Memento Mori 16

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 16

Carlotta è ferma sul ciglio del marciapiede, completamente zuppa d’acqua sporca, che gli è arrivata addosso come uno tsunami quando un imbecille alla guida di una station wagon dell’anteguerra è passato a tutta velocità su una grossa pozzanghera. Carlotta è minuta, l’onda l’ha investita per intero. Non che prima non fosse bagnata, è mezz’ora che cammina sotto la pioggia, ma una cosa è una doccia, una cosa è un bagno. Per il suo corpo intirizzito la differenza è minima, per la sua incazzatura latente invece è abissale. Era sul ciglio del marciapiede, in punta di piedi, proprio per concedere uno sfogo alla sua incazzatura fradicia e urlare contro l’imbecille della station wagon che sfrecciava via.

Non è riuscita nemmeno ad aprire la bocca, figurarsi a insultare qualcuno. Invece se ne sta ferma in quella posa improbabile a riflettere su questioni molto profonde mentre davanti a lei accadono cose che di certo le cambieranno la giornata.

In meglio o in peggio è tutto da vedere. Considerando il suo stato d’animo propende per la seconda ipotesi. Come darle torto,  sta provando a far fronte da sola a un periodo della sua vita abbastanza negativo con la pura forza del convincimento.

“È tutta una questione di karma” pensa.

Giusto per ribadire il concetto che non ha la minima speranza di riuscirci.

Eppure è lì la chiave, deve solo motivare a sufficienza se stessa per attuare quel cambiamento profondo che le permetterebbe di sviluppare a pieno il proprio potenziale umano e dare finalmente alla propria vita il giusto valore. Quello che merita.

“Un grandissimo valore.”

Peccato che Claudio non l’abbia capito.

“Un valore enorme!”

Intanto Se ne sta ferma sotto l’acquazzone e rivoli d’acqua le corro giù dal collo del giacchetto, lungo i fianchi fin dentro le tasche e le inzuppano tutti i fazzolettini di carta. Inizia a colarle il naso.

“Rivoluzione umana – continua a ripetersi – Rivoluzione umana. E che cavolo!”

Non riesce a darsi una mossa, letteralmente, figurarsi se riesce a influenzare positivamente la società e il mondo intero.

Lei invece riesce a influenzarsi benissimo, anzi, l’influenza è già lì, quel prurito catarroso tra la gola e il naso.

“Non importa.”

Nel Buddismo che pratica da poco più di un anno il pensiero svolge un ruolo cruciale nell’orientare la casualità degli eventi e delle circostanze.

“Sono la protagonista della mia vita. Anche se non posso soffiarmi il naso…”

Dietro questa carica di positività autoresponsabilizzante in fondo è ancora convinta che sia colpa sua, nel senso che un po’ è fatta male – perché altrimenti Claudio l’avrebbe lasciata? – e non riuscirà a cambiare, che si deve rassegnare, che se le cose vanno male è perché lei non riesce a vedere come in realtà la sua vita sia piena di cose meravigliose che le darebbero la forza per stravolgere in meglio la sua esistenza.

Si sente molto poco vicina alla buddità ultimamente…

Alcuni piccoli indizi inoltre le suggeriscono che per quanto si impegni non sta volgendo i suoi sforzi nella giusta direzione. Piccoli indizi, come gli straordinari obbligatori che si protraggono oltre il passaggio dell’ultimo autobus utile, i contanti che non le bastano per chiamare un taxi, il bancomat rimasto sul tavolo della cucina, la pioggia che comincia a cadere quando decide di tornare a casa a piedi. Piccolo indizi che la sua curva karmica è ai minimi storici. Due mostri avvinghiati che precipitano dal cielo davanti a lei quando è a due minuti da casa. Piccoli indizi appunto.

