Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 21

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 21

Max è seduto sul ciglio di un burrone. Sulle ginocchia ha un libro aperto. Un libro vecchio, non antico, uno di quei libri formato economico che ha passato una generazione o due, con le pagine ingiallite, macchiate e sformate dell’umidità. Non lo sta leggendo, guarda il deserto di cenere e più in là l’orizzonte, il colossale tentacolo nero che da una distanza incolmabile si piega fino a lui, lo sovrasta in paziente attesa, pianta le sue radici sulla piana di grafite un abisso più in basso.

Alle sue spalle, equidistante da lui e tra loro, i Mara lo osservano.

«Quindi lo stronzo di balena qui sopra ha cercato di fottermi, è così?»

«Le anime nere che lo compongono la colonna della dannazione hanno tentato di possederti» spiega una delle ragazze.

«Appunto. E voi mi avete salvato.»

I Mara rispondono a turno, senza lasciare pause tra le loro frasi.

«Noi siamo solo una manifestazione del tuo legame con la Tenebra.»

«Questo legame ha impedito loro di farlo.»

«Qualcosa della tua coscienza è rimasta imprigionata nella realtà.»

«Come è possibile?» chiede Max.

«Fai parte di qualcosa che non è mai nato e non è mai morto.»

«La negazione dell’eternità.»

«Un essere mai esistito.»

Il ragazzo alza il libro e lo agita tenendo il segno con il pollice.

«Sì sì, questa parte credo di averla letta abbastanza.»

«È la tua memoria» dice la triplice coscienza con una voce unisona.

«Ed è anche un cazzo di libri, no? Lo vedete? Ecco, e qui racconta di come avrei messo incinta una tipa, che invece di dare alla luce il piccolo Max avrebbe cavato fuori uno di voi fantasmini del cazzo.»

Max cammina tra le figure pallide per contenere la furia che sente sul punto di esplodere, la contiene dentro un’espressione strafottente.

«E una parte di me, piccola quanto uno spermatozoo, rimane dentro quel coso abortito male e mi fa da àncora per non farmi inculare da mister tentacolo. È così?»

«Così è?»

«Ti sei imposto sulle ombre.»

La colonna oscura freme e ondeggia, Max gli punta contro il dito.

«Tu vedi di stare al tuo cazzo di posto!»

Torna a rivolgersi ai Mara.

«Lo vedete? Alla fine lo stronzo della storia sono io che finisco per farmi amici tutti gli spettri-merde e compagnia bella.»

«Qui nessuno ti giudica.»

La furia non riesce più a essere contenuta.

«Grazie al cazzo! Qui non c’è nessuno! Voi non siete un cazzo di niente! Niente! Niente!»

Mette ginocchia e palmi a terra.

«Perché non mi avete lasciato andare?»

«Non possiamo» è la risposta data con assoluta innocenza e ovvietà.

«Ho ucciso la ragazza? Ho liberato la Tenebra, non vi basta?»

«Hai liberato un grande potere.»

«Ma esso fluisce attraverso di te.»

«Tu sei il tramite.»

«Controllore e controllato…» dice Max sforzandosi di essere ironico.

«Non capiamo.»

«Non c’è niente da capire, sono tutte cazzate! Non fate che dirmi cazzate! Perché?»

«Così è?»

«Ti è già stato detto.»

«Perché dubiti?»

Max lascia cadere il libro sulla sabbia grigia.

«Perché mi sembra un caso un po’ troppo assurdo.»

Il vento sfoglia le pagine del libro lasciandolo aperto a metà.

I Mara lo indicano all’unisono.

Piccole frasi centrate  divise a blocchi di quattro righe, una poesia.

Una caso, un caso aberrante,

questo è la realtà, un puro caso

La vita solo una delle tante

crepe nello stesso vaso

 

Solo la volontà si intromette

E nutre l’illusione

Piccole bolle perfette

Di luce, ordine e ragione

 

Le cui leggi presenti

Sono una successione causale

Di errori ed eventi

Che si ripete sempre uguale

 

Perché questo vuole la mente

Che ha creato queste bolle

Una volontà aliena e potente

Che procede da un dio del tutto folle

 

Sei quello che sei adesso

Sei quello che sei stato

Perché il caso l’ha concesso

Ma ti può essere negato.

