Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 22

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 22

Mimmìa si inginocchia e mette i palmi delle mani a terra, la vecchia schiena malandata si fa sentire, protende le labbra rugose e soffia nella piccola coppa di bronzo poggiata sul pavimento, un getto d’aria leggero e costante per attizzare le poche braci, da una ciotola di legno poco distante prende un cucchiaino e ne versa il contenuto nella coppa, a contatto con il carboncino incandescente la polvere grossolana, verde e gialla, produce una debole fiammata e poi comincia lentamente ad annerire, muta il suo stato come previsto dal rito. Volute di fumo grigio e denso si alzano e si spargono con calma indifferente diffondendo un odore intenso ed esotico.

Oltre la nube d’incenso, la femina accabbadora scorge una figura vinta e prostata.

Il mietitore è legato con il filo spinato, costretto in ginocchio, il bastone sotto le ascelle, dietro la schiena, i polsi giunti tra loro da spirali di ferro, le spalle piegate in avanti, in quella posizione può muovere solo la testa, ma la tiene bassa, il teschio a mala pena visibile sotto la tesa del cappuccio.

Non è lo stesso dei suoi ricordi, è inerme, non più solo spettro, ha un corpo, l’ombra si è fatta carne, e diverso è anche il suo essere, più incerto e più forte allo stesso tempo, l’ombra si è fatta uomo.

Si chiede se in quello stato sarà in grado di fare ciò che si aspetta da lui.

Stringe nel pugno avvizzito la croce a braccia uguali di un vecchio rosario in legno che tiene avvolto intorno all’altro polso, tira finché il cordone non si spezza, la croce le rimane in mano e i grani cadono in terra come una grandinata senza conseguenze se non nell’eco delle palline intarsiate che rimbalzano in tutte le direzioni.

Un lamento le ricorda che non è sola. Si rimette in piedi a va da sua nipote. La ragazza è piegata in due per il dolore, un’altra fitta. Le si avvicina e la aiuta a sostenersi, prende la candela di sego giallo che le stava portando.

«Come ti senti, bambina mia?»

Sasha si sforza di riprendere il controllo, cammina lentamente strisciando i piedi, il volto è tirato, pallido, lucido di sudore.

«Sto bene… Sto bene, ho solo dei crampi allo stomaco.»

Mentre le parla, Mimmìa scorge qualcosa negli occhi della nipote, un’ombra che non aveva mai visto in modo così nitido, l’odio, verso il mietitore, certo, ma anche un odio più grande, verso tutto ciò che esiste.

«Sei sicura?»

«Ho detto che sto bene?»

«Non devi proseguire se non te la senti, può essere pericoloso.»

«Sono arrivata fin qui, non tornerò indietro.»

Andrà avanti, ne è certa, somiglia molto alla madre in questo. Così giovane e così determinata.

Anche lei rifiutava ciò che percepiva, anche lei combatteva contro il suo retaggio. Anche lei si sbagliava.

Rifiutando ciò che è, Sasha ha cercato e ottenuto di avere un dio incatenato ai suoi piedi.

Un potere unico, enorme, ancora selvaggio, ma già incredibile, guidato purtroppo da una volontà folle, animata da una rabbia innata, infantile, un bisogno congenito di sofferenza e vendetta. Una volontà che non le appartiene del tutto. Che vede crescere in lei, acquisire sempre più autonomia e controllo ogni istante che trascorre vicino al mietitore. Era ciò che sperava.

Lo sguardo passa d’istinto all’essere imprigionato a terra.

Cosa accadrà quando il demone sarà scatenato?

Loro due, due donne mortali, hanno predisposto tutto il necessario: l’incenso, la palma, l’alloro, la croce e la candela. Manca la luce, la luce arriverà, poi il rito potrà compiersi.

Ma chi ne pagherà le conseguenze?

Si avvicina di nuovo alla giovane e le prende la mano tra le sue.

«Ho sempre pensato che tu fossi speciale.»

