Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 20

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 20

«Per carità, io non dico mai di no a una passeggiata…».

Carlotta lascia la frase in sospeso mentre si guarda attorno. Uno stabilimento abbandonato tra la Mediana e la rotonda di Borgo Piave.

«…ma perché sei voluto venire qua?»

Su quel lato della recinzione squadrata ci sono solo loro. Una macchina passa sulla stradina piena di dossi che corre quasi perpendicolare fino alla rotonda. Se urlare forse la sentirebbe, di sicuro però da lì non sono visibili.

«Esattamente non lo so» risponde Nick.

«Bene… No, sai, perché non è proprio un gran bel posto per un appuntamento. Sembra più una cosa da serial killer.»

«Non sono mai stato un granché con gli approcci.»

«Ma dai? Dal nostro primo incontro non l’avrei mai detto.»

«Aspetta. Forse ho capito.»

Guarda un punto verso il fondo della recinzione e si dirige a passo spedito verso quel punto male illuminato.

Carlotta lo guarda malamente e gli urla appresso.

«Se fossi così gentile da spiegarlo anche a me.»

Poi lo segue e arriva fino a un punto dove ci sono ancora i nastri della polizia che occupano il marciapiede per tutta la sua larghezza. Sono afflosciati, in molti punti strappati, ma grosso modo circondano ancora un’area dove sono visibili sul terreno e sul muretto in cemento della recinzione grosse macchie rosse sbiadite dalla pioggia recente.

«Nick, non mi piace, andiamo via, comincia anche a farsi sera.»

Nick la ascolta, ma non me presta attenzione, passa freneticamente lo sguardo da un punto all’altro della scena del delitto.

«Dammi solo un minuto.»

Guarda verso l’alto, come se stesse facendo dei complessi calcoli a mente, poi rivolge lo sguardo su Carlotta.

«Cosa senti?»

«In che senso?»

«Non senti niente?»

«Freddo.»

«Freddo?»

«Eh, freddo, sai quando non ti copri abbastanza?»

«Si, ma non è questo che…»

«Oppure quando finisce inzuppata dalla pioggia e invece di correre a casa sotto la doccia devi stare a vedere due brutti mostri che si massacrano a vicenda e allora l’influenza che non aspettava altro viene a farti visita il giorno dopo e probabilmente ti farà venire la febbre?»

«Ok, freddo, normale.»

«Esatto.»

«No, dicevo, non senti qualcosa di strano?»

«Tipo?»

«Tipo… non lo so. Cose che… vedi, ma che non dovresti vedere.»

Si guarda attorno preoccupata.

«Tu vedi cose che non si vedono?»

«No, io non… cioè, sì, a volte sì, ma non è questo il punto, tu…»

«Io che cosa c’entro?»

«Se mi fai spiegare.»

Lei distoglie lo sguardo borbottando qualcosa con la faccia un po’ offesa.

«Posso?»

Lei fa spallucce.

«Ti ho vista mentre meditavi…»

«Mi stavi spiando?!»

La guarda incredulo. L’espressione di lei passa dalla furia a l’imbarazzo con una rapidità disarmante.

«Dovrei mettere le porte a casa, vero?»

«No… il tuo appartamento è carino anche così…»

«Sì, dovrei proprio.»

«Di solito ci sono, ecco…»

«Mi fanno sentire in ansia. Soffro un po’ di claustrofobia.»

«Certo, è comprensibile.»

«Davvero? La mie debolezze sono così palesi?»

«Sì. No! Non lo so. Davvero, non lo so, non era questo il punto. Carlotta.»

«Sì, scusami.»

«Ti ho visto meditare.»

«Sì.»

«E ci riuscivi davvero.»

«Non è difficile. C’è questa frase che va ripetuta quotidianamente…»

«Uscivi da te, Carlotta.»

Lo fissa senza capire.

«Qualcosa di te è uscito dal tuo corpo.»

Lei fa un sorriso incredulo.

«Hai visto la mia coscienza?»

«Se vogliamo chiamarla così.»

«L’hai chiamata tu così, prima.»

«Non proprio io. So delle cose…»

«…che non dovresti sapere.»

È il suo turno di fare spallucce.

«Comunque era lì sopra, tu eri lì, sopra il tuo corpo, come un fantasma, inconsapevole del tuo stato, io ti ho visto. Sì, vedo le cose che non si vedono. Credo perché ho quella cosa dentro.»