«È solo una poesia – dice Max – brutta per altro.»

«La verità di rado è gradevole.»

«Ma quale verità? Avrò avuto sedici anni. L’ho scritta io.»

«Come hai scritto l’intero libro della tua vita.»

Distoglie lo sguardo dai Mara, fa qualche passo e torna sul ciglio del burrone.

«Volete riportarmi indietro?»

«Tu lo vuoi.»

«Devi riprendere ciò che è tuo.»

«Ciò che ti sei lasciato dietro.»

«Tornare a essere completo.»

«Eheh. Lo spermino.»

Max giunge le mani con un sonoro schiocco.

«Va bene, ci sto, facciamolo. Non ho molto da perdere, a parte l’anima, ma pensate che ero così coglione che volevo venderla al diavolo. Voi… invece?»

«Noi?»

«Voi cosa ci guadagnate?»

«Noi siamo parte di te.»

«Bene, e loro?»

Indica la massa ribollente di anime nere che si agita all’interno della colonna.

«Loro farebbero di tutto per tornare alla realtà.»

«Di tutto?»

«Qualsiasi cosa.»

«Mi piace. Come faccio a portarli tutti di là?»

«Tu sei il passaggio.»

«Dalla Tenebra alla Luce.»

«Attraverso il Buio.»

«Attraverso il Buio… Certo, non posso farli passare tutti per il mio corpo. Di me non rimarrebbe niente, giusto?”

I Mara tacciono.

«Giusto…» si risponde da solo.

«Puoi comandare alle legioni di possedere altri corpi, ma…»

«Sì sì, ho capito. Lascia stare. È un problema, ma forse ho già la soluzione.»

I Mara lo guardano con curiosità distaccata.

«Occupiamoci di una cosa alla volta. Posso tornare nel mio corpo?»

«Non lascerai mai del tutto l’Oscurità.»

«Tu sei il signore del fulcro, hai assottigliato il nesso tra le realtà.»

«Ma la madre della tenebra è lontana, bisogna creare il contatto.»

«Il tuo parlare è “oscuro”. Ahah, scusa il gioco di parole.»

«Comunichiamo ciò che è.»

«Mi sta bene…e voi potete venire con me?»

«Una legione potrebbe possedere il tuo corpo.»

«Come si fa a creare un contatto?»

«Bisogna rendere il luogo in cui si trova il tuo corpo un abisso.»

«Un luogo di sofferenza…»

«…disperazione e follia.»

Max riflette un istante. Poi sorride.

«Credo di conoscere la persona adatta.»

***

Il “dottorino” apre la grande anta metallica e si ritrova immerso in una luce tenue e quasi ultraterrena, salvo dall’oscurità che lo circonda e rimane sbalordito. Pensava di aver finito le birre e invece ecco lì una rossa doppio malto artigianale. Ormai si era fatto l’idea di dover ripiegare su una coca, quindi guarda i ripiani del frigorifero indeciso sul da farsi.

Il dottorino è un veterinario, non potrebbe neanche esercitare la professione dopo il casino che ha combinato… ormai sono passati trent’anni. Per quello è dovuto andare a Littoria, c’era un amico che conosceva un amico, è un amico di questo amico poteva farlo lavorare, anche se quelli del nord non erano sempre ben visti, pensavano tutti che fossero bugiardi e snob, troppo sofisticati insomma. Da qui il soprannome, “dottorino”.

Lavoro tutt’altro che snob quello che gli hanno rifilato, ha cominciato rattoppando e riducendo i poveracci che combattono gli incontri clandestini, quelli che vincono, quelli che perdono di solito non perdono tempo a sistemarli, per quello che ne rimane è più pratico usare la pala.

E comunque poi è passato a rattoppare e ricucire un po’ tutti, piccola e grande criminalità di Littoria, accetta tutti i clienti che hanno i soldi per pagare.