«Nonna per favore, non abbiamo molto tempo…»

«Quando arriverai alla mia età scoprirai che è molto più vero di quanto pensi, il tempo è sempre troppo poco e quello che non sprechiamo dobbiamo farcelo bastare.»

Il sorriso stanco e sofferente di Sasha le dà l’autorizzazione a proseguire.

«Ti ricordi cosa è accaduto quella volta con il nonno?»

«A che ti riferisci?»

«Il giorno in cui tuo nonno ci ha lasciate.»

«Ero una bambina, nonna, che importa quello che è successo?»

«La salma di tuo nonno era stata messa nel salone per l’ultimo saluto dei cari. Tu dormivi al piano di sopra con i tuoi genitori. La mattina ti sono venuta a svegliare e tu eri seduta sul letto e parlavi con tuo nonno.»

«Parlavo da sola, i bambini lo fanno.»

«Parlavi con tuo nonno.»

«Volevo molto bene al nonno. E mi mancava. Tutto qua.»

«Era lì con te, lo so perché anch’io ho sentito che era nella stanza.»

Sasha la guardia con un accenno di rabbia.

«Mi hai detto che me l’ero immaginato, che non dovevo dirlo a nessuno.»

Mimmìa non sostiene lo sguardo accusatorio e abbassa gli occhi.

«Perdonami, bimba mia, io ero una levatrice, non avrei pensato che la mia conoscenza della vita mi avrebbe reso colei che dona la dolce morte. Alcune cose non le scegli, speravo di risparmiarti quello che era successo a me. Ma mi sbagliavo. Tra tutti quanti lui ha scelto di salutare te. Sai cosa significa?»

La ragazza scuote la testa.

«Io non sono come te, nonna.»

«Tu hai un dono, Sasha, un grande dono. Non ne avevo avuto altra prova finora, ma il modo in cui interagisce con Momoti…»

«Io non sono come te! – urla la giovane – Non sarò come te perché non voglio esserlo. Nel mondo di oggi, nel mondo che voglio, non c’è più bisogno della femina, non c’è più bisogno…»

Il volto di Sasha le dice che si è fermata prima di dire qualcosa di cui potersi pentire. Anche se è la verità. Così finisce lei la frase.

«Di me. Non c’è più bisogno di me.»

«Nonna, ascolta, volevo dire…»

«Lo so, bimba mia, lo so. Ma so anche che hai ragione. Come so già da diverso tempo che il mio tempo passerà in fretta, se non è già passato. Quello che devi chiederti è se c’è ancora bisogno di te.»

La ragazza rimane immobile, lo sguardo scende lentamente fino a terra.

«Finita questa cosa cercherò di tornare a una vita normale.»

La vede inginocchiarsi per soffiare nella coppa di bronzo, quando la nebbia odorosa torna a salire si alza e indica il mietitore.

«Adesso sveglialo, voglio che sia cosciente.»

«Momoti non dorme, ci osserva dal regno delle ombre.»

«Fallo venire qui.»

L’arte o la scienza, per alcuni la magia, di domare gli spiriti dei morti e richiamare Momoti lo aveva appreso da giovane, quando ancora faceva la levatrice. Le era stata insegnata dalle attitadoras, le lamentatrici, le prefiche, che si riunivano nelle case dei morituri del paese per officiare s’attidu, il rito cantato che dava l’estremo saluto al defunto e alla sua anima inquieta.

Mimmìa comincia a recitare un canto lamentoso accompagnando la voce con un dondolio ritmico. Le ombre si fanno più cupe, una sorta di nebbia nera invade il capannone attorno alla figura inginocchiata.

La vecchia invita Sasha a unirsi a lei.

La ragazza inizialmente è titubante ma poi lo fa, le parole escono con esitazione dalle giovani labbra, poi sempre con maggiore vigore, attingendo dimestichezza da una memoria ancestrale.

Non si sbagliava, in lei c’è qualcosa di speciale.

Il mietitore ha un sussulto, poi solleva il volto da teschio verso di loro.