«Il mietitore.»

«Sì, il mietitore, vedo alcune cose come le vede lui. In alcuni casi sono riuscito ad andare dove va lui, nel Buio. Ma sono quasi certo di non poter uscire dal mio corpo, come hai fatto tu.»

«So fare una cosa che qualcun altro non sa fare…»

Sorride.

«Sarebbe la prima volta nella mia vita.»

«Ho pensato che forse avresti potuto aiutarmi.»

«Certo! Ti aiuto io. Esattamente in che modo dovrei aiutarti?»

«C’erano dei tizi che stavano pestando un barbone, li ho visti, ero nel Buio, io… sono arrivato tardi…»

Mentre parla si muove, ripercorre fisicamente quei momenti. ricorda le facce di quelli che ha fermato

«Ho combattuto contro di loro, ero insieme al mietitore, come quando mi hai visto la prima volta.»

La guarda.

«Li abbiamo uccisi.»

Lei storce la bocca.

«Tutti?»

Lui esce come dalla trance automatica e ricorda.

«No. Il mietitore mi ha portato via prima che potessi colpire l’ultimo di quegli assassini. Ha portato la mia coscienza nel Buio. Per parlare. Il corpo è rimasto qui. E… e anche la falce.»

Cerca attorno.

«Quando sono tornato in me la falce era sparita. Ho per scontato che fosse tornata nel Buio, assieme al mietitore. Invece…»

«Invece qualcuno te l’ha presa.»

La guarda inarcando le sopracciglia.

«Beh, se lasci una cosa del genere in giro devi pure aspettarti che qualcuno se la porta a casa. In realtà qualsiasi cosa lasci in giro… anche se la leghi con una catena… sto parlando della mia bici.»

Nick mima di stringere qualcuno per il collo con una mano mentre alza l’altra come se brandisse un’arma.

«Stavo per… finire, quando mi sono trovato nel Buio. Non so cosa è successo di qua. Non lo sa neanche il mietitore.»

«Hai detto che uno non lo hai… colpito. Magari ha preso lui la falce. Lo riconoscenti? Cioè, potresti provare a cercarlo.»

«No, non credo di riuscirci, non ricordo i volti di questi uomini. Li ho visti, ma non come vedo te adesso. Non erano i miei sensi a funzionare – ha capito qualcosa – ma quelli del mietitore. Non devo seguire una persona, per il mietitore le persone non sono nulla.»

«Che simpatico…»

Nick ignora il commento e prosegue il suo ragionamento ad alta voce.

«Devo seguire la falce! Capisci?»

Lei scuote la testa sorridendo.

«No.»

«È una parte di lui. La sente. Immagina di poter vedere un odore molto intenso. Lo vedo anch’io! La falce lascia una specie di scia oscura, come una debole ombra prodotta dalla luce della luna. Ahah. Posso seguirla!»

Con entusiasmo si avvicina a Carlotta, le stringe le spalle e le dà un bacio sulla guancia.

«Grazie!»

Poi si gira ed entra nell’ombra della recinzione.

Carlotta rimane ferma qualche istante, un po’ interdetta.

«Prego.»

Poi si accorge di essere da sola in una zona semi deserta.

«Nick? Niiick?»

La sera che stava arrivando è ormai arrivata e allunga sulla strada le sue ombre inquietanti.

«Non mi avrai lasciato qui da sola, vero?»

Un’altra auto passa nella stradina laterale sbuffando a ogni dosso.

Carlotta inizia a comprendere che dovrà tornare a casa da sola.

«Fanculo…!»

***

Riemerge in prossimità di una strada, in uno spiazzo di cemento antistante un capannone agricolo, di quelli col tetto a botte e la parte la metà superiore delle pareti tutta fatta di piccolo riquadri di vetro bloccati in una griglia di metallo. Dietro il capannone campi coltivati e più in là ancora un muro di ombre dove cominciano le prime file di alberi si un boschetto, appena distinguibile a tramonto inoltrato.

La scia della falce lo ha portato sulla via Nascosa, appena oltre la Pontina, verso il mare. Quand’era ragazzo, appena maggiorenne, aveva un amico che viveva da quelle parti; i genitori, molto benestanti,avevano voluto una bella villa appena fuori dal centro abitato e con tanto spazio intorno. La Nascosa era perfetta per stare un po’ tranquilli senza dover uscire dai confini di Littoria.

