (nostro amico) e il suo nutrito gruppo (nostri amici). Salvatore ai suoi tempi ha studiato a Budapest… cioè, ha frequentato l’università a Buda… vabbè, ha vissuto per qualche tempo a Budapest e si è improvvisato guida turistica (e bisogna concedergli che improvvisa bene).

 

3 aprile 2005

Io (Loris), Agostino e Giorgio partiamo da Latina, ci accompagna Andrea (nostro amico, ma lui non viene) all’aeroporto di Fiumicino. Tutto bene a parte una quasi mortale prova di contorsionismo sul Grande Raccordo Anulare da parte del guidatore per sfilarsi il maglione (“Ma per …! Abbiamo fatto 80 chilometri di rettilineo, proprio in curva devi togliertelo?”)

Aspettiamo a Fiumicino che arrivano tutti.
Paolo si presenta con uno zaino che “è vivo dal ’70: è immortale!”.
Al check-in Salvatore si fa due conti e ci comunica un insignificante problema.
Salvatore conta le persone: “1, 2, 3, …, 13, e 14?!? Come 14??”.
Salvatore conta i biglietti aerei: “1, 2, 3, …, 12 e 13…”
All’unanimità concordiamo che Stefano rimanga a Fiumicino.
Salvatore: “Ah no, i biglietti dell’aereo ci sono tutti, uno non l’ho stampato, ma ero proprio convinto che eravamo 13, ho fato solo 13 biglietti del treno (Budapest-Brasov).
All’unanimità concordiamo che Stefano rimanga a Budapest.

Salvatore risolve chiamando la sua ragazza ungherese (non specifica , Tessy, per fare un altro biglietto. Qualcuno sospira per l’occasione mancata; ma quando non è destino non c’è nulla da fare: il metal detector non vuole far passare Stefano. Verso l’ottava passata con le mani in alto, tipo terrorista dinamitardo, il metal detector si convince e ci imbarchiamo convinti che la scena non verrà dimenticata.

Saliamo sull’aereo (fa molto pulmino scolastico con le ali). Stiamo per volare! WOW!! Stiamo per volare!!! Siamo tutti eccitatissimi, ma Agostino un po’ più degli altri: si dimostra preoccupato, ma solo leggermente, per il rullare dei motori, per il vibrare delle ali, per il cartello “vietato introdurre uomini nel motore”, per i vuoti d’aria per le “cinture di sicurezza-placebo”, per le gambe ipertrofiche della hostess bionda, ecc… Tutto passa non appena il cervello comincia a rilasciare endorfine e Agostino assume il classico sorriso beato da morfinomane.
Passiamo in un lampo gli Appennini e dopo aver sorvolato l’Adriatico arriviamo in vista delle isole croate; da li in poi il paesaggio non si distingue da una cartina fisica della 1° superiore.
Alcuni dubbi sulla nostra destinazione cominciano a farsi largo nelle nostre teste gitaiole quando l’aereo inizia a fare le manovre di atterraggio nel bel mezzo del nulla dell’arida brughiera ungherese. Ah no, una pista c’è e, benché non ci sia concesso di vedere altri aerei c’è anche un aeroporto. Fiumicino mi era sembrata una struttura del 2030, anche l’aeroporto di Budapest fa venire in mente una realtà tecnologicamente adeguata a un altro tempo, il 1930…
Sembra che durante il viaggio qualcuno si sia divertito a giocare ad hockey con lo zaino di Paolo, tant’è che la struttura di rinforzo in metallo appartiene ormai a geometrie non euclidee e lovecraftiane. Il giubbotto che vi era assicurato ormai fa parte dei ricordi di gioventù. Dicono che a Brasov facciano 3 gradi, ma Paolo non mostra segni di collera a parte qualche lieve disturbo comportamentale e inusitate scene di violenza domestica (sia verbale che fisica) ai danni del povero Marco.

Ndr: Cambiare Euro in Fiorini (la moneta ungherese) da una sensazione di potere immenso, il cambio è 1 a 250.