***

Il Buio dovrebbe essere fluido, dovrebbe rispondere alla sua volontà di spostarsi e raggiungere un obiettivo, invece è rigido, gli rimane stretto addosso come una vergine di ferro, non appena il mietitore prova a spostarsi la Tenebra reagisce, assume consistenza cristallina, si scheggia in frammenti sottili che lo pungono, lo feriscono, più si divincola e più le schegge si allungano e lo stringono, costringendolo all’immobilità. Il suo corpo è oltre il Buio, nella realtà, può sentirne le percezioni fisiche, lo può “vedere”, ma non lo controlla, né come spettro, né come essere umano. La maledizione del filuferru lo ha reso inerte sotto ogni aspetto.

Tramite il debole legame che mantiene con il corpo si accorge del tempo che passa, tempi umani, lo preoccupano fino a un certo punto, non si era mai posto il problema dell’eternità o della finitezza prima di unirsi a Nick, così come non si era mai posto il problema della vita, non nei termini di processo biologico di nascita, crescita e morte. La coscienza precede la vita organica e il mietitore opera su quel livello.

Inalterabile, inattaccabile, immutabile è sempre stato indifferente alle domande esistenziali, la sua missione è il suo scopo, dal Flusso al Flusso in un circolo chiuso e perfettamente armonioso, lui stesso garante di dell’ordine che motivo avrebbe di chiederselo.

“Ora cosa accadrà?”

Formula la domanda con reale curiosità e preoccupazione o solo come mera locuzione speculativa?

Così forte è dunque il legame con l’uomo da aver insegnato al mietitore la paura?

La risposta rimane sospesa nella capacità dello spettro di eludere la propria consapevolezza per necessità.

Sente una nenia, un lamento, la percepisce come una vibrazione sulla superficie cristallizzata del Buio, che sembra liquefarsi, ondeggia attorno a lui e davanti a lui si concentra in alcuni punti, assume concretezza e sostanza, la sostanza e la forma di due donne, una giovane e una anziana, che si muovono a un ritmo lento mentre cantano, dondolano con dolcezza e pazienza, come farebbe chi stesse recitando una ninna nanna a un bambino,  un’invocazione a una divinità; o l’ultimo saluto a un defunto.

Dal Buio alla Luce, senza averlo voluto, il mietitore è risucchiato all’interno del suo corpo. Alza la testa, l’unica cosa che può muovere, gli arti sono legati dal filo di ferro in modo da  costringerlo prono a terra.

«Perché mi hai risparmiato?» gli chiede la ragazza.

Il mietitore non risponde, la domanda è priva di senso, la sua missione non prevede una reale interazione con le singole essenze vitali, è un tramite, un agente del Flusso, non condanna e non risparmia, fa ciò che va fatto. O almeno questo era la verità  prima volta che ha incrociato la ragazza.

Legge oltre il volto della giovane a cosa si riferisce, individua con esattezza il momento passato in cui si è trovato di fronte a lei lungo una strada devastata da un grave incidente e ha deciso che non necessario il suo intervento.

Lei lo ha visto allora e ciò avrebbe dovuto sancire senza altre opzioni la sua fine; essere in sua presenza, ora, in quel capannone, dimostra che l’ordine del Flusso è stato in qualche modo violato.

«Ti ricordi almeno di quello che hai fatto?»

La smorfia di disprezzo sul volto emaciato sottolinea la gravità che la ragazza attribuisce alla richiesta, l’ennesima priva di senso dal punto di vista del mietitore, però decide di rispondere.

«Io non dimentico nulla.»

«Ricordi anche di quando hai ucciso il mio bambino?»

