Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 14a

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 14a

Il contorno del vuoto che le tre figure lasciano nell’oscurità alle loro spalle ha qualcosa di familiare, dimensioni e proporzioni sono anomale, ma non ha dubbi, quelle che si avvicinano a Max sono bestie furiose scappate dalle gabbie claustrofobiche del suo passato.

Gli esseri hanno l’aspetto dei suoi terrori, infantili e non solo, traumi animati con cui ha convissuto fino a ora celati nel subconscio e per questo ancora più spaventosi alla luce senza filtri della follia nascente.

La donna obesa che avanza su piedini minuscoli facendo traballare la sua mole immensa e flaccida è la sua maestra della scuola materna, così come la ricorda l’ultimo giorno di scuola, sudata, rossa in volto per il caldo, costretta in un vestito senza maniche, rosa pallido, sbiadito sui bordi. In classe passava tutto il tempo a fissare la bocca sbavata di rossetto incastrata in mezzo alle guance cascanti, e i denti, quei denti gialli e puzzolenti di fumo che pensava lo avrebbero masticato con gusto non appena si fosse distratto. Le manine da neonato alla fine delle braccia spesse come il torso di un uomo cercano nell’oscurità, cercano lui, come lo cercavano per colpirlo quando sbagliava il colore per riempire i riquadri disegnati sul quaderno; se quelle manine unte lo dovessero trovare lo ficcherebbero nelle fauci fino all’ombelico, si troverebbe a testa in giù dentro quella bocca che sembra allargarsi da una spalla all’altra su una testa più di rospo che di donna.

La cosa che striscia di fianco alla maestra è un grosso cane, una bestia che ha subito tante atrocità da essere ridotto a un grumo di carne carbonizzata e sangue rappreso. Sa che si tratta proprio un cane, benché non sia molto riconoscibile, uno di quei vecchi bastardoni innocui che ancora vengono adottati talvolta dalle comunità di periferia con la complicità del veterinario di zona, i cosiddetti cani di quartiere. Quella notte Max e i suoi amici erano talmente fatti da non sapere neanche in che quartiere si trovavano, il più grande di loro aveva appena preso la patente e dovevano festeggiare: in giro fino all’alba sulla macchina nuova che gli aveva comprato il padre. Avevano trovato il randagio a una pensilina dell’autobus, lo avevano attirato con delle patatine avanzate da una busta formato famiglia e la bestia ignara si era trovato una cintura al collo come guinzaglio improvvisato tenuto da uno di loro con il braccio fuori dal finestrino. Lo avevano condotto alla più vicina area di servizio, un po’ facendolo correre, un po’ trascinandolo di forza. Il piazzale era vuoto data l’ora e avevano pensato fosse il luogo ideale per infierire sull’animale stremato, con diabolica inventiva e sadica perizia, come se stessero attuando una premeditata vendetta contro la poca innocenza residua del mondo. Max aveva detto agli altri che la cosa non gli piaceva, che non gli andava, ma il più grande del gruppo, quello con la patente, voleva fare qualcosa di memorabile quella notte e se a lui la cosa non stava bene poteva pure tornare a casa a piedi.

Le immagini delle sevizie ritornano alla mente di Max, rivive ogni gesto, ogni guaito, ogni strillo di dolore. La carcassa avanza a fatica, la pelle bruciata e croccante si spacca in mille croste da cui cola sangue e pus. Il presente e il passato si fondono nell’immagine del cane immobile cosparso di benzina, che si incendia in una pira di odio e cattiveria, ancora vivo.

La terza figura ha un nome e un cognome, quelli del suo migliore amico ai tempi dell’università , non potrebbe mai scordarli, così come non riuscirebbe mai a dimenticare quel volto – e come potrebbe?

È stato il protagonista principale dei suoi incubi fin da quell’ultima volta, a casa sua, il giorno prima che morisse, mentre lui si preparava a finire il quarto anno di università; la faccia deformata in una maschera gonfia e grottesca dallo stesso tumore che lo stava uccidendo, il male crudele che era cresciuto dentro di lui, strisciando sotto la pelle e rendendo il suo viso, sfrontato e sempre sorridente, un ammasso di carne sbavata, mantenendolo però inalterate le sue facoltà mentali. In fatto di crudeltà la vita era stata una buona maestra. E lui era stato un buon allievo.

Max vuole scappare, ci prova, ma non sa come muoversi nel vuoto adimensionale delle emozioni, il piano delle contraddizioni non ammette contingenze, tutto esiste contemporaneamente all’interno di una sfera buia che mette alla luce solo una porzione di superficie, di volta in volta diversa.