Per Budapest ci spostiamo con i mezzi pubblici, si alternano i monumentali edifici artistici delle vaste piazze del centro e delle strade del corso agli sfondi degradati di immensi agglomerati di palazzoni nella periferia. Dall’architettura, le pubblicità, i mezzi, le strade, un po’ tutto insomma ci fa sentire come se avessimo viaggiato indietro nel tempo fino all’Italia degli anni ’50.
Salvatore ci fa fare una quindicina di fermate di metropolitana e 4 minuti (non un secondo di più non uno di meno) a piedi fino a raggiungere il Paprika, un locale dove a detta sua: “con 8 Euro mangi tanto che… ma non voglio neanche pensarci”. Io, Marco, Paolo, Giorgio e Tato veniamo relegati nel Girone dei Golosi.
Il Menuk ovviamente è tutto in ungherese per cui ordiniamo a caso 5 zuppe e 5 secondi. Sembra che qui la specialità della casa siano le porzioni abbondanti, così scopriamo che a vagon of beer (un vagone di birra…) costa solo 350 fiorini.
Delle zuppe nulla da dire, tutte notevoli in un modo o nell’altro (un litro e mezzo di Gulasch, zuppone all’aglio, brodino di piselli crudi alle erbe, past’ ‘e fasule, e zuppa di vino a cannella). Sui secondi abbiamo avuto qualche problema con la loro concezione di a few meat and a little potatoes (un po’ di carne con qualche patata). Dopo aver ordinato si sono uditi distinti barriti di elefanti provenienti dalla cucina.
Risultato: il petto di mammuth panato, la coscia di tirannosauro al forno, la costoletta di brontosauro, le alette di pterodattilo fritte e gli altri piatti erano fin troppo buoni, ma un po’ ci è dispiaciuto aver posto così pantagrualicamente fine ai dinosauri avanzati dalle riprese di Jurassik Park.
Data la riflessione: “ma se questi erano un po’ di carne con qualche patata, come sarà il crem-caramel?” e conseguenti visioni di babeliche strutture budiniformi svettanti fino al cielo abbiamo desistito dalla tentazione del dessert (più che altro abbiamo detto alla cameriera di tornare dopo a few minutes, se tutto è in proporzione probabilmente sarebbe ritornata al tavolo l’indomani).

Ndr: In 5 abbiamo pagato, compresa la mancia, 15.000, non si sa bene cosa, ma 15.000.

Allegri e satolli abbiamo ripreso la metropolitana fino alla stazione dei treni.
Tanto per non perdere l’abitudine Paolo non trova più il blocchetto con i biglietti per i mezzi pubblici.
Boston degli anni ’30 esiste ancora! Io l’ho vista! Si trova alla stazione dei treni di Budapest: archi di pietra marmorea sorreggono il soffitto da tunnel a vetrata; la facciata a vetri opachi con decorazioni e statua in stile gotico mettono i brividi.
Comincia l’interminabile agonia che nel metallico ventre antropofago ci condurrà a Brasov. La fermata media ad ogni stazione è di circa 32 minuti; ci viene anche il dubbio che il treno si fermi per fare benzina all’automatico (con una banconota da 1.500.000 fiorini…?).
Paolo: “Ma perché questa lentezza imbarazzante?”.
Sul treno ci fanno simpaticamente compagnia il controllore, soprannominato amichevolmente Jabba-the-Hut data la sua mole immensa, che parlando solo ungherese risponde ad ogni domanda con “Gahabal ewona Ian Solo!”, e il suo secondo che mugugna nella notte dai paesaggi stepposi come Chewbacca.
Un po’ meno simpaticamente a notte fonda salgono sul treno le guardie di confine (stiamo passando in Romania) con i mitra spianati e dobbiamo mostrare il passaporto (Salvatore: “Che se ve lo perdete… cioè… ma non voglio neanche pensarci”) al gendarme, al luogotenente, al comandante, al vice-maresciallo, al prevosto, al camerlengo, ecc… Tutto a posto, si riparte.

Dicono di oggi:
Marco: Fino alla serata bene, il viaggio in treno una cagata finale.
Tato: Budapest da panico, il viaggio…
Stefano: Sonno…
Salvatore: Eh…? Sole (?)
Tessy: Comment? No comment…
Giorgio: Paolo the Hut (seguono versi incomprensibili)
Paolo: Se ci dai una gomma per uno il viaggio è più sicuro.
Agostino: Ho scampato la sedia elettrico, ma il viaggio in treno da paura.
Danilo: Volevo ucciderlo (chi?).
Giada: Tutto sommato ho ancora una cervicale.
Gabriele: (dito medio alzato…)
Barbara: Sull’aereo come una bambino in gita, ma che mal di testa.
Nicola: Ah…?
Simone: Eh…?

 

4 aprile 2005

Ormai sembriamo gli eterni passeggeri del Galaxy Express 999. Fuori dal finestrino da innumerevoli ore ci fa compagnia solo un uniforme paesaggio di colline pianeggianti indistintamente ondulate non molto verdeggianti. Non è che abbiamo esagerato e siamo finiti in Alaska? Cosa dice quel cartello? Tunguska 5 Km ?!?

Sul treno incontriamo una signora di dubbia nazionalità che in un rumeno spagnoleggiante ci dice che sono molto cristiani, e siccome sulla bibbia c’è scritto “andate e moltiplicatevi” lei ha 12 figli. Dopo il caffé rimestatore, l’anima ecclesiastica di Padre Agostino prende il sopravento ed inizia a predicare all’allegra cucciolata mentre Barbara mostra il suo lato materno. No, non mostra niente in realtà, ho detto materno, non mammelle, è un modo di dire

Salvatore: “Preparatevi che la prossima stazione è la nostra, arriviamo fra… ma non voglio neanche pensarci!”