Tranquilli e isolati.

Il piazzale del capannone è illuminato da un solo lampione che si piega malinconico verso la grande porta grigia dello stabile. Le uniche altre luci che si intravedono risalendo la strada sono piuttosto lontane. A occhio e croce si trova vicino l’incrocio con via del Lido, comunque in vista non ci sono né case, né auto.

È da solo lungo la strada, in compagnia delle grida deboli e affannate che provengono da dentro il capannone.

La porta è aperta, né apre un’anta, ruota su cardini arrugginiti, la poca luce che viene dal piazzale lascia intravedere una figura umana che gira su se stessa e si agita in una sorta di macabra danza senza musica, la figura tiene tra le mani un lungo e sottile bastone e lo sbandiera a mezz’aria  con scatto scoordinati.

Entra nel capannone e lo vede meglio. È un ragazzo, uno di quelli che stava pestando il barbone, l’unico che è sfuggito alla sua ira. Non capisce subito cosa sta succedendo. Il ragazzo sembra sconvolto, pallido, sudato, il  volto segnato dalle occhiaie, dalla sofferenza e piagato in alcuni punti da lividi o bruciature, non si vede bene, il corpo è  scosso da fremiti, soprattutto le braccia, si piega in pose grottesche e si contorce, come se venisse pungolato, mette il bastone avanti a sé in un goffo tentativo di difendersi da un nemico invisibile, lo sventola senza alcun criterio per tenere qualcosa lontano.

Lascia emergere il mietitore quel tanto che basta per vedere quello che sa esserci ma che i suoi occhi mortali non riescono a discernere

Il balordo impugna la sua falce, la usa per combattere contro le ombre umanoidi che lo assalgono, le tiene a malapena pena a bada, la lama eburnea le ferisce, nonostante questo sono in numero tale da circondarlo e saturare ogni falla della sua difesa con arti rachitici protesi in avanti e lunghi artigli di fumo. Le dita sottili lo sfiorano, affondano nella sua materia, lo feriscono, bruciano la sua  coscienza, equivalenti energetici di un ferro rovente. A ogni tocco il balordo reagisce con un urlo di dolore, un sussulto e uno scatto per allontanarsi, anche se l’unica cosa che riesce a fare è portarsi alla mercé di un altro artiglio.

Nick avanza all’interno del capannone, diritto verso lo scontro, a ogni passo il suo aspetto muta, la sua figura si allunga e si copre di nero, il volto ingrigisce e si scarnifica. Quando arriva a portata delle anime nere l’uomo ha ceduto il posto al mostro.

Il mietitore afferra una delle ombre per le spalle e con un movimento deciso la straccia in due, mentre i brandelli della prima fluttuano ancora per aria, un pugno piantato di nero li attraversa e si abbatte sulla testa di un’altra anima nera.

Procede con metodo e precisione inumane, porta avanti la mattanza delle coscienze corrotte finché ne ha dissolte una decina e le restanti si ritirano nelle tenebre dello stabile. Rimane un ragazzo scosso dai brividi e dai singhiozzi, terrorizzato ed esausto, solo di fronte alla morte.

«Dammi la falce.»

La voce di lastre di pietra che sfregano tra loro riempie il capannone.

Il balordo scoppia a piangere.

«Non posso, me l’hanno attaccata addosso!»

Il filo di ferro avvolge il manico con numerose spire sotto e sopra la presa del ragazzo, quando incrocia le mani risale sulle dita, sul dorso delle mani, sui polsi e gli avambracci come un rovo rampicante, stretto in una presa impietosa lacera la pelle con le sue spine metalliche e si pianta in profondità nella carne, a ogni movimento allarga ancora le lacerazioni slabbrate. Il sangue copre le braccia fino ai gomiti e cola lungo il manico della falce fino a terra abbeverando con generosità il cemento su cui sorge il capannone.

«Ti prego – implora l’uomo con un filo do voce – non volevo, non uccidermi.»

Il mietitore si volta con circospezione alla ricerca di qualcosa che sente al limite del suo campo percettivo, tende la mano aperta in direzione delle suppliche e la falce schizza direttamente nella sua mano, con il filo spinato ancora attorcigliano sul manico. Lo scatto è così repentino che le punte di metallo non trascinano via anche il balordo, piuttosto lacerano in modo orribile le braccia e le mani lasciando attaccati alle ossa pochi brandelli di carne viva.