C’è da dire che non gli va sempre bene. “Tanti ne salva e tanti ne ammazza.”

Le voci sul suo conto, o meglio, sul suo operato, non sono proprio lusinghiere, ma non sanno di cosa stanno parlando, in certi affari una probabilità di successo del 50% non è affatto disprezzabile. E dovrebbero ringraziare.

Accade anche che parenti e amici di quel 50% meno fortunato possano pensare che la colpa sia sua e cercare di fargliela pagare in qualche modo. E difatti ci ha rimesso due dita della mano destra – poco male, è mancino – e un ginocchio – gambizzato in piazza del popolo, come ai vecchi tempi – e varie altre cose. Poi un giorno, diversi anni fa, gli è capitato di rattoppare il Bue, la guardia del corpo di Chiarelli. Chiarelli ci tiene ai suoi uomini, specie quelli gli salvano il culo un giorno sì e l’altro pure, lo sanno tutti, il Bue poi è uno di famiglia, insomma gli offre una montagna di soldi ma il dottorino prende 50.000 lire per la chiamata, ringrazia e se me va. Sapeva che quel debito di gratitudine valeva molto di più. E infatti da quel giorno è diventato intoccabile, continua ad ammazzarne tanti quanti ne salva, ma la coscienza collettiva dei cari estinti è diventata più comprensiva nei suoi confronti. “È andata male, almeno ci ha provato”.

Così ora vive in una bella casa indipendente nei pressi di via dell’Agora, la zona dei ricchi non ricchissimi, non ti prendi un appartamento a meno di 300-350.000 euro, insomma, in teoria puoi sperare di arrivarci anche se sei un tipo onesto.

Alla fine il dottorino opta per la birra, la coca contiene caffeina, meglio evitarla prima di andare a letto. Ne beve un sorso, metà se la rovescia addosso quando i cani iniziano ad abbaiare.

“Merda!” pensa.

Si è preso un colpo.

«Fatela finita!” urla alla porta a zanzariera che dà sul giardino.»

“Che cazzo gli prende a quei due?” si chiede.

Quei due. Caligola e Nerone, fratelli, adulti, dogo argentino. Qualche anno fa andavano molto. Ora non se li caga più nessuno. Quando sono passati di moda il dottorino ha pensato di abbatterli e comprarsi dei cani corso, ma ormai c’è affezionato, sono brave bestie, leali, ubbidienti, non sporcano, non fanno casino. Fino a stasera.

«Vi state zitti? Non c’è niente!»

Il clangore metallico arriva più forte del latrato dei cani.

“Ma che cazzo…?”

Un urlo disumano gli fa salire il cuore in gola.

Rumore di percosse. I cani uggiolano. Qualcuno sta massacrando di botte i suoi cani. Altre percosse. Un guaito straziante. Il silenzio.

“I cani… I cani…”

Pensa ai cani solo perché non vuole fare la loro stessa fine. Rivista in uno dei cassetti della credenza e ne tira fuori un grosso coltello. Arretra e si rannicchia nel vano vuoto tra la cucina e il frigorifero. Escluso il debole bagliore che viene dalle finestre è al buio. Doveva scappare subito, raggiungere il cellulare in soggiorno o andarsene proprio. Ci pensa quando è troppo tardi, la porta a zanzariera si apre.

Qualcosa di grosso e pesante avanza a fatica nella penombra della stanza. Il dottorino vede solo una sagoma scura e contorta, sente però il respiro affannato dell’essere, un rantolo o un fischio strozzato. Ha sentito verso simili in uomini che stavano per morire con la gola squarciata da cocci di vetro o con ferite ai polmoni.

Individua l’accesso al soggiorno, l’ambiente è familiare, la può raggiungere con pochi passi, anche con la gamba ridotta male, e da lì scappare fino alla porta d’ingresso, a quest’ora non l’ha ancora chiusa a chiave per la notte.