L’arrivo a Brasov, tre quarti d’ora dopo (ma non era la prossima stazione?), non è dei migliori: il pulmino che ci deve portare all’ostello è parcheggiato in divieto e gli hanno messo le ganasce. Dopo un po’ riusciamo comunque ad arrivare.

All’ostello c’è una stanza da 10 al 1° piano e una da 5 al 2°. Il gruppo ingordo (io, Paolo, Giorgio, Tato e Marco) si appropria indebitamente del piano superiore docciamunito. Mentre Marco e Paolo tentano di stabilire l’ordine per il bagno la discussione si anima e si armano di scalette. Marco, detto swarowsky rischia di fratturarsi il polso.

La sera andiamo a mangiare in un ristorante del corso, molto chic, ma per il gruppo ingordo le quantità sono al quanto insoddisfacenti.

Di ritorno ci avventuriamo nel nulla cosmico della periferia rumena del lunedì sera alla ricerca di locali. Scopriamo nuove definizioni di solitudine e di freddo. In giro si vedono solo (a cercarli bene) turisti, infatti ci intratteniamo con 3 ragazzi francesi.

Ndr: A Budapest pensavamo di aver raggiunto la supremazia economica ma ci siamo dovuti ricredere, il cambio Euro-Lei (la moneta rumena) è 1 a 36.000. Mai capitato di avere 3 milioni contanti in tasca. Il potere assoluto…

Dicono di oggi:
Marco: Giornata tranquilla ed esplorativa.
Giorgio: Boh…
Agostino: Devo chiamare CSI per farmi fare le analisi del sangue, faccio come Galeazzo: magno solo e non faccio un …
Salvatore: Da paura abbiamo mangiato in quel posto.
Stefano: Giornata tranquilla e sonnacchiosa. La polenta no a Brasov.
Nicola: Oh…?
Gabrirele: È valso solo per il vinello.
Giada: Ottimo il vino.
Tato: Ieri… ieri… ieri sera faceva freddo.
Paolo: Prendiamo in considerazione di aprire il Fornetti’s Hut.
Danilo: Good! Ma la cena …
Barbara: Non ho ancora visto un rumeno carino.
Simone: Cena leggera, commento quando la digerisco.

 

5 aprile 2005

La sveglia è prima, molto prima del previsto. La partenza è alle 10 e 30 puntuali; alle 8 meno 20 sono già docciato, rasato e vestito. Alle 9 il gruppo va in shopping turistico per Brasov e scopriamo che buona parte dell’economia rumena è basata sul franchising dei fornetti (tipo rusticini): mai successo di pagare mezzo chilo di qualsiasi cosa già cucinata 1 euro e mezzo…

Alle 10 e mezzo, come da programma, partiamo per Rosenau Burg (Rasnov), una cittadella fortificata costruita dai cavalieri teutonici per proteggersi dai Tartari e dai Turchi. Tutte le strutture sono conservate molto bene, molto suggestiva.
Scopriamo dalla misura delle scale che gli antichi abitanti del luogo portavano al massimo il 36 di piede.
Viene elaborato in breve un piano per chiudere Stefano nelle prigioni della fortezza.

Paolo: Facilmente difendibile, difficilmente abitabile, evidentemente… utilizzabile.
Gabriele: molto forte, interessante la ricostruzione.
Stefano: Bella, non troppo suggestiva, brutto paesaggio, vissuta.
Giada: Mmm… greeee… Ben mantenuta, il luogo proprio emana energia positiva.
Barbara: Mi sarebbe piaciuto viverci un assedio.

Per pranzo ci fermiamo lungo la strada per Bran in un locale caratteristico per assaggiare le mititei, salsiccette a gogo.
Ci sediamo sotto gazebi lignei su un prato da sdraio e decidiamo che è Pasquetta.

