Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 19

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 19

“La mamma ha ragione – pensa il bambino – ormai sono grande per avere paura… cos’è stato?”

La testa scatta di lato a scandagliare il buio impenetrabile alla sua destra. Le manine si aggrappano al lembo superiore della coperta. Qualcosa si è mosso, laggiù, nel buio. Delle cose più nere del nero, delle cose che non fanno nessun rumore, fa solo paura. Il suo lettino non è mai stato così grande, ci si sente perso e solo, come quella volta di notte nel parcheggio del cinema quando ha dovuto aspettare fuori dalla macchina mentre il papà cercava una cosa nel cruscotto. Ripensa alle parole della mamma.

«Hai sei anni, sei grande ormai, devi fare il bravo, quando andrai a scuola sarai l’unico ad avere paura del buio, ti prenderanno tutti in giro.»

Non vuole essere preso in giro, a dirla tutta non vuole neanche andare alla nuova scuola dei grandi, soprattutto non vuole avere paura.

Le cose nere nere attraversano velocemente la stanza per la sua intera lunghezza. Con la luce non avrebbe mai detto che fosse così grande la sua stanza.

Chiude gli occhi stretti stretti e si tira le coperte fin sulla fronte.

La stoffa pesante addosso riduce un po’ le dimensioni del pericolo. Finché rimane immobile può considerarsi al sicuro. In quel modo si garantisce di non poter vedere la cosa è siccome lei non si fa sentire… Quello che sente non sono certo i mostri che vivono in camera sua ed escono solo di notte. Sono le voci dei suoi genitori provenienti dal soggiorno, voci arrabbiate, che parlano l’una sull’altra, che urlano sottovoce. Mamma e papà litigano spesso, per lo più lo fanno quando pensano che lui non li possa sentire, quando va a letto la sera dopo cena. A volte gli scappa di litigare anche con lui davanti, non gli piace, ma quando aspettano è peggio, perché loro litigano e le cose nel buio escono, lui lo vorrebbe lì con sé, perché ha paura del buio, però ha paura anche che se non farà il bravo loro non smetteranno più di litigare. È sicuro che quando non avrà più paura del buio loro faranno pace e si vorranno sempre bene. E magari lo faranno dormire in mezzo a loro nel lettone.

Allora aspetta che le cose nel buio se ne vadano.

Il litigio va avanti, le voci si trasformano in urla, le parole diventano “brutte” parole, poi sente qualcosa di cattivo nelle brutte parole, anche se non capisce bene cosa vuol dire sa che qualcosa di terribile potrebbe accedere. Le cose nel buio si sono infilate sotto la coperta, non ha il tempo di pensare a come ha fatto, sta risalendo le sue gambe, strisciano e avanzano di pari passo con un panico irrefrenabile.

Scoppia a piangere.

«Mamma! Mamma!»

Da solo non ce la può fare contro le cose nel buio, ancora non le vede sbucare da sotto le lenzuola, ma sono sul suo petto, ne può sentire il peso, lo opprimono e gli impediscono di respirare bene, gli spezzano il fiato in singhiozzi convulsi.

La porta chiusa si spalanca all’improvviso disegnando uno squarcio rettangolare di luce nel buio uniforme. Nel riquadro luminoso una sagoma familiare, invitante, elegante, bella. Dietro la mamma, scostata di un passo la figura del papà, giusta, risoluta, forte.

«Massimiliano, cosa succede?» chiede la mamma agitata.

La confessione tra le lacrime.

«Ho paura del buio…»

«Max sei grande ormai per avere paura del buio.»

La mamma prova a essere gentile senza riuscire a nascondere la stanchezza e l’irritazione.

«Lo vedi come lo hai fatto diventare?»

Papà invece neanche ci prova.

Loro però non lo sanno, non hanno visto quello che ha visto lui.

«Ci delle cose che si muovono…»

«Non dire stupidaggini!»

Mamma non sopporta quando inventa le cose. Dice che papà ne inventa già tante.

«Ma io le ho viste.»

«Non c’è niente qui, solo la tua stanza.»

Infatti non c’è niente adesso, lo sa anche lui, le cose nel buio arrivano quando è da solo.

«Torna a dormire, sennò domani facciamo i conti!»

