Memento Mori 18

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 18

Acido lattico. Glie l’avevano detto i suoi amici che sarebbe arrivato. Il primo giorno di palestra è tragico per tutti. Il giorno dopo in realtà, quando gli sforzi che i muscoli poco allenati hanno dovuto compiere per tenere il passo con  l’idea che un diciottenne ha di sé si ripresentano tutti insieme e ti fanno venire voglia di non dare seguito all’esperienza con un secondo giorno di palestra. Appena distende le gambe lo sente, l’acido lattico. Gli capita si scoprirsi durante la notte e di arrivare infreddolito a mattina. Inoltre ha qualcosa sul naso, un pelucco o una piuma del piumino, nella peggiore delle ipotesi un ragno. Una volta si è trovato uno scarafaggio in fronte. Era a un campeggio. Dev’essere giorno da un po’, anche con gli occhi chiusi il buio è molto timido.

“Ma dove cavolo è finita la coperta?” si chiede allungando un piede. Si rende conto che ha ancora indosso i calzini.

“Forse oggi non c’è scuola.”

Perché altrimenti sarebbe ancora a letto?

Pensare a perché indossa i calzini richiede troppa energia.

L’idea di scuola gli pare molto lontana. Come quella del primo giorno di palestra. Come il suo letto a casa dei suoi genitori…

Si trascina la mano sulla faccia fino al naso per rimuovere il pelucco. Tocca qualcosa di morbido e consistente.

Nick apre gli occhi in cerca di pericolo.

Non ha più diciotto anni, questo lo ha ben chiaro, riguardo a dove si trova… niente, vuoto pneumatico tra le orecchie. Quello che vede non ha nulla di familiare.

L’unica cosa certa, per quanto strana, è un grosso criceto marrone appollaiato sul suo naso. La bestiola la degna di uno sguardo fugace poi sposta gli occhietti neri verso l’orizzonte.

È sdraiato su un divano a tre posti dall’aspetto squadrato e di un color arancione “ultimo pezzo da esposizione in offerta”. Scarta l’ipotesi di una nottata di sesso folle con una ragazza conosciuta al pub.

Eppure una ragazza c’era…

Prende con delicatezza il criceto tra le mani e si mette a sedere imprecando contro il cerchio alla testa che gli si stringe attorno alla fronte e alla nuca. Quando si alza in piedi va molto peggio, ma prima o poi andava fatto.

La buona notizia è che non ha ferite.

Dovrebbe averne…?

Dallo stato dei vestiti e dai dolori in tutto il corpo l’ipotesi più realistica e che si sia buttato giù da un’auto in corsa. O che l’auto gli sia passata sopra.

L’altra buona notizia è che esiste qualcuno con un gusto peggiore del suo in fatto di arredamento. Si è appena svegliato nel soggiorno di questo qualcuno.

L’ambiente è piuttosto piccolo, disordinato, arredato con stili diversi, mancano tutti i ricordi di una vita passata, fotografie, souvenir di viaggi e cose del genere. Ha la sensazione che la cosa sia voluta.

Il divano è appoggiato a una parete bianca, di fronte una vecchia credenza di seconda mano, un mobiletto per liquori pieno di cianfrusaglie è stato dimenticato lì vicino, completano l’arredamento un tavolino quadrato e due sedie. Una porta finestra dà sul balcone, scosta le tende per controllare almeno di essere ancora a Littoria. Di fronte al bancone si apre il vano di una porta senza porta da cui entra una nenia a stento udibile, nulla di familiare, si tratta di parole ripetute, non riesce a sentirle distintamente, parole di una lingua che non conosce.

Si affaccia sul corridoietto oltre il vano: a destra c’è la porta d’ingresso e un minuscolo disimpegno, di fronte altre due aperture senza porte, a una rapida occhiata il cucinotto e il bagno, a sinistra immagina la camera da letto, manca solo quella, ed è da lì che sente provenire il mantra recitato da una voce femminile.

«Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo.»

Inginocchiata di fronte una piccola teca a muro a fianco del comodino del letto matrimoniale c’è una ragazza in tuta, ha capelli mossi castano chiaro.

La teca mostra dai due sportelletti aperti una pergamena srotolata su cui sono scritti degli ideogrammi di dimensioni diverse.

La scritta non gli dice nulla, la ragazza invece gli riporta alla mente gli accadimenti della sera prima, sul combattimento ha degli sprazzi di memorie piuttosto confusi, lei invece la ricorda bene, spaventata, gli occhi grandi e castani arrossati dal pianto, i capelli bagnati attaccati alla testa, grondante pioggia; molto diversa dalla figura immobile, calma e serafica che ha di fronte.