Il castello di Bran è splendidamente… turistico. Senza dubbio bello, si alza su uno sperane roccioso che domina su una piccola vallata da classico villaggetto subordinato al signore del castello, con tanto di case di legno e laghetto annesso.
Lungo la salita per arrivare all’accesso la neve residua non ancora scioltasi ai bordi della strada
ci fa diventare un po’… diciamo bambini, e un nugolo di proiettili ghiacciati, gioiosamente scagliati a velocità di fuga, sembrano prediligere come bersaglio la figura semi-claudicante di Marco.
Su nel castello, io e Agostino veniamo presi in disparte da una signora che dice di amare a tal punto gli Italiani da volerci mostrare un “segreto”, ma a noi soltanto. Ci conduce in una stanza appartata e ci svela il segreto: “maglieria artigianale fatta da lei personalmente per la modica cifra di…”. Sapientemente incantati dall’arte ammaliatrice della signora acquistiamo nella più assoluta segretezza e usciamo dalla stanzetta con lo sguardo fisso ripetendo “sì, padrona”. Ovviamente salendo le scale si incontrano stuoli di signore che vendono le stesse cose in maniera esplicita, ma l’inventiva va premiata.
Mentre siamo alle battute d’arresto della visita, Stefano ci richiama tutti al piano superiore per
comunicarci una sua scoperta. Attenzione attenzione, vi sentite pronti? “In questo castello (occhiata circospetta intorno) si vendono maglioni di contrabbando! (incredib’le amishi!). Anche lui è stato vittima del “segreto dei maglioni di Bran”.

Fuori dalla zona del castello vera e propria ci godiamo un pittoresco mercatino di souvenir e prodotti tipici da turista. In Transilvania lo shopping ha un fascino tutto particolare: i cartellini con i prezzi esposti rappresentano solo un concetto di prezzo reale, di fatto variabile tra un quinto della cifra indicata e la cifra stessa (very like past’ e fasule, that’s ammorre!)

La situazione si complica: abbiamo una coreana in camera. No, no, non abbiamo fumato nulla, proprio una coreana.
Paolo inizia a parlare di Geyshe e politica del terrore in camera. Facendogli notare che le Geyshe sono giapponesi e non coreane risponde: “è uguale, la cultura della sottomissione è la stessa”.
Stranamente si fanno vedere in camera gli altri compagni di viaggio che non avevano mai neanche guardato il piano superiore.
Lei si chiama Mina, come la ragazza scelta come sua sposa da Dracula. Brivido lungo la schiena…

Andando all’internet point con Agostino, Simone e Nicola ci fermiamo a prendere un caffé in una caffetteria italiana (Agostino si innamora per la terza volta) e chiacchieriamo riguardo le abitudini caffeinomani degli italiani: con sorpresa estrema scopro che può esistere in alcune menti la concezione che “ la vita è una pausa fra un caffé e l’altro”.

Non sono sicuro che la demenza possa oltrepassare i limiti che abbiamo violato questa notte o se, in uno stato precedente, si tramuti in follia pura.
Ma lasciate che vi racconti: usciamo verso le 11 per andare in un locale di Brasov sconsigliatoci ieri da alcuni ragazzi francesi (carino dopo tutto), prendiamo qualcosa da bere e poi ci dirigiamo verso l’ostello. Notiamo che le porte del cimitero sono aperte. Una sola valutazione guida le nostre azioni: andiamo a prendere la videocamera in ostello e filmiamo la nostra “Avventura al Cimitero”.
Il cimitero è sempre rimasto chiuso, questa notte era aperto, la stessa notte in cui Mina è giunta nelle terre di Dracula… Una coincidenza?!

Dicono di oggi:
Giorgio: Fico!
Tato: Storico!
Marco: Virtuale!
Gwen-Dantrag: Elfico, furtivo ed Astrale!
Gabriele: Gli inglesi sono delle teste di cazzo.
Giada: Mii, il conte Djracula, no… è tutta una bufala.
Agostino: Il viaggio in aereo è stato pieno di buche.
Salvatore: Bran di notte, con la nebbia, era più bello.
Tessy: No stil a comment.
Stefano: Soldi, no money, no job. Come avevo detto a Salvatore, e confermo, la Transilvania è un posto da visitare in autunno.
Paolo: Agghiacciante esperienza che ha suscitato emozioni rare e suggestive, anche se il continuo della vacanza fosse piatto ed amorfo come il primo giorno a Brasov, l’esperienza notturna e necrofila varrebbe comunque i soldi spesi.

 

6 aprile 2005

Oggi sveglia ancora prima del solito, dobbiamo partire alle 9 per Sighisoara, ma volenti o nolenti alle 6 e mezza gli Inglesi del piano di sopra scendono rullando le scale con innumerevoli bottiglie di birra vuote in mano.
L’autista si presenta con tutta calma alle 10 e mezza, in fondo la nostra meta dista solo un paio d’ore di strade che sembrano aver resistito non troppo bene a recenti bombardamenti.

Sighisoara è un grosso paese rimasto sotto molti aspetti architettonici e paesaggistici al tempo in cui era vivo Vlad Tepes, tant’è vero che è anche possibile visitare la casa restaurata di Dracula. La vera pecca nell’atmosfera, altrimenti piuttosto suggestiva, è l’estrema rivalutazione turistica del luogo stesso; botteghe di souvenir, falsi musei e stanze a pagamento danno un aspetto forse un po’ falso o “troppo voluto” al tutto.
Stabiliamo, fra le altre cose, che Sighisoara sia lo scenario ideale per il secondo atto de “La Leggenda dei Tombaroli Straordinari”: Io nei panni di Allan Quarterman, Paolo in quelli di Dorian Gray, Capitano “Tato” Nemo, Marco alias… Mina la Vampira, e ovviamente Giorgio come Uomo Invisibile, in quanto nelle riprese c’è ma non si vede.