Gli era capitato solo una volta di fare i conti con papà, quella volta che gli aveva detto di non prendere da solo il succo. Era sicuro di farcela a versare il succo dalla bottiglia al bicchiere, qualcosa era andato storto e il succo era finito sul tappeto buono della sala. Aveva imparato che era meglio non disobbedire, ma non vuole rimanere da solo, non ce la fa proprio.

«No, non mi lasciate.»

«Falla finita ho detto!»

Quando il papà alza la voce può vedere le ombre muoversi attorno al rettangolo illuminato della porta. Le cose nel buio gli ricordano che prima o poi la porta si chiuderà e loro torneranno a muoversi, è inevitabile, per quanto possa piangere o far arrabbiare i suoi genitori.

«Stiamo discutendo di cose importante – dice la mamma – Ti lascio la lucina accesa.»

«Ma sì, dagli pure il ciuccio allora…»

L’apertura di luce diventa sempre più stretta fino a essere fagocitata dalla parete nera con il “clack” della serratura. L’unica cosa che lo separa dal buio totale è l’alone azzurrognolo proveniente da una nuvoletta di plastica attaccata al muro.

Le cose nel buio si muovono ancora, la lucina sembra disturbarle, come se non riuscissero a orientarsi.

«È solo questione di tempo” gli sussurrano.»

Lo sa bene, prima o poi troveranno la strada per arrivare da lui, dovesse volerglici tutta la notte arriveranno, un minuto prima dell’alba torneranno a strisciare su di lui e gli si infileranno in bocca e giù nella gola come un’anguilla.

Chiude gli occhi, ancora più stretti di prima, piange cercando di non fare rumore, non vuole farsi sentire dai mostri. Dai pantaloni del pigiama si allarga una calore umido che in breve impregna le coperte e il materasso.

La paura cede il passo dell’angoscia e alla vergogna e i singhiozzi sommessi al pianto disperato.

Il bambino rimane con la bocca aperta, le lacrime cristallizzate sulle guance e in caduta tra le gote e il cuscino, le corde vocali immature bloccate nella vibrazione che diffonde nell’ambiente una nota di profonda afflizione.

Max esce dall’angolo della stanza compreso tra l’armadio e la cassapanca dei giochi. Ruota la testa e lo sguardo per esplorare tutta la scena congelata in quell’istante di tempo, poi si rivolge alle ombre alle sue spalle senza guardarle.

«Perché mi state facendo vedere questo?»

Dal buio emergono lentamente tre esili ragazze nude dalla pelle candida. Gli parlano una alla volta con volti identici, con identici movimenti delle labbra.

«È nella tua testa.»

«È la tua storia.»

«È parte di te.»

Max guarda ancora il bambino nel letto.

«Lo so, ho ancora gli incubi.»

Le ragazze lo accarezzano languide e parlano all’unisono.

«Noi siamo nate lì, non ricordi?»

«Ricordo come mi sono sentito un minuto dopo, quando sono rientrati i miei… Cazzo,volevo morire.»

«Davvero volevi morire?»

La domanda non gli è subito chiara. Pensa a un trucco, poi ricorda chi ha dall’altra parte. Negli sguardi del triplice Mara non trova alcun intento di derisione. E risponde con l’onestà priva di vergogna che non è mai riuscito ad avere con se stesso.

«No, in realtà non volevo morire. Volevo uccidere.»

«Perché non l’hai fatto?»

«Ero un ragazzino.»

I Mara attendono, come se non avesse risposto affatto

«I ragazzini non ammazzano i loro genitori – spiega Max – anche se se lo meritano.»

«Perché no?»

«Perché no! I bambini sono piccoli e stupidi, subiscono e basta, poi dimenticano, e se non dimenticano prima o poi seppelliscono mamma e papà e chi s’è visto s’è visto.»

«E se lo avessi fatto?»

«Ascoltate, non l’ho fatto e basta, il passato è passato.»

«Ma se lo avessi fatto?»

Max guarda torvo le tre ragazze, non gli piace essere assillato, non dopo aver pagato tutto per la sua decisione di fare ciò che voleva senza vincoli mentali o morali.

«Questo è un gioco del cazzo, vi avverto.»

«Non è un gioco, Max.»

«Questa è la risposta a tutte le tue invocazioni.»

«La Verità Terribile che si cela dietro l’inganno della luce.»

Ogni verità va messa alla prova, Max lo sa, va sperimentata sulla propria pelle, perciò, anche se è spinto ad accettare le parole dei Mara, forza ulteriormente la mano.