Le tre figure gli traslano attorno senza bisogno di spostarsi. Per quanto estenuanti siano i suoi tentativi di fuga gli spettri del passato sono sempre un passo avanti a lui; non si tratta di un inseguimento, non hanno davvero bisogno di raggiungerlo, il passato è già con lui, è in lui, è lui stesso, è l’ossatura della pulsione vitale che lo ha condotto alla morte. Non può sfuggirgli, non può separarsene, non può né cancellarlo, né modificarlo.

Quello che è stato è stato, quello che è è, e determina quello che sarà. Questo è quanto gli è sempre stato insegnato, ciò di cui ha esperienza diretta e conseguenza della logica.

Le tre figure, i tre mostri, quelli che credeva essere i suoi tre nemici, gli sussurrano invece qualcosa di diverso.

Insieme recuperano dalle viscere stagnanti del suo animo la conoscenza sepolta, che la Tenebra è il nulla che è sempre esistito, il vuoto su tutti i livelli, mentre la Luce non è che una fragile anomalia.

«L’Oscurità è la Tenebra esterna alla Luce, – dice la maestra obesa – che presto o tardi, al presentarsi di alcuni fattori, è destinata a spegnersi.»

«Il Buio è la Tenebra interstiziale, – la carcassa di cane muove la mandibola cadente e la voce risuona nella sua mente – il velo che separa l’Oscurità dalla Luce.»

«L’Ombra è la Tenebra creata dalla Luce.»

Max è sul punto di perdersi, la sua resistenza è incrinata, la mente è in bilico sull’orlo di un baratro senza fondo, potrebbe cadere nel delirio, rimanere in equilibrio dipende solo da un caso che non si pone questioni di giustizia; è il tiro di una moneta. Teschio o croce.

Ignaro dell’esito della scommessa sul suo volto si allarga un sorriso e allarga le braccia in un gesto di accoglienza.

«Mi sa che voi tre la sapete lunga – dice Max sul punto di mettersi a ridere – Certo che fate veramente schifo, non vi si può guardare.»

L’aspetto dei tre spettri varia seguendo i pensieri del satanista, adesso è quello di giovani ragazze voluttuose, identiche tra loro, uscite da un desiderio goth-erotico che Max non sapeva di avere. Ognuna copia perfetta dello stesso modello. Pallida, la pelle morbida illuminata da un raggio di luna, il corpo esile e indifeso coperto dai capelli corvini lunghi fino alle caviglie, il viso appena sfuggito all’adolescenza, l’espressione indifferente, gli occhi del colore del ghiaccio e altrettanto freddi, la bocca piccola dalle labbra carnose.

«Meglio» commenta Max.

L’oscurità che li circonda si apre lasciando spazio al deserto di grafite e al cielo di nebbia rossa e si richiude su se stessa riformando il tentacolo di immani dimensioni, come se si fossero trovati dentro un tubo di carta tagliato su un lato e arrotolato nuovamente in modo che la superficie interna diventasse quella esterna.

«Molto meglio. Ora ditemi chi cazzo siete!»

L’oscurità risuona di un unico significato.

«Mara.»

L’antica parola, che il ragazzo non sapeva di conoscere, spiega tutto, le tre presenze sono sue creazioni, nate come muffa all’ombra umida delle paure, dei dolori, dei silenzi, delle solitudini, dei traumi, delle tante follie quotidiane che si frappongono alla luce della sua speranza. Sono la forma suadente, affascinante, invitante del suo male.

«Mara. Ahahah, ma guarda un po’, il nome della mia prima ragazza.»

Mara non era mai stata la sua ragazza, era una vicina di casa che incontrava nel parco dietro il complesso residenziale dove vivevano, avevano la stessa età e frequentavano la stessa scuola media, giocavano insieme tutti i pomeriggi, erano buoni amici. Un giorno, sul finire dell’estate, tornavano a casa passando per il solito viottolo invaso dalle erbacce che costeggiava il muro di cinta di una villetta e che separava di fatto l’abitazione da un boschetto dismesso usato come discarica. A metà del tragitto l’aveva presa per un braccio e l’aveva baciata sulla bocca, lei non si era ritratta finché le intenzioni del ragazzetto non si erano fatte più esplicite. Con le minacce e facendole del male l’aveva costretta a succhiarglielo, fino alla fine. Quando si era scaricato nella gola di lei era rimasto là in piedi, con i pantaloni calati alle ginocchia a sorridere come un ebete. Non aveva neanche guardato la sua compagna di giochi scappare di corsa a casa. Non avevano più giocato insieme da quella volta; lei non aveva raccontato niente a nessuno, o forse sì, comunque non ci furono conseguenze.