Ci introduciamo, stavolta nella più assoluta legalità, in un cimitero normanno che definire incredibile è poco: le tombe, dalle più antiche alle più moderne, sono coperte di erba, rami e rampicanti, le viuzze curvano lasciando angoli visuali ciechi da cui ci si immagina da un momento all’altro di veder uscire zombie e creature della notte, sinistri cancelli neri cigolano e scricchiolano al soffiare del vento.
I nostri eroi sono perseguitati dall’onnipresenza di un temibile non-morto, lo Stefano-Fotografo, ce la faranno a sfuggire? Ma gli incontri insoliti non sono finiti; ci imbattiamo infatti nell’incrocio transilvanico fra Marylin Manson e “Theeeee Under-Taker!”: Peter. Su di lui c’è una terribile maledizione: non può allontanarsi dal cimitero. Delirando formule blasfeme ci accompagna al portone e ci intima di allontanarci con una frase dal significato oscuro: “Do you have a cigaretta?”.

I Grandi Acquisti di Sighisoara: Scarpe della Spuma, prodotti sportivi vari della Bike ed il mistico sciroppo druidico alle 1000 erbe selvatiche (Paolo: “Ste’, ma come fai a riconoscerle tutte?”).

Prima di andarcene da questo bel paese assistiamo a scene di vita domestica quotidiana tra due dei nostri compagni di viaggio che mai ci saremmo aspettati (Stefano a Gabriele: “Ehy cazzetto moscio”. Gabriele a Stefano: “Dimmi pallette secche”)

Di ritorno da Sighi Soara il beneamato autista più pagato della Romania accompagna Salvatore alla stazione dei treni e poi si allontana verso meta ignota lasciando il bus acceso con noi dentro; Stefano: “Ragazzi, qualcuno ha la patente europea?” (che come tutti sanno è indispensabile per guidare i bus informatici rumeni).

Il programma della serata consiste nel guardare Milan-Inter (se no Paolo chi lo regge) a “El Barrio” detto anche “Il Siciliano”, il locale di un italiano che ci ha assicurato il tavolo da 6 davanti al maxi-schermo. Arriviamo più che in orario (il fuso orario ci aiuta non poco), ordiniamo, ci comunicano che la partita non viene trasmessa per motivi di criptazione, mettiamo la camicia di forza a Paolo per evitare che compia una carneficina, così, tutto in simpatia ed educazione.
La tensione cresce al massimo, ma per fortuna ci viene in aiuto Giuliano (il mitico Giuliano), un signore italiano che ci conduce in un locale italiano, gestito da un italiano, pieno di italiani, dove fanno cucina italiana. Un attimo, ma che ci siamo venuti a fare in Transilvania?

Dicono di oggi:
Paolo: Mai prima d’ora un cimitero mi aveva ispirato tanti stimoli intestinali come quello di Sighisoara e la domanda che mi ha perseguitato per l’intero viaggio di ritorno è stata: mi hanno sconvolto di più i miei movimenti interni o Peter (unico e legittimo custode del cimitero)? Poi come un bagliore il flash dell’immagine di Peter in atti sodomiti con Stefano sopra una lapide mi ha destato, e finalmente capì che era solo un incubo.
Tato: Viva Peter Hip Hip Urrà!
Marco: …
Gabriele: …
Giada: Un paese… da restaurare.
Barbara: Ho sfondato gli occhiali di Agostino.
Agostino: Sinigallia non mi piace, ma il cimitero da paura.
Simone: Il cimitero è bellissimo, peccato che con la scalinata quasi ci rimango.
Stefano: Il primo posto dove porco due sto in mezzo ai rumeni. Bella città, da paura il cimitero.
Nicola: Graziosa ma non così onirica come la descrivevano le guide. Loris becchino e il darkettone come concorrente.
Danilo: Porca troia ha perso l’Inter.

 

7 aprile 2005

Questo è l’ultimo giorno di permanenza in Transilvania ed il tour per oggi prevede Sinaia ed il castello di Peles.

Dopo aver fatto le borse per il lungo viaggio che ci attende stanotte per tornare a Budapest, partiamo con il solito Takatà-Bus. Il luogo di arrivo non dista molto ma bisogna salire un bel po’. Circa a metà viaggio l’autista ci chiede se vogliamo fare una pausa e al nostro accorato “No!” di risposta si ferma per andarsi a bere qualcosa decidendo autonomamente che non vediamo l’ora di ammirare il paesaggio. Il resto del viaggio prosegue allegramente disquisendo di stranieri e di tolleranza (Gabriele: “Io rispetto tutti, ma se sei frocio non vuol dire che mi devi per forza inculare”).