«Siete la parte stupida di me o mi state prendendo per il culo?»

I Mara non si offendono, non si spazientiscono, svelano le tessere del mosaico una per volta, poiché se rivelassero l’immagine nella sua interezza Max perderebbe il senno e la ragione.

«Tu sei il risultato della somma degli eventi passati, ognuno di essi ti costituisce nel poco o nel molto.»

«Sei cambiato, Max, non sei più quello che eri prima, sei qualcosa che non saresti mai potuto essere.»

«Se il totale cambia deve cambiare necessariamente almeno uno dei costituenti.»

Una logica assurda, sbagliata, irrazionale. Perfettamente comprensibile e accettabile da una mente sull’orlo della follia, da una coscienza che sta per perdersi nell’Oscurità.

«Posso cambiare il mio passato?» chiede Max.

«Guarda.»

Il buio attorno non è più quello della cameretta di quando era bambino, è quello della camera degli ospiti. La mamma dorme sempre lì quando litiga con il papà. Il piccolo Max la guarda dormire su un lato. Respira piano piano, i piedini sono scalzi, piccoli trucchi che le cose nel buio gli hanno suggerito per non fare rumore. Deve solo aspettare, manca ancora molto al mattino e con papà ha già fatto i conti prima. Ci ha pensato bene prima di farlo. Alla fine ha deciso che la mamma aveva ragione, è troppo grande per continuare ad avere paura, non vuole più mettersi a letto con la paura che si mettano a litigare di nuovo. Se non voleva più avere paura del buio mamma e papà dovevano smettete di litigare, per sempre.

Si è ricordato il cassetto dove papà teneva quello strano coltello, “cutter” lo chiamava, la lama sottile lo spaventava, specie quando era tutta tirata fuori, sapeva che poteva fare molto male, una volta mentre tagliava del cartone papà se l’era passata per sbaglio su un dito, si era messo a saltare come un grillo dicendo brutte parole mentre si stringeva il dito con l’altra mano, il cartone si era comunque macchiato tutto di rosso.

Con il cutter era andato nella camera da letto dei genitori, dove aveva trovato il papà che dormiva da solo nel lettone. Non sapeva bene cosa doveva fare, ma le cose nel buio glielo avevano fatto vedere e così aveva premuto la punta aguzza della lama squadrata sul collo dell’adulto, e mentre premeva con tutte e due le mani aveva tirato il cutter verso di sé con forza.

Il papà aveva aperto gli occhi di scatto e si era portato le mani alla gola da cui sgorgavano spruzzi abbondanti di sangue.

Il piccolo Max aveva avuto paura che il padre si alzasse arrabbiato dal letto per urlargli contro e sculacciarlo. Invece non aveva urlato, giusto qualche gorgoglio mentre gli occhi passavano frenetici dal taglierino alla sua faccia e vice versa, poi gli occhi si erano fermati, il papà non si era più alzato dal letto e Max aveva scoperto come far passare la sua paura.

Ora deve solo aspettare. La mamma fa il verso del porcellino tirando su col naso e si gira a dormire pancia in su.

L’attesa è finita.

Da un angolo della stanza degli ospiti che sprofonda nell’Oscurità, Max osserva un giovane se stesso dedicarsi con istintivo successo a un’attività che ricorda di aver cominciato a svolgere solo molti anni più vecchio.

Appena è certo che l’ultima stilla di vita ha abbandonato il corpo di sua madre rientra nel Buio con aria soddisfatta e si rivolge ai Mara che lo attendono.

«È stato tutto molto bello.»

L’espressione passa da un entusiasmo caricaturale a uno sguardo affilato e un sorriso beffardo.

«Troppo bello.»

Le tre ragazze nude non si guardano tra loro per cercare conferma del loro disagio, proprio il disagio timoroso che Max voleva suscitare.

«Penso che voi mi stiate dando quello che voglio per nascondermi parte della verità e farmi fare quello che volete voi.»

I Mara rimangono silenziosi e immobili mentre il sorriso si allarga sul volto di Max.

«Perché lo penso? Andiamo, ragazze, perché voi siete me. Ed è esattamente quello che farei io.»

Il sorriso si spegne all’improvviso assorbito da un’ombra gelida e dura nello sguardo dell’uomo.

«Ora però mi direte ogni cosa.»

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