«Non ho causato la morte di alcun bambino. Ero lì per… per…»

L’esitazione è qualcosa di nuovo nella logica ottimizzata e veritiera dello spettro, sa quello che è successo, non lo ricorda attraverso sensazioni filtrate, i suoi sono ricordi assoluti, non impressioni, non interpreta, sa. Per la prima volta non può essere certo di quello che sa. Rielabora tutti i dati di quel particolare evento. Era stato richiamato sulla strada da una luce mortale, pensava fosse dei ragazzi che stavano per uscire fuori strada e delle loro vittime, e così era, aveva visto qualcosa anche nella ragazza, poi nulla. Avrebbe dovuto valutare maggiormente quell’errore. Il mietitore non sbaglia, se qualcosa ha visto, qualcosa c’era, qualcosa in grado di celarsi ai suoi sensi.

«Sasha – dice nel frattempo la donna più anziana – Momoti fa transitare le anime, è vero, ma non uccide?»

«Lo credi davvero, nonna?»

La giovane si china verso di lui, avvicina a un palmo dalle sue orbite vuote.

«È vero? È così? Non ha mai ucciso nessuno?»

Uccidere non fa parte della sua missione, fino a poco tempo fa avrebbe risposto semplicemente di no, ma ora, dopo quanto era successo nel vicolo non può più farlo. Incapace di gestire la rabbia umana, ha ucciso.

La ragazza attende pochi secondi, poi increspa la bocca e si rialza.

«Non meritiamo neanche una risposta? – gli sputa addosso – Schifoso!»

La guarda per cercare di individuare quello che finora non ha percepito con chiarezza.

«Ero al quarto mese. Era… era una creatura innocente.»

«Allora perché lo odiavi tanto?»

L’odio, una delle emozioni più potenti, traspare allo sguardo del mietitore, nulla è in grado di celarlo. La rivede inginocchiata sull’asfalto, con le mani strette sulle gambe insanguinate, terrorizzata dalla sua presenza. E dietro il terrore l’odio, ora sa per cosa.

La ragazza arretra, colpita dalla domanda come da un pugno allo stomaco.

«Che cosa stai dicendo? Tu l’hai ucciso!»

«La mia missione non è uccidere, io sono chiamato a essere dove le coscienze si distaccano dai corpi nell’atto estremo della vita, quando essa finisce, e così è stato.»

«Tu… stai mentendo!»

«Io non mento.»

«Bugiardo, l’hai ucciso tu!»

Dei tanti modi di comunicare, la parola è quello che reputa meno efficace, la retorica inganna, solo la verità rivela se stessa.

«Guarda!»

Dalle orbite del teschio scaturisce una luce intensa che avvolge ogni cosa. La luce del transito, delle coscienze che richiamano il mietitore dal Buio e lo portano su una strada notturna, in attesa che un errore di valutazione scateni la catastrofe. La luce di fari lanciati a folle velocità su quella stessa strada.

Il mietitore innesca una condivisione totale, la verità che ne esce è assoluta, somma di conscio e subconscio.

Ora il mietitore comprende cosa ha percepito realmente quel giorno. Coscienze imprigionate nella loro presunzione di vita e di scopo, che lui ha liberato e restituito al Flusso. E poi l’anomalia, una coscienza ancora incompleta, ignara di dover vivere fuori da se stessa e nutrita dai dubbi, dalle colpe, dalla vergogna, dal dolore e dalla disperazione di una madre vittima di abusi. Senza saperlo la giovane madre stava nutrendo la genesi di un Mara, un Mara potente, un non nato, il fiore più raro e velenoso sbocciato nel campo della disperazione. Quella piccola scintilla vitale si era spenta già prima dell’incidente a causa degli eccessi che il corpo che la ospitava aveva dovuto subire, gli eccessi che fanno sentire vivi e parte di qualcosa; o forse solo perché non abbastanza desiderata. Si era affievolita abbastanza da attirare le attenzioni del mietitore, abbastanza da nascondersi nell’Ombra della coscienza della madre, non abbastanza da impedire a un ultimo grido di rabbia per l’ingiustizia subita di raggiungere le Tenebre.

È le Tenebre hanno risposto, hanno accolto la scintilla e ne hanno fatto scaturite una fiamma oscura che è cresciuta lentamente al riparo dietro coscienza della ragazza, guidandone i passi su un percorso di vendetta.