La prima tappa è un monastero ortodosso del secolo scorso in cui vivono ancora una ventina di monaci. L’architettura e le decorazioni sono un particolare commisto di elementi Bizantini e Sassoni. Entrando nella chiesa riccamente decorata e affrescata si respira un aria di solennità incorruttibile nonostante le modeste dimensioni dell’edificio; ed i colori, che non lasciano alla nuda pietra neanche uno scorcio di visibilità, fanno percepire un calore quasi vivo.

Continuando a salire giungiamo al Castello di Peles, attorno al quale gravitano innumerevoli altri edifici (sembrano riproduzioni ingrandite della casa dei 7 nani) che un tempo ospitavano lavoranti e servitù del castello. Ora sono stati trasformati in aree di ristoro e negozi per turisti.

Dopo pranzo ci facciamo guidare nel castello reale di Carlo I da una simpatica guida che parla italiano. Ci sono stanze dedicate a ogni paese del mondo: Italia, Turchia, Francia, Giappone, ecc… con materiali del luogo di ogni epoca, ma soprattutto Armi e Armature! Armi e Armature!! Armi e Armature!!! A mio avviso è stato stupefacente, ma è difficile descrivere l’infinita minuzia della miriadi di decorazioni che portava ogni singolo ambiente al limite della ricchezza decorosa di dettaglio senza sfociare nella sfarzosa opulenza.
Sicuramente meno notevole, ma comunque affascinante, la dimora, vicino al castello, riservata esclusivamente alle donne di corte.

Finite le visite e mangiato qualcosa ritiriamo i bagagli in ostello e ci apprestiamo a riprendere il treno per Budapest. Lasciare Brasov fa una strana impressione, dopo tutti questi giorni cominciava ad assumere una nostalgica familiarità.
Per fortuna alla stazione vengono a salutarci un gruppetto di ragazzini completamente strafatti di colla che rendono la separazione da questa cittadina un po’ più avventurosa e gradita.

Sarà che ormai ci siamo assuefatti all’inferno, ma il viaggio di ritorno assume toni decisamente più sopportabili: fra progetti sulle avventure future, interminabili partite a Bang e visite di controllo della Gestapo ungherese al confine, le 12 ore di viaggio “volano” come se fossero al massimo 11 e mezzo.

Dicono di oggi:
Paolo: Ho dovuto rivalutare la mia opinione che questi fossero stati soldi mal spesi, in quanto il castello di Sinaia era una cosa particolare. Probabilmente il più bel castello che abbia mai visto, immerso in un panorama da sogno. It was ok!
Marco: Sfavillante… è un momento passato.
Tato: Fantastico, Meraviglioso.
Agostino: Nonostante dal punto di vista estetico la facciata fa cagare perché mi ricorda la Braun e Hitler, ma all’interno… Mi sono girati i ciglioni perché il muratore non riesce a farmi le stesse cose.
Nicola: Notevole, castelli, so belli…
Simone: Vedi premessa di Ago, all’interno ha sconvolto totalmente il mio concetto di sfarzosità.
Giada: Più che un castello ho veduto un’entità vivente con una sua anima e una sua dignità.
Barbara: La giornata è iniziata da Dio con un vero caffé espresso, ma la cameriera… (Agostino: “Aveva due…”), ma se portava la seconda. Inutile parlare dei castelli.
Gabriele: Gh gh gh castello.

 

8 aprile 2005

Appena arrivati a Budapest facciamo giusto in tempo a sistemarci nelle stanze del megalitico Goliath Hotel (comodamente disposti 4 per stanza) che Salvatore ci porta a fare colazione al Gerbeaud, il caffé preferito dalla Principessa Sissi. Fantastico: passati nel giro di 15 ore dalle rovine dell’estrema Romania al più chic cafè degli artisti del centro di Budapes.

Ndr: 8 euro di colazione… veramente la potenza è nulla senza controllo…

Dopo colazione vediamo la piazza con l’operetta e attraversiamo un maestoso ponte sul Danubio guardato da 4 leoni di pietra (uno e senza lingua: scopri tu quale) e continuiamo a camminare verso la Cittadella. La Cittadella è uno dei punti da cui si domina la città, infatti per raggiungerla è consigliabile servirsi della funicolare. Io e altri pochi temerari ci arrischiamo invece a salire gli interminabili scalini che compongono la via alternativa.
La gita prosegue vedendo la Cittadella da varie prospettive e punti di vista. Nonostante lo spettacolare cambio della guardia nello spiazzo principale, il maestoso candore degli edifici e l’artistica vitalità delle statue, forse la Cittadella non è entrata nelle nostre menti e nei nostri cuori con il giusto merito; avevamo infatti in testa un chiodo fisso: le Terme.
All’interno di un edifico storico sorge uno dei più popolari impianti termali di Budapest, con tre piscine all’esterno e innumerevoli vasche all’interno, ovviamente con sauna e bagno turco.
Per alcuni la vera vacanza è cominciata (per altri anche finita) qui. Dopo tanto viaggiare, camminare, mal dormire finalmente ci godiamo un relax paragonabile solo alla scioglievolezza di Lintdor.