I mostri sono a pochi metri da lei, giacciono inermi riversi a terra a una certa distanza l’uno dall’altro. Uno ha un malsano colore rosa-rosso ed è pieno di bitorzoli scuri, le ricorda quando si tira troppo le pellicine vicino alle unghie e arriva alla carne viva, al ricordo del dolore è colta da un brivido. L’essere le fa quell’effetto, anche se ne vede solo la schiena tutta tumefatta. L’altro è più lontano dalla luce del lampione, quasi non lo riesce a distinguere dell’asfalto, è giusto una sagoma accartocciata; se non vedesse delle cose che sembrano braccia e gambe potrebbe essere un sacco nero dell’immondizia. D’altronde potrebbe essere proprio un sacco dell’immondizia, chissà perché si è fissata col fatto che quelli siano dei mostri.

“Perché ci mancano solo i mostri in questa giornata di merda!” risponde a se stessa.

Se le fossero caduti quasi addosso mezz’ora fa, o anche solo un quarto d’ora fa si sarebbe potuto trattare di un caso, una semplice conseguenza di chissà quale causa lontanissima, ma adesso…

“Devo uscire dal preconcetto che esistano solo cause fisiche e materiali agli eventi, ricorda, ‘perché a me?’ è la domanda esistenziale.”

…proprio ora, a due minuti fa casa, solo due minuti, questa è propria…

“Karma. È tutta questione di karma. Io posso prendere il controllo della mia vita e volgere in meglio gli eventi più spiacevoli. Quei mostri sono sicuramente morti.”

I due mostri fanno qualche scatto ed emettono dei suoni bassi, appena udibili sotto lo scrosciare della pioggia.

“Magari non sono dei mostri, magari sono delle grosse scimmie cadute da un aereo di passaggio. Magari non esistono nemmeno. No, i mostri non esistono.”

Quasi all’unisono i mostri – che non dovrebbero esistere – provano ad alzarsi dalla loro posizione supina.

Carlotta fa vibrare la testa per qualche istante – non riesce a scuoterla per dire no – prova a rifiutare quello che sta accadendo davanti ai suoi occhi. Fa finta che non esista. Se la realtà le manda segnali troppo assurdi forse sono i suoi sensi ad aver fatto cilecca, forse hanno capito male. Forse no. Riprova, resetta tutto. Non funziona, ci sono ancora i mostri. Quello brutto – non che l’altro sia bello, ma non riesce a vederlo bene – gira la testa rossiccia verso di lei, come per guardarla, in realtà non la guarda, ha gli occhi chiusi, ma si accorge che lei è lì e si muove per venirle incontro.

Improvvisamente Carlotta si sente molto fortunata a essere viva, non molto a esserlo in quel momento e in quel posto, ma vorrebbe comunque continuare a esserlo, dovrebbe scappare, lo sa bene, ma non riesce a muoversi, l’urina che le cola lungo l’interno coscia e fino ai piedi mischiandosi con la pioggia che le inzuppa i jeans le chiarisce il significato del concetto “paralizzata dalla paura”. Allora fa l’unica cosa da fare in questi momenti: urla tutta la sua fottuta paura con ogni briciolo di fiato che ha in corpo, e si sente subito meglio. Poi il mostro la afferra e le mette gli artigli alla gola, e si sente subito peggio.

Stretta da quel braccio deforme al corpo umido e appiccicoso del mostro quasi non riesce a respirare.

Davanti a loro, a qualche metro, il secondo mostro – quello che accartocciato sembrava un grosso sacco dell’immondizia – si mette in piedi. Alto e slanciato, il corpo asciutto coperto da vestiti neri vecchi e consumati che in origine dovevano essere lucidi, non un centimetro di pelle esposta fino alla testa, coperta da un cappuccio calato stretto sulla fronte a nascondere un volto pallido.

“Allora non è un mostro!”

Per un attimo si immagina tra le braccia dell’eroe cupo e solitario che combatte solitario contro i mostri della notte.

“Chissà che faccia ha quel tipo.”