Un bagliore improvviso, un flash, tanto è durata la condivisione nel tempo reale.

La ragazza si ritrae di scatto col terrore negli occhi, cade in terra e continua ad arretrare per allontanarsi dal mietitore.

«No! No! – urla – Non è vero!»

La voce che sente è quella di Sasha, ma sa che a parlare ormai è il Mara. Se lo aspettava. Quello che non si aspettava è che la condivisione avesse un effetto destabilizzante anche su di lui.

«L’esorcismo! – grida la ragazza alla vecchia – Ora!»

Un sentimento incontrollabile risale dalle profondità del mietitore. Rabbia. La riconosce, viene da Nick. Qualcosa che ha vissuto nei ricordi della giovane lo ha sconvolto, nella realtà senza filtri della coscienza il senso di colpa per la morte di una persona amata ha trovato modo di convertirsi in una furia tale da prevaricare la missione. Lo spettro e l’uomo ingaggiano una lotta di volontà per il controllo del mietitore, mentre il rito officiato dalla femina inizia a sortire effetti.

«Narami fillu miu[1],

«it’est chi asi biu?»

Recita Mimmìa camminando lenta attorno alla figura prona

«Aundi ses passau?

«Non timast fillu miu,

«de aundi seu ti biu.»

Il mietitore si agita, con un brontolio sommesso saggia la resistenza del filo spinato, anche se il ferro non cede e ogni movimento è un’agonia si contorce e forza i legami cercando di allargare le braccia e inarcare la schiena. Lo sguardo è sempre fisso sulla ragazza, ha un nuovo obiettivo.

«Ca non sesi accicau,

«ma sesi a ogu liau.

«Non timast s’umbra,

«fillu de terra profunda,

«ca t’apu affumentau.»

L’urlo del mietitore suona simile a quello di una frana rocciosa, rimbomba per tutto il capannone. Sente il Buio risucchiarlo lontano dalla realtà e un’altra forza, alimentata da una folle e distorta volontà di giustizia, trattenerlo lì e costringerlo a distruggere il suo corpo nel tentativo di sfuggire al filuferru.

«A timongia e a lau,

«a parma e a cera,

«de sa gruxiera,

«sa santa luxi.»

Gli arti, le spalle, la schiena, sono ridotti a brandelli, ma è riuscito ad alzarsi, ancora stretto dal sottile cavo uncinato, fa un passo avanti verso la giovane, riceve in cambio uno sguardo di odio assoluto e di paura.

«Deus ti onghit luxi!

«S’umbra porti accanta,

«asi biu sa luxi santa.»

Un altro passo lo porta più vicino, un altro ancora, l’incedere rigido e pesante di un cadavere animato. Il filo di ferro come il vincolo della morte lo impedisce nei movimenti e ne fiacca la volontà, ma non riesce a bloccarlo, avanza incurante degli artigli di metallo che lo dilaniano, nel vuoto che ha al posto degli occhi solo il riflesso del suo bersaglio. La ragazza appare spaventata, emette dei versi animaleschi, soffia, piange, reagisce come una bestia spaventata, un cucciolo aggressivo, un bambino selvaggio.

«Luxi ti onghit Deus!

«Creu in sa luxi! Creu! »

A un passo dalla ragazza, il mietitore ha un sussulto, si piega su se stesso, un pezzo del suo essere gli viene strappato dal petto. La sua forma grottesca muta lasciando emergere quella più ordinaria di un ragazzo trentenne.

Nick è ferito, i vestiti sono strappati in più punti e lasciano intravedere i graffi e le lacerazioni sottostanti, i marchi slabbrati incisi sulla pelle dal filo spinato, che ricade inerte ai suoi piedi.