A cena, ovviamente, si prenota al Paprika, il ristorante del primo giorno. Stavolta però andiamo su piatti mirati e se possibile ci ritroviamo ancora più lucullianamente soddisfatti della volta precedente. L’unico a non gradire granché la cena è Agostino, il quale difficilmente dimenticherà che pollo, arance e prugne formano un accostamento alimentare dai toni Horror (Agostino: “Sul Gambero Rosso non esiste che mettono il pollo con le prugne”).

Dopo cena il mega gruppo si divide: chi va a passeggio per la città e chi torna in Hotel a dormire. Noi (io, Marco, Tato e Paolo) ci facciamo dire da Salvatore qualche locale e ci ritroviamo coinvolti nella nuova euforia di Budapest by Night.
Visitiamo il “B7”, il locale più “In” della città; un Pub, ma più che un pub una Discoteca, più che una discoteca un Carnaio, ma più che un carnaio… una Pineta (non state ad elucubrare troppo sul significato di quest’ultimo osservazione, accontentatevi di sapere che è così).

Nota personale: Ho notato una certa decadenza dei costumi all’interno del B7, una forzatura si status symbol che rendono del tutto comune ed indifferente un ambiente altrimenti caratteristico e veramente esclusivo.

Verso le 3 e mezza decidiamo di concludere in bellezza con il “Marylin”, un… un bar… dove, cioè… dove c’è… gente… ragazze che… si… uh… ballano… ecco… vestite comode… comode, sì… Lasciamo stare.

Insomma, come dicono a Budapest: “si te voi da divertì, hai d’avecce li fiorini in saccoccia”.

Dicono di oggi:
Giada: Grandi scultori hanno lasciato profonde espressioni nelle opere d’arte, belle statue.
Gabriele: Le terme arghllhll.
Salvatore: Finalmente… mi sento molto più a mio agio qui.
Nicola: Beff… molto bella la città, con forte distacco con le campagne transilvane e rilassatissime.
Stefano: Bella giornata. Budapest: una città molto viva.
Barbara: Giornata da Dio.
Paolo: Ho avuto la conferma che Budapest è veramente una città affascinante, non completamente soddisfatto delle terme.
Tato: Da ritornarci almeno per altre 2 settimane.
Simone: Budapest è bellissima, la cosa bella sono state le terme, molto rilassanti. Ci hanno provato a cuocere nel bagno turco.

 

9 aprile 2005

Nonostante il rientro all’hotel abbia rasentato le 5 del mattino alle 8 la sveglia giunge puntuale come la morte e le tasse. Ma il motivo è più che valido, Salvatore ci porta a fare colazione in una pasticceria dove il rapporto qualità-prezzo è più che degno (Stefano alla cassa: “I’m pag”). Ne usciamo tutti più che soddisfatti. Chi lo dice che le cose migliori nella vita sono le più complicate, La felicità è: una colazione abbondante.

Dolcemente soddisfatti cominciamo a salire, e salire, e salire, e ancora salire fino a raggiungere una sorta di fortezza-bunker da cui è possibile vedere tutta Budapest. I Tedeschi la utilizzavano in guerra per tenere sotto scacco la città e come sede della contraerea, poi è passata in mano ai Russi, ma la situazione non è cambiata. All’interno ospita una sorta di museo di guerra che testimonia la distruzione subita da Budapest e le condizioni di assedio che vigevano. Si capisce perché gli ungheresi vivano il concetto di patria in maniera così viva, per loro l’indipendenza e la democrazia è una verità da poche decine d’anni.

Nuova divisione: la pioggia convince la maggior parte di noi a ritirare in un titanico centro commerciale (Wester justify), mentre altri visitano la Mostra di Dalì nella Piazza degli Eroi e altri ancora tornano nel parco vicino le terme per godere delle particolarità del luogo. Il centro commerciale è esageratamente, quasi squallidamente… commerciale per l’appunto; quasi un’ambasciata economica americana nel cuore dell’Ungheria, ma lo shopping mantiene sempre il suo fascino invitto. La visione più notevole è stata senza dubbio la fontana: spruzzi d’acqua perfettamente sincronizzati che si tuffano nella fontana a ritmo di musica classica, veramente spettacolare.

