Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 17

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 17

«Eh… niente, ispettore» disse l’uomo in divisa alzando le spalle.

«Borghetti, vuoi farmi incazzare di prima mattina?»

«Ispettó, veramente so’ già le dieci.»

Maffei schiva per un soffio una crisi ipertensiva, lo sfogo verso il suo sottoposto sortisce l’effetto terapeutico sperato.

«Agente Borghetti, di quello che dice il tuo orologio non me ne frega nulla, è stato commesso un omicidio e mi stai dicendo che dal video che lo riprende non è emerso nessun indizio per acciuffare l’assassino. Non è prima mattina, è notte fonda!»

Deve ammettere suo malgrado che l’agente è in grado di mantenere il suo aplomb in tutte le situazioni.

«Ispettore, la registrazione della videocamera di sorveglianza mostra tutto, ma l’assassino… insomma, il nastro sembra essere stato sofisticato.»

«Non dire stronzate, lo siete andati a prendere voi, nessuno ci ha messo mano.»

«Sembra che sia stato sofisticato, solo che non lo è stato.»

Di fronte a certe logiche illogiche un cultore convinto dell’indagine razionale non può che arrendersi. Si passa una mano sugli occhi stanchi, mentre con l’altra invita l’agente a proseguire.

«Hai appena guadagnato sue minuti della mia curiosità, non sprecarli.»

«Forse è meglio che guardi lei stesso.»

Maffei si lascia cadere sulla sedia davanti allo schermo dell’ufficio.

La registrazione video mostra un tratto ben illuminato dai lampioni, corrispondente al cancello di ingresso di un centro rivendita all’ingrosso di bibite e altri generi alimentari. La visuale si allunga fin quasi in fondo alla strada, la bassa risoluzione però non consente di distinguere i dettagli più lontani.

Una piccola perturbazione nell’immagine sgranata indica ai due poliziotti che qualcosa si sta avvicinando. Qualcuno in realtà. Quando è abbastanza vicina alla telecamera si rivela essere una ragazza di colore piuttosto formosa. Sta camminando sul marciapiede a passo spedito, riesce a mantenere l’andatura nonostante i tacchi alti e la minigonna strettissima, l’espressione sotto il trucco pesante denota timore più che fretta.

«Ferma un attimo. Qualcuno la inseguiva?» chiede Maffei.

«E che ne so ispettó» risponde Borghetti premendo un pulsante sul lettore per bloccare la riproduzione.

«Più avanti nel video, dico, dato che l’hai già visto, c’è qualcuno che la segue?»

«Ah, no ispettore, ma conti che erano le 3 di notte, una ragazza sola… è normale che aveva paura.»

«Borghetti, quella di notte ci vive, dubito che faccia orario d’ufficio, torna a casa quando ha raggiunto un incasso sufficiente. Ricordatelo la prossima volta che vai a mignotte.»

«Me ne ricorderò.»

Maffei guarda interdetto l’agente giusto il tempo di sentirsi in imbarazzo per lui, poi schiaccia il pulsante per far ripartire il video.

La ragazza si gira più di una volta per guardarsi alle spalle. Anche Maffei strizza gli occhi per cercare di distinguere qualcosa in quel mare confuso di pixel. Quell’angolo di città sembra deserto.

«Sembra che non c’è nessuno, vero ispettore?»

Borghetti interrompe i suoi pensieri anticipandoli e questo mette in allarme.

«Sembra?» chiede senza distogliere gli occhi dallo schermo.

All’improvviso la ragazza cade, viene sbattuta a terra. L’ispettore si sporge sulla sedia.

«Rimandala. Piano.»

Prestando molta attenzione si scorge qualcosa uscire dallo spicchio d’ombra proiettato sul muro di recinzione dalla colonna di mattoni dove inizia la cancellata della rivendita. Una lunga asta nera, la si distingue a malapena, si abbatte con violenza sulla faccia della ragazza.

Poi, dalla stessa ombra, spunta anche l’aggressore che impugna il bastone.

«Non c’è una rientranza in quel punto.»

«No, ispettore.»