Al limite della sopportazione riesce a rimanere eretto appoggiandosi al lungo bastone nero, con occhi mezzi accecati dalle lacrime continua a guardate Sasha, lei sembra  voler dire qualcosa, ma si limita a boccheggiare, è scossa da violenti tremori, una sorta di crisi epilettica. Quando la bocca si spalanca e gli occhi cominciano a rovesciarsi indietro, la colpisce in faccia con il bastone.  Il colpo è abbastanza preciso e forte da farle perdere i sensi. Debole com’è, anche lui ne paga le conseguenze e va con un ginocchio a terra, non crolla del tutto solo appoggiando il suo peso sul bastone che stringe tra le mani.

«Non… fare… nulla…»

La voce è sofferente, ma il messaggio arriva deciso, rivolto all’anziana donna rimasta alle sue spalle.

«Non c’è più nulla che io possa fare» risponde Mimmìa.

«Dove l’hai mandato?»

«Momoti

«Lo spettro con le falci.»

«Nella sua dimora, tra le ombre, tornerà quando sarà necessario.»

«Perché mi avete portato qui? Cosa volete?»

«Sasha, mia nipote, lei voleva un confronto con te.»

«Crede che io abbia… che il mietitore abbia ucciso suo figlio.»

«Lo so.»

«È posseduta.»

«Lo so.»

Gira la testa per guardarla, un po’ sorpreso dall’affermazione. Si lascia aiutare ad alzarsi e a mettersi seduto su una sedia. Aspetta che lei abbia sistemato un panno arrotolato sotto la testa della ragazza svenuta e che si sia seduta a sua volta.

«Che cosa volete da me?» le chiede di nuovo.

«Ho accettato di aiutare Sasha a catturarti perché Momoti è l’unico che può aiutarla. Deve dare la pace all’anima di quella creaturina mai nata.»

Nick guarda la ragazza incosciente a pochi metri da loro.

«Non posso farlo, lei…»

“Lei ha causato la morte della mia Debby, si merita tutto questo” vorrebbe concludere.

Sarebbe facile, pace in cambio di pace, la sua pace per aver trovato una ragione alla morte della sua amata, la sconsideratezza di ragazzi ubriachi, in cambio della pace della ragazza, condannata ai tormenti di una vendetta inattuabile.

«Non posso.»

Sarebbe facile. Così lascia al mietitore lo spazio per rispondere in totale onestà.

«Non c’è modo di colpire il Mara… l’anima del bambino, senza colpire anche lei, sono troppo congiunti. La falce li distruggerebbe entrambi. Non credo sia quello che vuoi.»

«Se non c’è modo allora è stato tutto inutile…»

«Il mietitore agisce sulle coscienze distaccate dai corpi – parla di una conoscenza remota che affiora al bisogno –  Fra l’istante prima e quello dopo la morte. In quella condizione potrebbe agire al meglio, e tentare… forse…»

Guarda il maglio che la donna tiene in mano, lei se ne accorge e lo solleva, lo guarda a sua volta, poi torna a rivolgersi a lui con aria angosciata.

«Dovrei portarla vicino alla morte…»

«Il mietitore ti ha già visto farlo, Mimmìa, lui ti conosce e conosce le tue capacità. Io non cercherò di convincerti a fare nulla. Mi avete messo voi in questa situazione.»

«Le mie mani non sono più così ferme… se mi sbagliassi, anche di poco…»

La donna si gira a guardare la nipote.

«A quel punto sarà indifesa…»

Nick annuisce e parla con una voce roca e pietrosa.

«Il mietitore farà quello che va fatto.»

[1] Dimmi figlio mio, /cosa hai visto? / Dove sei passato? / Non temere figlio mio, / da dove sono ti vedo; / perché non sei spaventato, /bensì ti hanno preso d’occhio. / Non temere l’ombra, / figlio della terra profonda, / perché ti ho esposto al fumo, / con incenso e con alloro, / con la palma e con la candela, / della croce, /la santa luce. / Dio ti doni la luce! / L’ombra porti vicino, / hai visto la santa luce. / La luce ti doni Dio! / Credo nella luce! Credo!

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