Sembra molto assorta nella recitazione, il respiro è lento e regolare, un’immagine da pubblicità sui benefici della meditazione quotidiana.

Sopra di lei qualcosa che difficilmente ci si aspetta di vedere in una pubblicità progresso. Un duplicato etereo della ragazza di colore giallo tenue è sospeso a mezz’aria. Le forme sono semplificate e abbozzate nella luminescenza fluida che compone la sua coscienza, ma senza dubbio si tratta di lei. La coscienza sembra ignara, innocente, benedetta da una vaghezza onirica che gli fa invidiare il suo stato di pace solitaria.

Quando mette appena un piede oltre la soglia, Nick si accorge di aver già commesso un’involontaria invasione di un’area strettamente personale.

La coscienza lo percepisce, o percepisce qualcosa in lui, e si ritrae intimorita, prova ad arretrare senza potersi allontanare da sopra la testa della ragazza.

Nick si avvicina con le mani avanti, vuole essere rassicurante, come farebbe con un cagnolino spaventato, far capire che non è una minaccia. Arrivato abbastanza vicino allunga una mano per accarezzarle la guancia, per stabilire un contatto.

Quando le dita entrano nel raggio della radianza emanata dalla figura eterica il loro aspetto cambia, quello che vede potrebbe assomigliare a un guanto di cuoio nero o alla mano di gorilla. Pensa troppo tardi che forse sarebbe meglio non andare avanti.

Il dorso della mano nera sfiora la guancia, un breve tocco, la coscienza urla in silenzio la sua agonia e viene riassorbita dal corpo.

La ragazza si desta di soprassalto con un sussulto che per poco non la fa cadere all’indietro. Gli occhi si muovono con guizzi rapidi. Il battito è  accelerato. Impiega un paio di secondi a tornare padrona di sé stessa, intercetta Nick con lo sguardo e si ferma su di lui abbozzando un sorriso sopra l’espressione  sconvolta del volto.

«Ah, sei tu” gli dice.»

«Non volevo spaventarti» si scusa Nick.

«Nono, figurati, solo non ti avevo proprio sentito…»

La ragazza si mette in piedi sistemandosi la tuta. Dopo qualche secondo di silenzio imbarazzato lei porge la mano a Nick.

«Mi chiamo Carlotta, molto piacere e lei – indica il criceto che Nick tiene in mano – è Pussy.»

«Pussy?»

Si stupisce della sua stessa curiosità, in una circostanza come quella vi sono cose decisamente più fuori luogo del nome allusivo della criceta.

«È una lunga storia…» dice lei con le gote arrossate.

Prendendo il roditore e lo mette in una scatola di plastica trasparente con dentro tutto il necessario alla vita dell’animaletto. Su una parete della scatola campeggia La scritta a pennarello fucsia “PUSSY”. La criceta comincia a fare la ruota.

«Scappa sempre, la gabbia deve essere rotta.»

«Se me la dai posso darci un’occhiata.»

Carlotta lo guarda come fosse un alieno. Seguono altri lunghi secondi di imbarazzo, rotti da lui stavolta.

«Io comunque mi chiamo Nicodemo.»

«Nicodemo! Ah! Che nome… originale.»

«Sì… immagino sia per questo che tutti mi chiamano Nick.»

«Nick! Ciao Nick, io sono Carlotta.»

Nick le stringe di nuovo la mano cercando di bilanciare l’agitazione di lei con movimenti lenti e calmi.

«Sì… credo che tu me lo abbia già detto.»

«Certo, che stupida, tu penserai che io sia pazza, ma non sono pazza, sono solo piuttosto nervosa, insomma, mi rendi un po’ nervosa. Ecco, l’ho detto…»

«Capisco, anch’io sono un po’… confuso.»

Gli sguardi si separano e vagano un po’ per la camera da letto.

«Così questa è casa tua?» le chiede.

«Sì, siamo venuti qui dopo… insomma, ti ricordi?»

Nick scuote la testa. Non ricorda l’esito dello scontro e quello che è accaduto dopo.

«Oddio, che situazione imbarazzante… – il rossore sulle gote avvampa – Ascolta, io di solito non porto uomini incoscienti a casa mia…»

«Di solito?» le parole gli scappano di bocca.

«No! Non l’ho mai fatto! A parte stavolta…»

«Certo, non volevo dire che…»

Mentre prova a giustificarsi una curiosità profonda, priva di malizia, quasi esistenziale lo spinge a domandare.