Il balordo cade in terra senza emettere un suono, stroncato dal trauma, il cuore non regge. La coscienza esce dal corpo distraendo il mietitore sul processo di dispersione e riammissione al Flusso. Il passaggio è pulito, si svolge nella maniera più naturale possibile e il tutto dura pochi istanti.

In quei pochi istanti il mietitore diventa consapevole di non essere solo. Una lucina combatte da sola contro le Tenebre che permeano il capannone, una piccola fiammella in cima a una candela di grasso giallo infilata in una bugia di legno retta da un’anziana signora con la schiena incurvata e un fazzoletto rosso sulla testa che si appoggia a un arnese di legno simile a un grosso martello. Alla sinistra della donna una ragazza pallida con i capelli neri e lisci lasciati sciolti sulle spalle tiene in mano una bottiglia aperta piena per metà di un liquido trasparente.

C’è qualcosa oltre il loro aspetto innocuo, il mietitore lo percepisce immediatamente e indaga le loro coscienze.

La vecchia ha in sé qualcosa di molto antico, la complessa sommatoria delle esperienze di molte vite e molte morti. Un ricordo gli affiora al limite della mente, vago e indefinito.

La coscienza della ragazza invece porta i segni di traumi, la cui entità e natura sono solo ipotizzabili. Quel reticolo di cicatrici spirituali nasconde una presenza anomala che sente come una minaccia.

«Momoti» lo chiama la vecchia.

Adesso la riconosce. Dimentica che le sue percezioni sono in parte umane, l’aspetto non è più un dettaglio ininfluente, lei è cambiata molto da quando l’ha incontrata per la prima volta, da quando è riuscita a intromettersi nella sua missione. Doveva avere circa l’età della ragazza che l’accompagna e che porta la bottiglia alle labbra per bere un sorso del suo contenuto.

Un gesto semplice, fuori luogo; rimane come una filigrana sullo sfondo della memoria che fluisce.

Un villaggio edificato da poco, una folla di povera gente, povera, fiera e dignitosa. La scena è quella di un tribunale popolare che ha già emesso sentenza, un linciaggio, giustizia sommaria ai danni di maniaco, molestava i bambini – il più schifoso dei crimini – , i bambini, il futuro del villaggio. E allora gli abitanti del borgo vogliono togliergli il suo di futuro. Ogni futuro.

Era uno di loro, finché non ha messo le sue luride mani sui bambini, lo hanno bastonato fin quasi a ucciderlo.

Il mietitore è lì per attendere la morte imminente, ma ucciderlo per i paesani non è abbastanza, sarebbe troppo caritatevole, è non c’è carità nella folla furiosa, non va data pace a chi ha tolto la pace dalla vita dei più piccoli, non se la merita, non si merita il perdono, non ci sarà il paradiso per lui.

Tra la folla si fa largo una piccola giovane donna vestita di nero, indossa un mantello lungo con un largo cappuccio che gli copre il viso dal naso in su, in una mano impugna il
manico di un maglio di legno lucido, nell’altro una fiasca di coccio.

«Mimmìa» sussurra il mietitore mentre ancora è perso nei ricordi.

I paesani si scansano al suo passaggio, riconoscono la femina accabbadora, colei che dona la pace eterna, stavolta chiamata per negarla a un’anima colpevole.

La femina si riempie la bocca con una grossa sorsata della fiasca.

Il borgo intero si è riunito per maledire l’uomo, una maledizione che toccherà a s’accabbadora concretizzare incatenando lo spirito del maledetto al mondo, per sempre, impedendo la sua riunificazione con l’origine di tutte le cose. Sputa l’acquavite addosso all’uomo. La maledizione del filuferru.

Il volto della femina nella piazza del villaggio si sovrappone, nella vista del mietitore, a quello della ragazza nel capannone che spruzza sul suo teschio quanto aveva bevuto poco prima.

Il filo spinato attorcigliato lungo il manico della falce si muove, animato da una volontà ben precisa e si avvolge in spire attorno ai polsi e risale lungo le braccia aggrappandosi alle vesti nere che lo ricoprono, con spine di ferro che feriscono anche il suo corpo sovrumano.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...