L’ultima cena. Ebbene si, il nostro ultimo pasto fuori dall’Italia. Salvatore ci porta in un localino particolare, più da intenditori rispetto al Paprika, e anche meno economico. La paura che i prezzi siano alti e le porzioni misere viene subito cancellata dall’arrivo sulla tavola di piatti formato pizza ricolmi di ogni ben di dio (certo, anche qui l’aglio e la cipolla regnano sovrani), non si può dire che sia stata una cena tipicamente Ungherese, la cucina era internazionale, ma nulla di cui ci si possa lamentare.

Dopo cena si esce, è venuto il tempo che anche Agostino entri nei torbidi flutti ammiccanti del Marylin. All’inizio una certa dose di eccitazione è stampata a mo’ di sorriso sulle facce dei presenti, anche se gli incontri con le vecchie conoscenze della sera prima fanno sembrare l’atmosfera molto casalinga, dopo circa 20 minuti però l’espressione media è di semi-abbiocco, e anche l’idea di Paolo di simulare un compleanno di Agostino per godere di “favoritismi” all’interno del locale va in fiasco. Agostino rimane shockato scoprendo che con 60 euro avrebbe potuto vedere il paradiso proprio qui a Budapest con tanto di angeli biondi e cori celestiali, in particolare sarebbe stata da filmare la sua faccia quando si è avveduto che il paradiso su citato gli è sfuggito a causa di un prestito di 50 euro fatto la mattina stessa a Simone. Certe cose fanno male…

Dicono di oggi:
Simone: Bella scarpinata, umido il bunker.
Barbara: Non ho mai utilizzato tanti sottopassaggi come ieri.
Nicola: Bella giornata, come al solito abbiamo camminato parecchio ma ne è valsa la pena.
Danilo: Bella gita alla città. Baldacci: “I dolci turchi sono i più buoni del mondo”. L’ho assaggiati e gli ho detto: “Fuck stronzo”. Comunque città stupenda.
Marco: Dolorante. Marylinizzante.
Agostino: Ora che mi ero abituato dobbiamo proprio andarcene? Su ieri sera: mo quando glie lo dico a Coco.
Stefano: Budapest è una città molto suggestiva, molto divertente di notte. Sicuramente più da vivere che da visitare.
Gabriele: Valeva la pena camminare tanto e vedere tante belle cose in cambio di un ginocchio semi nuovo?
Giada: Mezzi pubblici very very efficienti.
Giorgio: Ma dobbiamo per forza tornare? Famose ‘n’artra settimana no?

 

Dicono di questo viaggio:
Barbara: Sono partita con la speranza di trovare un bel gruppo di viaggio, torno con la certezza di non aver sbagliato. Mi siete piaciuti veramente tanto, vi ringrazio della bella avventura.
Danilo: un viaggio con una compagnia stupenda, non si può chiedere altro.
Marco: Settimana interessante, ma non come immaginavo. Si ritorna con un po’ di delusione e la Transilvania non sarà negli obbiettivi di Dantrag.
Dantrag: Non è nei miei obbiettivi; sono il re del mondo!
Tato: Settimana bellissima e divertentissima, sarebbe stata ancora meglio se fossero stati 4 giorni a Budapest e 2 a Brasov… o 8… o 6.
Gabriele: Peccato per l’uomo con il cappello. Come ogni volta che parto mi rendo conto quando ritorno che l’italia è uno dei pochi paesi civilizzati: abbiamo il bidet.
Giada: Me so risentita un po’ ‘n’adolescente in viaggio, finalmente spensierata. Siamo un’allegra compagnia.
Agostino: Una citazione: fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscienza. (D. Alighieri, 1200; A. Perna, 2005).
Giorgio: Rimango in Bulgaria, ci vediamo fra 6 mesi. Una parte di me è rimasta qui, ma che cazzo ci torno a fare a Latina, mo e metto a studià come un bastardo per vedere se c’è una borsa Erasmus.
Stefano: Un bel viaggio, lungo al punto giusto, pieno al punto giusto, mi rode un po’ il culo per i cristalli a 10000 Lei. Penso che tornerò quest’inverno per vedere Budapest con la neve.
Nicola: Il viaggio è stato molto piacevole, me l’aspettavo più o meno così.
Simone: È stato un bel viaggio, ma i piedi non mi ringraziano, abbiamo fatto chilometri.
Paolo: Voglio andare a vivere a Budapest, voglio comprare una casa sotto i Carpazi, voglio prendere in gestione il Paprika e aprire un franchising di Fornetti in Italia con Loris. Dopo aver visto il Marylin ho capito cosa voglio fare nel futuro: il Pappone!
Salvatore: Mi sembra che vi sia piaciuto e questa è per me la più grande soddisfazione. Io me so divertito. Ma non voglio neanche pensarci…

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