Non era una domanda. Aveva fatto lui stesso il sopralluogo. In quel punto non c’era nulla che consentisse a un uomo di nascondersi. Eppure quel bastardo era sbucato dal muro come se lì ci fosse un porta.

L’uomo è irriconoscibile, anzi, indistinguibile, i dettagli della sua figura sono nascosti da ombre che non vengono intaccato in alcun modo dalla cascata luminosa che gli cade addosso dal lampione. Il risultato visivo è quello di vedere vicini la vittima e il suo aggressore con due risoluzioni d’immagine molto diverse. Quello che fa però è molto chiaro; stringe il bastone nero con entrambe le mani vicine verso il basso, quasi alla fine, e colpisce più e più volte dall’alto verso il basso, gesti rapidi e nervosi, finché la ragazza non si muove più. A quel punto si china e afferra la borsetta presumibilmente piena dei proventi di una nottata di lavoro. Senza degnare la scena del delitto di un ultimo sguardo scappa via, fuori dall’inquadratura della videocamera di sicurezza.

***

Palmiro, detto Pacco, il trucco l’ha imparato subito. La sera stessa in cui quella cosa con la faccia da teschio ha ammazzato i suoi amici mentre stavano dando a un barbone quello che si meritava. E stava per accoppare pure lui. Poteva essere uno stronzo qualsiasi con indosso una maschera, una specie di vigilante, anzi, razionalmente è l’unica spiegazione per quello che è successo.

I brividi però li sente ancora troppo vivi, forse quando il ricordo della paura e del gelo immenso che ha provato sarà stato annacquato dal trascorrere degli anni potrà credere alla storia del giustiziere mascherato. Per ora quella non era una maschera, quello era il volto della morte.

La morte che si è presa i suoi compagni e gli ha lasciato qualcosa in cambio.

Quando la morte si è bloccata, ha afferrato al volo il lungo bastone caduto ai suoi piedi, un gesto quasi istintivo, l’esperienza gli aveva insegnato che in una rissa, o un pestaggio, era meglio essere quello armato. Doveva essere tanto più vero in un massacro. Poi però il massacro si è interrotto, quella cosa spaventosa si è fermata, giusto il tempo necessario per non ucciderlo, giusto il tempo necessario per farlo scappare a gambe levate.

Recupera dalla memoria la sensazione di quell’asta tra le mani. Sottile, poco più spesso di un manico di scopa, leggero come un tubo d’alluminio e altrettanto liscio e freddo, al tatto sembra più plastica che metallo, è bilanciato in qualunque punto lo prende. Assolutamente nero, senza riflessi, assorbe tutta la luce.

Ha avuto poco tempo lì per lì di riflettere sulle stranezze dell’oggetto, ricorda che a un certo punto si è trovato a scappare da una pattuglia di polizia senza che gli fosse chiaro il perché lo stesse inseguendo. Se non fosse scappato forse non avrebbe destato sospetti. Preferendo non rischiare aveva preferito cercare di seminarli. In debito di ossigeno e sul punto di rimettere  per la corsa si era schiacciato contro lo spigolo di una palazzina a metà di via Piave, all’imbocco del vialetto laterale di accesso al cortile dell’edificio. Pensava di riprendere fiato… La volante si era fermata proprio lì davanti.

“Porca puttana – sarebbe finito dentro, ne era sicuro – di nuovo…”

Stringeva il manico nero per il nervoso, non sapeva bene che farci, i poliziotti erano scesi dall’auto e si stavano guardando in giro, non poteva certo affrontarli con un bastone, quanto c’avrebbero messo a tirare fuori le pistole e sparargli?

Mentre ci pensava, in cima al bastone cominciò a vedere uno strano riflesso, come un raggio di luna attraverso un vetro sporco, più guardava il fenomeno luminoso più  questo diventava concreto, il raggio era diventato l’illusione ottica di una lama ricurva, una falce bianca che assumeva la consistenza visiva e materiale dell’osso o dell’avorio. Mentre si perdeva in quella sorta di magia si era accorto che gli agenti si aggiravano attorno al muro dove era appoggiato, lo stavano cercando, tentavano di capire dove si fosse nascosto, anche se era lì in bella mostra.

Era rimasto fermo, cercando di respirare poco e piano. Alla fine la polizia aveva desistito.