Appena si allunga fuori dallo scudo del frigorifero viene colpito al fianco da un grosso proiettile, inciampa sui suoi stessi piedi, sbatte contro la parete e si ritrova accasciato a terra, il coltello gli sfugge di mano e atterra sulle mattonelle in cotto del pavimento, poco lontano dalla grossa testa bianca di un dogo argentino.

«Nerone…?»

Al collo del cane sono ancora attaccati lunghe strisce di pelliccia, brani muscolari e un pezzo di colonna vertebrale. Non è stata tagliata, è stata strappata dal corpo.

Un’ombra gigantesca si staglia davanti al dottorino, una sagoma umanoide anche se ipertrofica e deforme nella struttura e nelle proporzioni. In una delle mani tiene per una zampa il corpo decapitato di un grosso cane.

***

L’istinto e qualche ricordo meno confuso degli altri hanno guidato Gredy davanti alla casa del dottorino. Già una volta gli aveva salvato il culo. Non in senso metaforico.

Era stato un paio d’anni prima di incontrare Max, stava cercando di rapinare un tabaccaio, quello sfigato su Viale Kennedy, finiva svuotato una volta ogni due mesi, vuoi che rifiutasse una mancia proprio a lui?

E invece quello non solo non si era spaventato del suo taglierino, ma aveva pure tirato fuori il pezzo da sotto il bancone e gli aveva sparato. Due volte. La prima era andata a vuoto, la seconda invece lo aveva beccato dritto in una chiappa mentre stava scappando. Lì per lì non gli era sembrato niente di grave, bruciava da morire, niente di più, era già finito accoltellato, conosceva l’esperienza. Dopo un paio di giorni però la febbre gli era andata alle stelle e non muoveva più la gamba. Allora si era deciso ad andare dal dottorino. Quello aveva tirato fuori il proiettile, pulito la ferita e dato degli antibiotici.

«Non vorrai mica che la gente pensi di potersi approfittare di te solo perché hai due buchi nel culo, no?» gli aveva detto mentre lo ricuciva.

Non è più tornato al tabacchino, una settimana dopo è andato a casa del tabaccaio mentre lui era a lavoro, se n’è andato dopo un’ora lasciando la figlia ancora legata al letto. Il tabaccaio l’aveva preso alle spalle, ora erano pari.

Già una volta il dottorino gli ha salvato il culo, può farlo di nuovo.

I cani lo accolgono abbaiando, impazziti dalla paura. Deve farlo smettere, scardina il cancello del giardino con un colpo dato a pugni chiusi, piega le sbarre squadrate a mani nude ed entra nel vialetto.

I cani difendono la loro casa, si avvicinano, lo azzannano e si ritirano, prima uno, poi l’altro. Lo feriscono, ma più che altro lo infastidiscono, lo ostacolano, così appena comprende il ritmo degli attacchi reagisce. Lancia un urlo di sfida e colpisce una delle bestie sul fianco e la scaraventa tra i cespugli, l’altra gli si attacca al polpaccio, la prende a pugni sulla schiena finché non lascia la presa, l’afferra per il muso con entrambe le mani e stringe, il cane uggiola, continua a stringere, sente qualcosa che cede, i denti si frantumato tra i suoi palmi e così anche la mascella e la mandibola.

Il primo cane gli salta addosso, sulla schiena e serra le fauci sulla spalla, vicino al pezzo di legno ficcato nel collo, il dolore gli fa piegare le ginocchia, allunga un braccio e afferra la collottola del cane, strattona fino a staccarlo assieme a un pezzo consistente della spalla, lo tiene sollevata da terra, lo lascia un po’ per aria a dimenarsi come un pesce appena pescato, poi lo colpisce allo sterno con una decina di pugni. Con le costole tutte rotte il bastardo ha ancora la voglia si ringhiargli contro, in fondo lo ammira, come lui non si arrende fino alla fine, ma è lui la bestia dominante. Prende il cane per una delle zampe anteriori e tira la testa fino a strapparla via dal corpo.

Ora deve solo trovare il dottorino, convincerlo a collaborare non dovrebbe essere un problema.