Il “tipo” alza il volto nella loro direzione rivelando un teschio ingrigito sotto le falde del cappuccio.

“E ti pareva…”

Il mostro che l’ha afferrata emette un mezzo latrato, come una sfida o un verso di eccitazione.

Eccitazione più che altro; sente il suo “coso” che si gonfia in modo esagerato e le preme appena sotto la curva dei glutei. Non se l’era mai chiesto ma annotò mentalmente che si può provare vergogna anche mentre si è sicuri di star per morire.

Ora si immagina nelle braccia del mostro, nel momento in cui le strappa via la gola come le corde da un pianoforte e poi si ficca in bocca quella roba molliccia e filacciosa per mangiarla. In realtà non le sembra che voglia mangiarla, non subito almeno, ha più l’idea che la stia usando come ostaggio contro l’altro… mostro, sì, è un mostro pure quello.

“Oddio, soffrirò tantissimo!”

Di poche cose è sicura come del fatto che il mostro la farà a pezzettini poco per volta finché quello vestito di nero non farà… boh, quello che deve fare. Comunque morirà, di questo è certa, e lei non vuole morire.

Scoppia a piangere. Come una bimba piange a grandi singhiozzi. Il mostro stringe la presa sul collo fino a stillarle cinque rivoletti di sangue, che vengono lavati dalla pioggia, e le lagna qualcosa all’orecchio, di cui non capisce nulla.

«Non ci rieeescooo. Non ci rieeescooo.»

Continua a ripetere immaginando che le abbia detto di stare zitta.

«Non ci rieeescooo.»

Tra le lacrime vede l’uomo con la faccia da teschio scomparire come un’ombra colpita da un fascio di luce, poi sente la presa del mostro allentarsi. Si butta in avanti, cade a terra e si gira per cercare di capire cosa sia successo.

I mostri sono di nuovo avvinghiati, quello nero stringe i polsi dell’altro e tenendogli le braccia tese piegate dietro le scapole lo spinge avanti tenendogli un piede in mezzo alla schiena. Il mostro deforme ringhia e sbuffa nello sforzo di liberarsi, poi dà uno strattone e si sente il rumore secco di giunture che si slogano, con le spalle disarticolate riesce a ruotare quel tanto che basta per colpire l’avversario con un calcio all’addome e sbatterlo così oltre l’area illuminata dai lampioni. Lo vede sistemarsi le braccia con la calma della sofferenza, gli rientrano nei loro alloggiamenti naturali con dei sonori schiocchi, poi la carica ancora, con un urlo feroce a bocca spalancata.

Carlotta chiude gli occhi per non vedere la sua stessa fine e nel buio interno alle sue palpebre vede l’uomo con la faccia da teschio emerge davanti a lei, come da un lago di acqua scura e immota. Riapre gli occhi in tempo per vederlo colpire il suo assalitore con un pugno dritto al centro del volto deforme.

“Uomo”, cioè essere umano, poiché è questo che sente mentre osserva i due lottare tra loro, quando il cappuccio nero si inclina di lato consentendo al teschio di rivolgersi verso di lei, di “guardarla” da sopra la spalla, per meno di un secondo, come a volersi assicurare che stia bene, percepisce qualcosa di umano in quelle orbite vuote.

Il mostro rigonfio, invece, agisce più come una bestia, selvaggio, privo di scrupoli, mentre subisce l’assalto implacabile dell’altro gli prende le ossa del teschio con entrambe le mani, incassa colpi al fianco sobbalzando e ringhiando ogni volta, ma continua a stringere, infila le mani tra le due file di denti e divarica la bocca con tutta la sua forza. Continua a subire pugni e ginocchiate senza sosta, il petto rientra a ogni colpo come se le costole fossero ridotte in briciole, dalla bocca e dai buchi che ha al posto delle orecchie cola sangue scuro e denso. Con un ultimo disperato sforzo le braccia coperte di tumori di gonfiano oltre gli apparenti limiti e la mandibola dell’avversario cede con un orribile schiocco.