«Le coincidenze… – riprende Max – Vorreste dirmi che cosa sta succedendo? Non ci crederete ma sono un po’ confuso.»

Un altro richiamo vibra nell’aria immota.

«No, non me lo dite, già lo so.»

Non mente, quello che i Mara sanno lui sa, non possono sapere di più, semplicemente conoscono senza i filtri della ragione e comprendono in modi che a Max erano preclusioni, modi che ora condividono con lui.

«Quindi sono morto, ma non sono morto. E questa condizione di merda mi rende, non so come, molto importante per voi fantasmini del cazzo. Eheheh. Che cagata.”

Uno dei Mara gli si avvicina e gli accarezza il petto col dorso di una mano e gli parla con voce sensuale.

«Quello che è accaduto doveva accadere.»

«Ora non comprendi le forze che hai scatenato» dice un’altra ragazza.

La terza compie un arco lento col braccio e le tenebre che ha davanti si aprono in una fessura orizzontale larga il doppio di un uomo.

«Ma presto comprenderai. Guarda.»

I lembi della fessura a mandorla si dilatano rivelando la visuale di un altro ambiente, un ambiente reale visto come il riflesso notturno sulla superficie di un lago.

Max osserva dallo schermo ovale una camera da letto scarsamente illuminata, anonima, senza suppellettili, solo un letto e pochi mobili, forse macchinari di qualche tipo. Il letto è occupato, non fa in tempo a chiedersi da chi che la sua attenzione è presa da un uomo che esce da un angolo buio della stanza, prima non c’era, ne è sicuro, è emerso dalle ombre.

«Che cosa sto guardando? » chiede ai Mara.

«Quello che ti accade in questo momento.»

«Chi è quel tizio?»

«Qualcuno che ha preso qualcosa che non è in grado di comprendere.»

«Me lo state mostrando perché può aiutarmi? Non sempre che possa vedermi.»

«Una parte di lui può.»

«Non capisco.»

«Osserva meglio.»

Max si muove per guardare meglio l’uomo emerso dalle ombre e vede una figura in trasparenza venire verso di lui, pensa di vedere il suo stesso riflesso ingrandirsi mano a mano che si avvicina alla fessura, solo che la fessura non è una lastra di vetro e la figura non è un riflesso, quando diventa abbastanza grande da sovrapporsi e poi sovrastare l’uomo Max si accorge di cosa sia in realtà. Il volto ossuto del Mietitore è rivolto a lui. Non al suo corpo, alla sua coscienza immersa nella Tenebra.

«Il Mietitore viaggia nel Buio, è il suo dominio – lo informa uno dei Mara – Le punte delle sue falci sfiorano la Luce e l’Oscurità.»

«Non è generato dall’Ombra dell’umanità, non è un incubo – prosegue un’altro – Disperde le coscienze nella Luce prima che abbraccino la Tenebra.»

«Questo è il suo compito. Ti cerca – conclude il terzo – Non lasceremo che ti prenda.»

Le tenebre attorno al quartetto di muovono, scorrono, defluiscono, Max si sente come se fosse immerso in un barattolo colmo di olio per motori, un barattolo che d’improvviso sta venendo mescolato. Capisce cosa sta accadendo solo quando vede tentacoli d’ombra scivolare dentro i lembi della fessura e strisciare in agguato negli angoli bui della stanza, pronti a invadere silenziosamente la realtà.

Dall’altra parte il Mietitore tira fuori dagli stracci che lo ricoprono le lunghe lame con cui terminano le sue braccia. Si è accorto di qualcosa.

Max rimane per un istante paralizzato a quella vista, ha già visto lo spettro della Morte scagliarsi contro di lui, ma ora lo vede con occhi diversi e ne rimane assolutamente affascinato. L’istante dopo la bocca, spalancata per la sorpresa, si chiude e il suo volto assume di nuovo quell’espressione di folle estasi febbricitante.

Fa un gesto con la mano alle dame che lo accompagnano, per fermare le lingue di tenebra.

«No, aspettate. Viaggia nel buio avete detto. Quindi può entrare e uscire come vuole?»

I Mara non rispondono, qualcosa di nuovo sta nascendo nella mente di Max e loro sono solo i mostri generati dal passato.

Dalla fronte della persona che occupa il letto si genera un bagliore intenso che rischiara la visuale all’interno della fessura e la rende più netta, l’immagine si mette a fuoco in risposta alla volontà di Max.

«Fatemi parlare con lui.»

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