Entra in casa, lo individua subito, sente la sua paura neanche si fosse cagato addosso, quella cosa tremante e confusa è l’uomo che deve salvarlo.

Gli fa schifo, trova più affinità nei cani che gli facevano la guardia.

Appena l’omino esce dal suo riparo gli lancia contro la testa dell’animale mandandolo a gambe per aria.

Quando si avvicina prova ancora a scappare, si trascina sul pavimento a quattro zampe come un verme, usa la carcassa del cane come una clava e lo convince a restare, bastano un paio di botte sulla schiena.

Il dottorino farfuglia qualcosa che Gredy non capisce, tipo “che cosa vuoi da me?”

Tanto prima o poi avrebbe dovuto dirglielo.

«H’ut’mi» prova a dire Gredy mente mostra il legno che gli esce dal collo.

«Hllev’lo.»

«Co… come faccio a levarti quel…»

Le obiezioni del dottorino sono interrotte dall’urlo di Gredy.

«Hllev’lo!»

Non ha voglia di discutere e poi cercare di dire qualcosa di comprensibile si sta rivelando molto faticoso. Si siede per terra con la mani basse.

«Hllev’lo…»

L’effetto è quello sperato, sente la paura del dottorino diminuire, si alza a fatica e gli si avvicina.

«È una brutta ferita – dice – Non… non credo che dovresti essere vivo. Provo a estrarlo, farà male, ma tu devi stare fermo, un’emorragia potrebbe… non importa.»

Quando l’uomo afferra il moncone di legno, Gredy riceve una scarica di dolore, ringhia e il medico lascia la presa.

«Hllev’lo!»

«Ok. Ok. Lo levo.»

Stavolta afferra il paletto insanguinato avvolgendolo con un pezzo della sua maglietta, per evitare che scivoli, e tira.

Un lampo bianco invade il cervello di Gredy, a ogni strattone una scossa gli frigge il cervello, il paletto si smuove di pochi millimetri appena e il dolore è tale che l’uomo che è ancora dentro Gredy scompare e rimane solo la bestia.

Con un urlo di rabbia dà uno schiaffo al dottorino, la mano aperta è grande come tutta la faccia, la testa si gira di quasi 180 gradi, poi torna indietro di un quarto di giro e si abbandona sulla spalla priva di un sostegno interno, con l’osso del collo spezzato.

La bestia si sopisce e riemerge l’uomo. Gredy scuote il corpo senza vita, ha ucciso l’unico che poteva aiutarlo. Il sangue continua a sgorgare dalla ferita alla base del collo, si sente debole, sfinito dalla sofferenza, lascia andare il dottorino, si lascia andare anche lui, gli sta bene morire così, poggia la schiena alla parete e aspetta.

Percepisce che qualcosa abbandona il corpo del dottore, l’anima, l’essenza vitale o qualche altra cazzata del genere.

Aspetta il suo turno.

Qualcosa rientra bel corpo senza vita, qualcosa che ha attraversato l’Oscurità e ne porta il marchio. Percepisce anche questo.

Il corpo del dottorino si rialza, si rimette in piedi anche se il collo ciondola ancora di lato.

Di sicuro è uno strano fenomeno, una volta Gredy si sarebbe impressionato. Una volta, quando era tutto normale, quando gli sparavano nel culo e la chiappa gli andava in cancrena. Quasi quasi è meglio così, è anche se non fosse meglio non ha più la forza di reagire. Così lascia fare, il dottorino gli si avvicina, afferra il pezzo di legno e lo strappa via con una mossa decisa.

Il dolore è indicibile, ma dura un attimo, subito dopo la carne corrotta comincia a ricrescere senza un ordine preciso per colmare il vuoto.

«Ciao Gredy.»

La voce è a malapena un sibilo distorto che esce dalla gola schiacciata dell’uomo morto. Per Gredy è la voce calma, perentoria e potente di Max

«Ti trovo in forma.»

«Ghh! Rr’gh!»

«L’hai detto fratello. L’hai detto.»

 

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