Dopo un istante che sembra fermare il tempo per un’eternità, Carlotta viene sbalzata indietro da un’onda d’urto e rotola lungo la strada. L’intensa scarica di energia che si genera dai due combattenti – probabilmente solo dall’uomo con il teschio –  si espande nel raggio di alcune decine di metri alla velocità del suo, fa saltare le lampade dei lampioni e smuove le automobili a portata facendo partire gli allarmi.

Quando si rialza, ancora un po’ stordita, vede il mostro nero in ginocchio con entrambe le mani sulla mandibola slogata, sembra privo di forze. L’altro mostro è davanti a lui con le gambe divaricate, le unghie dei piedi arpionate all’asfalto, alza il braccio sopra la spalla e abbatte sulla sua testa un pugno che lo sbatte con violenza al suolo, fa un passo avanti e gli è sopra, lo con entrambe le mani, prima un pugno, poi l’altro, come immagina farebbe un gorilla, senza fermarsi, costringe l’avversario a rannicchiarsi e a cercare di difendersi alzando le braccia, inutilmente, una delle arcate sopra le orbite del teschio si incrina, salta un grosso pezzo di osso all’angolo di una narice, denti si spargono sull’asfalto. Il pestaggio si ferma solo quando solo quando la bestia deforme riceve una botta sulla schiena.

Con sua somma sorpresa, Carlotta si ritrova con una cassetta della frutta tra le mani a meno di un passo dalla lotta. Una cassetta di quelle leggere, di legno sottile, tenuta insieme con punti metallici, non avrebbe fatto male neanche a un bambino.

“Non sono stata io.”

Per un attimo pensa di dirlo davvero, specie quando il mostro ruota sul busto per rivolgerle la sua attenzione. La scusa non le pare molto credibile, per cui colpisce ancora, in faccia questa volta. Il “CRUSH” che si aspettava di sentire mentre vedeva il mostro piegarsi in due per il dolore è più che altro un “powh…” e il fondo della cassetta rimane lì, poggiata quasi con delicatezza su quello che resta del naso del mostro, che comunque non deve gradire molto l’interruzione. Con un movimento dell’avambraccio le fa volare la cassetta dalle mani, facendole male ai polsi e graffiandole i palmi bagnati. Non si prospetta nulla di buono, ma ancora una volta non riesce a scappare.

“Più il corpo è debole, più lo spirito è forte.”

Non sa perché le torna in mente quella frase, non ricorda neanche dove l’ha sentita, però le sembra appropriata alla situazione. Lo scheletro vestito di nero fa degli scatti, si muove in maniera meccanica, come un robot, come se la parte umana che aveva ravvisato in lui fosse stata ricacciata in profondità dai colpi dell’avversario. Anche l’altro mostro si accorge che lei sta guardando il suo avversario e questo sembra interessargli di più che non massacrarla.

Il teschio quasi scompare tra le ombre del cappuccio, e il corpo riacquista vigore all’istante, quando il mostro si gira di nuovo verso di lui, lo colpisce con un calcio tra le gambe, subito dopo risale in ginocchio e assesta un pugno all’addome, quando l’altro si piega per il dolore, scatta in piedi e lo colpisce sotto al mento mandandolo gambe all’aria.

Non sembra molto saldo sui piedi, i movimenti sono accompagnati da un tremore accennato, le ricorda un po’ uno spaventapasseri, si prende la mandibola e con uno scatto deciso, che sembra costargli parecchia fatica, la fissa di nuovo al suo posto , il testo del teschio è altrettanto messo male, pieno di crepe e incrinature. Assolta questa incombenza torna a rivolgersi al mostro ipertrofico che sta ancora cercando di rimettersi in piedi; lo colpisce alla base del collo, ma quello non casca, anzi, lo carica a testa bassa, lo afferra al torso con entrambe le braccia e lo spinge avanti mentre cerca di sollevarlo di forza sulla spalla. Stretto in quella presa mortale la sagoma nera inizia a colpire la testa del mostro col gomito spigoloso. La raffica di gomitate piega sempre di più la schiena contorta fino ad annullare del tutto la potenza iniziale dell’assalto.