Ci aveva messo un po’ ad attribuire all’asta nera il merito della sua fuga miracolosa, più che altro era andato per tentativi, si era sperimentato in quel trucco qualche altra volta e ne aveva ricevuto conferma: se impugnava la falce non poteva essere visto fintanto che rimaneva in ombra, era come se scomparisse nell’oscurità.

La puttana era stata la sua prima vittima, fin troppo facile.

Più difficile è svuotare la borsetta che le aveva rubato con una mano sola, ma col cazzo che lascia il bastone. Pacco ride per l’eccitazione mentre raccoglie le banconote sparse sul marciapiede. Finalmente la sua vita ha preso una svolta, può diventare un pezzo grosso del crimine. Raccatta anche gli spicci dentro la borsa e ripensa ai vari nomi a cui aveva pensato per farsi conoscere nel giro, per suscitare il dovuto rispetti. “L’uomo col lungo bastone nero” era chiaro e preciso, ma lo aveva scartato subito, i nomi in inglese erano molto più incisivi. Se si fosse trattato di video porno interracial…

«Serra serra, palas a terra…»

Sente la cantilena provenire dalla sua destra, cantata da una voce gracchiante un po’ stonata.

«…palas a muru. Su topi in su muru…»

Vede avvicinarsi tra le ombre del porticato una sagoma piccola, piegata su se stessa, appoggiata a una specie di stampella.

«…muru su topi, totu sa notti…»

Le colonne impediscono in buona parte alla luce dei lampioni di infilarsi sotto il porticato, perciò non l’avrebbe neanche vista se non fosse che la vecchina – perché di una vecchina vestita di nero si tratta – non portasse nella mano libera una candela accesa con tanto di bugia.

«…totu sa dì, fai su lettu e croccarì…»

Prima che l’anziana donna si avvicini troppo, Pacco stringe il bastone nero al petto e si schiaccia contro le serrande del negozio di ottica alle sue spalle. Probabilmente lo ha già visto, ma chi se ne frega. Deve solo aspettare che passi.

«…po pappai a tì a tì!»

Non passa. La vecchina si ferma davanti a lui facendogli luce con la candela e gli sorride. Il calore sulle guance e sulla fronte, la luce che infastidisce gli occhi, il fumo scuro e oleoso, tutto sproporzionato per le dimensioni della piccola fiamma.

«Le ombre non possono difenderti da tutto – gli dice la donna – basta un po di luce per dissiparle.»

Non capisce cosa sta accadendo, pensa solo che la nonnetta lo vede e che se va a dire qualcosa alla polizia è fottuto alla grande. In culo al re del crimine.

Alza il bastone in alto e lo cala dritto sulla testa della donna anziana. Alle mani non arriva la sensazione rassicurante di un corpo che cede a seguito del suo colpo. Non arriva niente. Il suo attacco perde di energia in mezzo al fumo della candela, il bastone viene avvolto dalle spire grigie e rimane invischiato, come in una ragnatela stratificata nei secoli da un ragno spettrale.

Prova a liberarlo dalla presa del fumo, tira e strattona per districarlo senza riuscire a vincere la presa immateriale. Allora tenta di liberarlo, si fa avanti e con fatica sbatte l’asta contro la vecchia, il colpo è attutito, ma sufficiente a spingerla a terra.

Quando la vede cadere riprende un po’ di fiducia nella sua forza, la sensazione di aver sopraffatto qualcuno più debole gli è sempre piaciuta, rimane indeciso se finire il lavoro e continuare a bastonarla. Per la strizza che gli ha fatto prendere se lo meriterebbe e come.

«Una luce forte attira le falene.»

Lo sente anche se la vecchia parla con un filo di voce.

 “Che cazzo vuol dire?” si chiede.

In realtà a disturbarlo davvero è il volto tutto rughe aperto in un sorriso sereno.

“Ti sto per spaccare la faccia, che cazzo ti ridi?”

Nel momento in cui lo pensa ha la certezza che non spaccherà la faccia proprio a nessuno, nonostante la situazione lo veda dominante si sente a disagio, messo al muro in attesa di essere picchiato.