«Perché questa volta è diverso?»

Non voleva mettere in difficoltà Carlotta, la vede spiazzata, finché non si siede sul bordo del letto e gli risponde senza guardarlo.

«La mia vita è un disastro.»

«A chi lo dici» pensa Nick.

«Il mio karma non è proprio a posto diciamo, ma indipendentemente dalle cose brutte che mi accadono se io penso e agisco positivamente sono convinta che la mia vita migliorerà.»

«Convinta tu.»

Volevo solo pensarlo, invece lo dice sottovoce. Carlotta Non se la prende.

«Convinta no, ma è sempre meglio che buttarsi giù da un palazzo, no?»

«Eh, già…»

«Ho sentito che dovevo aiutarti. Anche se avevo paura. Se ti ho incontrato è perché sei entrato nel mio flusso karmico, cioè, dico, se ti ho incontrato in questo momento, beh, in realtà mi sei precipitati addosso quindi…»

«Il tuo karma deve essersi scombussolato parecchio. Comunque mi dispiace che tu sia stata coinvolta.»

«Oh, nonono, cioè sì, dispiace anche a me, soprattutto di essere quasi morta, ahahah, cioè, sono morta di paura, ma a parte quello, ahahah, eccomi qua, a parlare con te… che… insomma… sei qui anche tu.»

«Credo che dovrei andarmene. Nella mia situazione attuale non può venirne niente di buono per te. Non so neanche bene qual è la mia situazione attuale…  Se parliamo di karma, il mio deve essere proprio uno schifo, perché… le persone attorno a me… la loro vita non migliora, anzi peggiora.»

«Cavolo, tirati su, e quando la trovi così una ragazza, ahahah.»

«La mia ragazza è morta in un incidente stradale.»

Il sorriso si spegne sulla bocca di Carlotta. La faccia diventa una maschera rossa di imbarazzo.

«O. Chei – Carlotta si alza e si muove verso la porta – Io vado un attimo di là a preparare la gaffe… No! Volevo dire colazione. Vado a preparare la colazione.»

«No, scusami, è che non riesco a pensare lucidamente.»

«Per questo andavo a preparare la colazione.»

«Io… davvero, se mi dici dove sono le mie scarpe me ne vado, non voglio…»

«Le ho messe in lavatrice.»

Nick abbassa lo sguardo sulle condizioni imbarazzanti dei suoi vestiti.

«Hai messo a lavare le mie scarpe?»

«Ognuno ha le sue piccola manie – risponde la ragazza accigliata – Io lavo le scarpe e tu… fai quello che fai.»

Nick annuisce.

«Senti, Nick, le scarpe non c’entrano niente, la gente si fa male tutti i momenti, le persone fanno male alle altre persone, anche senza volerlo, beh, a volte vogliono proprio, ma è un’altra storia…»

«Una cosa è ferire i sentimenti di qualcuno, un’altra è coinvolgere questo qualcuno in uno scontro tra gladiatori sovrannaturali in cui si finisce con la gola tagliata.»

Lei lo guarda alcuni istanti prima di rispondere.

«Eh… sì, è un’altra cosa, senza dubbio. Però la mia gola non è stata tagliata, vedi? Beh, solo un po’, graffiata, non proprio tagliata.

«Ascolta, non voglio convincerti le vada bene così, non ci riesco con me, che al massimo mi tingo i capelli, e comunque questi sono rossi naturali, figurati tu che diventi Jack Skeleton, ahahah, scusa, pensa però che magari non sei caduto dal cielo per “quasi ammazzarmi”, diciamo, magari eri lì per non farmi ammazzare del tutto. In queste cose il “quasi” è importante.»

Nick sorride, potrebbe ribattere in mille modi, invece sorride e fa finta per un attimo che il suo problema siano le scarpe pulite e bagnate.

«O forse era solo l’opportunità di portare a casa un bel ragazzo sconosciuto – le dice – E a proposito, grazie.»

Carlotta risponde al sorriso e il suo volto si distende.

«Niente, cioè, credo fosse il minimo dopo che mi hai salvato da quel…»

«Gredy!»

«Si chiama così quel mostro?»

Arrivano dei flash, non proprio dei ricordi, più delle scene immaginate sulla base del racconto di qualcuno. Max parla con delle persone, le coscienze traslucide si sovrappongono ai corpi fisici e li confondono, la prospettiva è distante, a volte rasoterra, altre volte a livello del soffitto. Sono le scene carpite dal Mietitore dentro il Buio, raschiare dagli angoli oscuri di luoghi e momenti di orrore e sofferenza. Una delle persone con cui parla Max si muove con scatti impazienti, il suo corpo muscoloso guizzi nell’attesa, la testa calva imperlata di sudore, un rivolo di bava cola dall’angolo della bocca e si perde tra la barba nera, tutto in lui freme alla prospettiva di causare dolore. Nick vede e interpreta la follia nei suoi occhi come ne potrebbe valutare il colore dell’iride. Gredy. Max lo ha chiamato così.

«Io… credo di sì.»

«Eh, quello.»

«È molto pericoloso. Dov’è andato?»

«L’hai fatto scappare via, ne ha prese tante, ma tant’è, eh. Certo, ne ha anche date, a dire il vero, anche tu eri ridotto maluccio. Non proprio tu, cioè, hai capito.»

«Mi ha preso alla sprovvista, ed ero… disarmato.»

Il ricordo di questo dettaglio fondamentale lo coglie impreparato. Ha affrontato Gredy senza poter richiamare la falce.

«Oh, non devi giustificarti – lo rassicura Carlotta – Voglio dire, sei stato grande. È molto che lo fai?»

La domanda gli sembra assurda e la sua espressione non mente al riguardo.

«In che senso?»

«Dai, insomma, combattere i mostri, trasformarti in… cos’è quella cosa?»

Nick risponde quasi involontariamente, indifeso a domande così dirette.

«Non so esattamente cosa sia quella cosa che era al posto mio, non so perché lo so, è una specie di meccanismo di difesa di quello che tu chiami karma, anche se le cose non stanno esattamente così, credo… credo che la vita, tutta la vita sia legata in qualche modo a un… un flusso costante di energia luminosa, è parte del Flusso. La portata del Flusso è oltre la comprensione umana, ma non è infinito, quando parte di questa energia rischia di spegnersi, di perdersi nella Tenebra, anziché riconfluire nel flusso, interviene il Mietitore…»

«Il Mietitore?»

Nick fa spallucce.

«Immagino che il nome sia l’ultimo dei problemi» dice Carlotta.

«È una teoria molto affascinante, se facessi dei video in cui dici queste cose diventeresti un videoblogger di successo, credimi.»

«Non…»

«Scherzo, non ci ho capito molto, ma immagino che di solito le cose vadano un po’ meglio di come sono andate ieri.»

«Non c’è un di solito, e comunque ero disarmato.»

«Spari ai mostri?»

«Io non sparo a nessuno. È il mietitore che può evocare una falce, ma ieri…»

«Hai una falce? Che carino…»

«Io non… Ascolta, devo andare, devo trovare la falce.»

«Pensavo che voi supereroi combatteste solo a mani nude.»

«Non capisci, io devo…»

Si sente mancare, fa qualche passo in avanti e si appoggia al comodino per non cadere.

«Fare colazione” aggiunge Carlotta mentre lo sostiene.»

«Colazione?»

«Certo, hai un evidente calo di zuccheri. E di liquidi.»

«Che stai dicendo?» dice Nick con aria stizzita.

«Il senso di spossatezza deriva per lo più dalla disidratazione.»

«Non ci credo…»

Più che altro non capisce se la ragazza sia seria o se lo stia prendendo in giro.

«Non ci credi? – Carlotta strana gli occhi con aria infuriata – Mi piombi addosso in versione “sono io la morte” con un mostro bubboloso sulle spalle, che per poco non mi ammazza, ti fai pestare a sangue, anche se adesso sembri piuttosto informa, mi dici che ti sei perso la tua falce con cui segretamente proteggi il mondo dal male…»

«Non ho mai detto di…»

«Ma non riesce a credere che la disidratazione sia il più comune pericolo per la salute umana?!»

Difficile controbattere a un’invettiva così assurda e ben confezionata.

«Zuccheri e liquidi dici?» chiede Nick in tono pacato e guardingo.

«Certo!»

L’espressione di Carlotta invece è ancora accigliata. Anche quando Nick si tocca la tasca dietro dei pantaloni facendo un gesto ampio e lento con la mano.

«Per fortuna il mostro bubboloso non è  scappato con il mio portafoglio.»

Prova con un sorriso riconciliativo. Lei lo guarda sospettosa.

«Almeno posso offrirti la colazione.»

Al mutare del volto di Carlotta, Nick tira un sospiro di sollievo.

«Uh, grazie. Comunque scusa per lo scatto.»

«Non ti procurare, sono giorni strani questi.»

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