Il mostro si stacca all’improvviso reggendosi la testa deformata dai colpi – è ben visibile una specie di cratere sulla sommità dove si sono abbattute le gomitate – , ulula e  guaisce per il dolore, non riesce a rimanere in piedi, cade e continua ad arretrare spingendosi sull’asfalto con i talloni.

Carlotta si sente confusa, le sembra un animale ferito, un animale feroce, certo, ma non si comporterebbero allo stesso modo un orso o un tigre in punto di morte?

Però la sensazione che ha avuto quando era stretta a lui, con le sue unghie sul collo, la sensazione di estrema crudeltà, non se l’è inventata, ce l’ha ancora addosso. Così prova un certo senso di giustizia quando quello nero lo prende per le caviglie e dopo una mezza torsione in aria lo fa schiantare contro il fianco di un’auto, subito dopo raccoglie da terra – ironia della sorte – un pezzo di legno a sezione quadrata, uno degli spigoli della cassetta che lei aveva usato prima come arma, e gliela pianta con forza tra il collo e la spalla sinistra.

La bestia umanoide lancia un breve urlo soffocato, ha un rantolo convulso e si immobilizza.

“Evviva, è morto!” pensa Carlotta.

Il mostro con la faccia da teschio di gira verso di lei è comincia ad avvicinarsi con passo malfermo.

“Merda, sono morta…”

In effetti non aveva pensato a cosa fare dopo, un mostro è meglio di due, ma è pur sempre un mostro e ormai le è praticamente addosso. Perché quando supera lo shock e si ricorda che può scappare finisce che è sempre troppo tardi per farlo? Claudio se l’è ricordato in tempo che poteva scappare, lo stronzo. E perché diavolo le torna in mente proprio ora che…

Cade in ginocchio. Il mostro, alto più di due metri, a portata di braccio, cade in ginocchio, le braccia scese sui fianchi, la testa reclinata sul petto.

Mentre lo vede abbassarsi ha come l’impressione che diventi più piccolo. Scuote la testa. Non è un’illusione, anche i vestiti sono diversi. Soprattutto ha una testa, una testa umana, con tutto quello che deve avere una testa, pelle, orecchie, capelli…

Il ragazzo inginocchiato davanti a lei alza il mento e la guardia da dietro una maschera di lividi, tagli e sangue pesto.

«Aiutami…» le dice.

“Scappaaa! È uno zombie!” le dice un’altra vocina in fondo all’orecchio, forse la sua coscienza.

I secondi passano lenti, lenti come il ricordo e la valutazione della sua vita fino a quel momento, lenti come i respiri del ragazzo moribondo. Poi accelera all’improvviso.

“Adesso me lo dici? – risponde alla vocina – Dove cazzo stavi mentre mi stavo facendo ammazzare?”

«Va bene. Ti do una mano” dice in tono meno brusco al ragazzo.»

Fondo avvicina, si abbassa per aiutarlo, non sa se è il caso di toccarlo, potrebbe ancora decidere di mangiarla, o comunque di morderla. Nel caso in cui fosse uno zombie.

«Ma sia chiaro – deglutisce a forza e lo aiuta ad alzarsi – lo faccio solo perché l’altro mi fa più paura di te.»

Gli passa un braccio dietro la schiena e lo sostiene sotto un’ascella. Mentre camminano lentamente – tanto è a soli due minuti da casa – dà un’occhiata all’altro, ma nel punto dove è stato trafitto scorge solo una scia di sangue denso che si allontana e che presto verrà lavata dalla pioggia incessante.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: