Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 15

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 15

Un fischio assordante. Il mondo confuso dei sensi di Gredy è occupato quasi per intero da quella distorsione acustica. Sì accorge di essere di nuovo sveglio solo nel momento in cui il fischio diventa intollerabile.

Quante altre volte si è svegliato così? Non lo ricorda. Sa solo che a quel punto sviene ancora. Stavolta non accade, diventa più vigile ogni secondo che passa. Preferirebbe di no, ma non può scegliere, è costretto a prendersi tutto e, a parte essere ancora vivo, non c’è niente di bello. Forse neanche essere vivo.

Il primo stimolo è ancora uditivo, lo stridio acuto che gli raschia la superficie interna del cranio come unghie sulla lavagna nasconde il rumore cavernoso del suo respiro indotto, l’aria che gli viene pompata nei polmoni da un tubo ficcato in profondità nella gola, la sensazione al limite del soffocamento accompagna la riscoperta del suo corpo martoriato.

Non riesce a muoversi, gli arti sono inerti e intorpiditi, “addormentati” come quando la corretta circolazione viene impedita per un lungo lasso di tempo. Il risveglio della carne è accompagnato da un formicolio insopportabile. E poi dalla sofferenza.

Il tormento comincia dalla punta delle dita, fitte di dolore gli sconvolgono il cervello man mano che la sensibilità viene riacquistata dalle mani, dai piedi e più su via via verso il torso. Ogni fibra urla che di lui non è rimasto altro che un ammasso ustionato e rigonfio di muscoli, grasso, tendini e nervi; materia organica fusa malamente addosso al suo scheletro. Nulla che dovrebbe essere ancora essere in vita.

La carne viva, scuoiata dal fuoco, giace su una superficie morbida e trasmette scariche di agonia ogni volta che la posizione del suo corpo varia in maniera anche minima, per respirare.

Ogni sensazione tattile è amplificata oltre la soglia del dolore, sente le agocannule risalirgli vene e arterie per inquinargli il sangue con sostanze chimiche ormai inefficaci sul suo fisico alterato, il catetere incastrato fino alla vescica, la sonda nel naso…

Al dolore si aggiunge la paura. Ricorda il tanfo della pelle bruciata, la sua pelle, le piaghe da calore e le vesciche aprirsi su tutto il corpo, le fiamme dell’autocombustione davanti agli occhi, negli occhi, bruciati come vecchie pellicole cinematografiche, consumati sotto palpebre per sempre saldate tra loro dal fuoco.

La paura che non gli sia concessa la grazia di morire. Ritorna l’eco delle parole di Max, quando in veste di gran sacerdote gli raccontava del demonio, dell’inferno, dei dannati e della loro scelta di stare dalla parte dominatori e non dei dominati, delle prove da superare per dimostrare la loro volontà di andare oltre il destino di chi attende inerme che la mannaia della morte si abbatta sul proprio collo. “Non siamo polli al macello” diceva prima di sgozzare il gallo di turno per aspergere l’altare con il suo sangue.

“Guarda – vorrebbe dirgli – la mannaia c’è calata addosso, ma noi siamo ancora qua.”

Solo che “qua” è l’inferno di cui parlava Max e non riesce a dire nulla con la gola ostruita.

Quella che sta patendo è una prova o la dannazione per i suoi crimini?

Piega un braccio per portare la mano alla faccia – è come ficcarlo dentro un bidone di pece bollente – controlla a forza il tremito, stringe il tubo per la respirazione assistita, incandescente al contatto delle sue dita ustionate, stringe più forte e dà uno strattone; gli umori rappresi attorno al tubo lacerano i tessuti interni quando cedono, un altro sforzo e 25 centimetri di lattice flessibile vengono strappati fuori dalla trachea come fossero un cordone di filo spinato.

Gredy ha un principio di svenimento, cade riverso su un lato e poi giù dal letto sui lastroni asettici del pavimento. Nella caduta strappa accidentalmente le agocannule portandosi dietro le flebo a cui sono attaccate che gli precipitano addosso.

L’impatto col suolo gli strappa un grido disarticolato, fa male da morire, le aste delle flebo si abbattono su di lui come colpi di pistola, si rotola per rannicchiarsi in posizione fetale, non c’è sollievo, ogni contatto trasforma il sangue in lava.