«Ma se la spegni…»

La candela, che era rimasta accesa dopo la caduta, si spegne all’improvviso.

«…andranno verso la luce più debole.»

L’occhio gli cade per caso sulla stampella che la vecchia tiene ancora in mano.

“È un cazzo di martello…”

Pacco non si è mai considerato un genio, né tanto meno un fine osservatore, però si stupisce comunque di essere arrivato così tardi a capire la reale natura di quell’oggetto. Un grosso maglio ricavato da un unico pezzo con delle incrostazioni sulla testa.

Subito dopo sotto il porticato cala una tenebra fitta e gelida.

Pacco si guarda, riesce a vedere se stesso anche se non riesce a vedere nient’altro nel buio che lo circonda, è avvolto da una debole luminescenza. Il bastone, anzi, la falce è nelle sue mani, libera dal fumo o da altri vincoli, la lama d’osso ben attaccata alla sommità, concreta, vera, com’è vero che fino a un attimo prima non c’era.

Tutto intorno sente sibili, spostamenti d’aria, movimenti di qualcosa che si avvicina nell’oscurità da tutte le direzioni, più cose, più creature che si muovono verso di lui.

Qualcosa lo sfiora, prova un picco di gelo intenso nel punto del contatto e poi il dolore continuo, come un’ustione da freddo.

Artigli inconsistenti lo sfiorano, lo graffiano, gli attraversano la pelle e grattano i nervi con rastrelli di ghiaccio.

Pacco scatta spaventato, si ritrae dalle carezze violente e glaciali delle creature che popolano l’ombra. Sono attirate dalla luce, dalla sua piccola luce. Come falene…

Le vede scivolare nelle tenebre, nelle forme e nei movimenti emerge il ricordo sbiadito di esseri umani a cui aspirano o che forse non hanno ancora dimenticato del tutto.

Lo aggrediscono e lui si difende come può, urla, piange, supplica, agita il bastone per tenerle a distanza e scopre per caso che la lama ricurva le ferisce, ne hanno paura, la evitano. Scopre anche che usare la falce come arma è molto difficile, gira su se stesso cercando di tenere la mezzaluna d’osso orizzontale ad altezza uomo, ma le creature sono troppe per tenerle tutte a bada e lui è un combattente inesperto, abituato a prendersela solo con i più deboli.

“Brutto coglione!” dice a se stesso.

È consapevole che presto verranno meno anche le ultime forze dategli dalla disperazione.

Ha sempre pensato che alla fine avrebbe rivisto come un film tutta la sua vita e avrebbe fatto pace con se stesso per i tanti errori commessi, resta quasi deluso quando scopre che i suoi ultimi istanti sono ossessionati da un solo pensiero.

“Ce l’avevo quasi fatta.”

Quando torna la luce le ombre di sfaldano come castelli di sabbia fatti male sotto l’azione della marea. Pacco meno un paio di fendenti a vuoto prima di accorgersi che è tornato sotto il portico, riscaldato dall’alone arancio della candela.

La vecchina è di nuovo in piedi, impugna il grosso pezzo di legno come è più consono per la sua forma, per il manico, più come un’arma da guerra che come un utensile.

Nell’altra mano non ha più la bugia con la candela, la regge invece una ragazza al suo fianco, giovane, con i capelli lunghi così neri da confondersi con la notte che li avvolge e l’espressione determinata e sofferente.

Pacco non muove un muscolo, è scampato al tormento delle ombre, ma sente che la sua vita e la sua anima sono ugualmente in pericolo.

«Quello che hai vissuto è niente – gli dice la vecchia – , quando il padrone dei poteri che hai usurpato verrà da te per riprenderseli non ci sarà nessuna luce in grado di salvarti.»

Sente un calore umido invadergli i pantaloni. Non voleva quello, voleva solo un po’ di fortuna, un’opportunità a basso costo.

«Pagherai l’affronto con un’eternità di perdizione nella tenebra esterna.»

Balbetta qualcosa tra le lacrime, forse alla sua mamma, forse a Dio.

«A meno che tu non ci aiuti.»

Balbetta qualcosa, un lamento disperato.

«Sì, va bene, tutto quello che volete.»

«E quando lui verrà noi aiuteremo te.»

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...