Urla così forte da vomitare per lo sforzo. È liberatorio, rimette sangue, pus, croste, cenere e brandelli di tessuto necrotizzato.

L’essere grottesco e a stento umano che gattona scivolando sopra i suoi stessi fluidi corporali è ancora Gredy, animato ancora dalla stessa rabbia e dallo stesso disprezzo per la vita; guidato però da un sentire diverso da prima, che anzi nega quello che era prima, alla ricerca di una nuova ragione di vita e una nuova modalità. Un sentire che si fa sempre più chiaro.

Non è la vista – non ha più occhi per vedere – , non è l’udito – le orecchie sono solo grumi di vesciche fischianti – , non è l’olfatto – nel buco che gli è rimasto al posto del naso c’è solo puzza di bruciato – , non è il tatto – tutto ciò che arriva a contatto col suo corpo contribuisce a bruciargli i nervi e a isolarlo in una bolla di agonia. Sono altre percezioni a guidarlo, come se la carne viva e sanguinante sentisse le radiazioni luminose e la densità delle ombre, percepisce la realtà in toni di chiaroscuro tattile, poligoni spigolosi e taglienti di luce e volumi voluttuosi e morbidi di buio, vibrazioni risonanti tra i vuoti e i pieni delle cose.

Al dolore delle ustioni si aggiunge quello del suo corpo, materia vivente, che muta. Le cellule, animate da un’energia oscura, si riproducono a folle velocità in forme tumorali ignote che alterano la stessa struttura scheletrica e muscolare. Cresce, gli arti si allungano e si deformano, la schiena si inarca fin quasi a spezzarsi e lo costringe ad alzarsi in ginocchio, i tendini si tirano al limite della sopportazione per dare forza alle gambe e alle braccia e costringerlo in piedi. Nel corso della violenta trasformazione le ossa si spezzano e si rinsaldano con improbabili curvature, nel processo molteplici schegge d’osso lacerano i tessuti e sporgono dalla carne come le corna e gli artigli di un demone mitologico. E nulla distingue da un demone la creatura rigonfia e sanguinante che si alza dalla pozzanghera di vomito. Non la bestialità degli intenti. Non la brama di infliggere tormenti.

Gredy avanza barcollando nella stanza d’ospedale, squarcia la tenda trasparente che circonda il letto e cammina, cercando di orientarsi con i suoi nuovi sensi, fino alla finestra, la apre, si protende verso il vuoto – le raffiche del temporale gli arrivano come la sferzata di uno scudiscio – , stende una mano verso l’alto e con un grido animalesco pianta le ossa aguzze che gli sporgono dalle dita nell’intonaco della facciata esterna dell’edificio, si issa sotto la tempesta con tutta la lentezza necessaria a mantenere il controllo su quello sforzo disumano, con le gocce di pioggia fresca che lo flagellato come schizzi di acido, e ficca in profondità nel muro anche i nuovi artigli che ha sui piedi.

Se ne sta qualche secondo immobile, aggrappato in una postura ferale, decifrando impulsi della realtà che mai prima d’ora ha intercettato. Percepisce qualcosa che gli interessa, quello che senza saperlo stava cercando. Estrae le dita di una mano dall’intonaco e con un gemito gutturale le pianta mezzo braccio più in alto, sopra la sua testa. Fa la stessa cosa con l’altra mano, poi con i piedi. I movimenti sono quelli giusti, vanno solo affinati, li ripete finché d’istinto non riesce ad arrampicarsi sulla superficie verticale come farebbe una lucertola o un gatto.

Non se ne stupisce, tutto è nuovo, tutto è vecchio, è sospinto dalla stessa marea di violenza che ha governato tutta la sua vita, la stessa, solo che adesso può percepirla con chiarezza… trascendente. Ride dentro di sé, Gredy, a fanculo la trascendenza, ha voglia di fare del male, ha bisogno di fare del male a qualcuno. Di fronte a questa necessità non importa chi sia a condurlo dalla prossima vittima. Prima era Max, ora…?

È guidato da un richiamo che le sue orecchie fuse non possono sentire, segue delle linee di forza che i suoi occhi carbonizzati non possono vedere, risponde con una voce che la sua bocca ulcerata non è in grado di pronunciare.

È Max, è ancora lui, è sempre stato lui. O forse non lo è mai stato, mera ombra delle tenebre alle sue spalle… No, Max ha travalicato la condizione umana e da quella posizione oltre la piccola verità dell’uomo lo ha convocato, lo ha chiamato e lo ha risvegliato per affidargli una missione. Si arrampica fino al tetto dell’ospedale, corre dondolando lungo lo spesso cornicione che corre tutto attorno al solaio fino a raggiungere il punto giusto. Ha corso alla cieca, si è fidato, con un altro gesto di fede si getta nel vuoto.

Nell’aria umida della notte intercetta qualcosa, colpisce un corpo, un corpo che come il suo non è più solo umano, scivola come cuoio bagnato, come pelle d’anguilla; si aggrappa con feroce violenza al suo bersaglio che si divincola e lotta per liberarsi. Nella sua cecità Gredy riconosce col palmo della mano il volto scheletrico del suo nemico, si staglia cinereo nel buio dei sensi, è il volto della paura e della morte evocata quella notte nel parcheggio sotterraneo.

Nella cappella del carcere Gredy ha preso fuoco da dentro, i suoi organi interni sanguinano, nelle sue vene scorre icore denso come melassa, eppure è ancora lì a combattere, ha già sconfitto la morte, non teme di affrontarla di nuovo.

Sente ali di cuoio agitarsi nel tentativo di battere e riprendere quota e poi alla fine arrendersi e ritirarsi nella schiena della creatura longilinea che stringe tra le braccia deformi. Precipita aggrappato in modo inestricabile alla creatura, viene colpito da pugni che impattano come colpi d’arma da fuoco sui fasci muscolari esposti, la sua carne rigenerata in parte resiste e in parte cede coprendosi di orribili tumefazioni. Il dolore ormai è parte di lui, comprende tutta la sofferenza che ha inflitto alle sue vittime in anni di violenze. E le invidia. Il dolore benedetto che distoglie la sua consapevolezza dal vero orrore, quello che sa essere nascosto oltre il sottile velo della luce ed essere parte di una verità terribile che la sua nuova condizione gli permette solo di intuire. Il dolore, tanto ne dona tanto ne vuole ricevere, è la pratica sessuale più estrema, è il piacere più blasfemo che culmina in un orgasmo interiore ed esteriore quando toccano terra.

Cade come un sacco di carne marcia.

Le ossa si rompono e si ricompongono, i muscoli si sfaldano e si rinsaldano, le diverse umidità dei suoi fluidi corporei si spendono e si mischiano con la pioggia battente che ha creato un sottile strato liquido sull’asfalto.

L’altro invece rimbalza come un ciocco di legno e si ferma accartocciato a qualche metro da lui, inerme per ora. Ma per quanto? Non ha percepito dolore in lui, né paura, non è una delle sue tante vittime deboli e inermi.

In anni di prepotenze Gredy ha imparato che anche i tipi più duri hanno delle debolezze, sono le debolezze degli altri, il loro pianto è quello che esce dagli occhi di chi hanno vicino.

Faccia-da-teschio non è proprio un tipo duro nel senso classico, in nessun senso a dire il vero, magari però vale lo stesso anche per lui, vale la pena tentare. Altrimenti c’è sempre il piano b: “ti pesto finché non smetti di respirare”.

“Faccia-da-teschio respira?”

Se lo chiede mentre individua l’oggetto del suo piano a.

Una ragazza, proprio vicino a dove sono precipitati dal cielo. Gredy percepisce il riverbero degli eventi emotivi che l’hanno condotta in quel preciso punto in quell’esatto momento. Il terrore che le paralizza gli arti arriva come una scarica di adrenalina che rivitalizza le membra del mostro.

Gredy scatta verso di lei. Sente cambiare qualcosa nella condizione della giovane donna, l’istinto di sopravvivenza ha la meglio sul meccanismo di salvaguardia mentale che ha interrotto momentaneamente la comprensione della realtà empirica riportata dai sensi. Ma ormai le è addosso, lei può vederlo in tutta la sua nuda mostruosità. La prima reazione è quella di urlare a squarciagola anziché fuggire; Gredy ne approfitta e la afferra. La cinge per intero con il braccio, la blocca al petto e le mette le unghie alla gola, gli basterebbe una contrazione delle ossa aguzze per sgozzarla.

A una decina di metri da loro il Mietitore si alza in piedi.

Gredy sorride ed emette un latrato di eccitamento, mentre la sua erezione spinge sul fondoschiena della ragazza.

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