Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 13

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 13

L’aria buia e stantia del sotterraneo si riempie del rumore e delle vibrazioni degli spari, decine di grani di piombo volano incontro a lui e ai suoi adepti, piccole schegge calde di morte.

Non voleva che finisse in quel modo in fondo? Cercare il diavolo uccidendo delle persone è solo un pretesto, lo ha sempre saputo. Non è la morte che si cerca nella morte? Ed eccola lì, la morte, l’ombra fugace di un demone scheletrico che nel caos porta la calma.

La visione dello spettro esclude ogni altra cosa, per un istante sono solo loro due agli estremi opposti di un tunnel, un istante che dura il tempo di un colpo di pistola. La morte si avvicina rapida, appena un passo dietro la scia dello sparo; quando la pallottola comincia a scalfire la pelle della fronte, il tetro mietitore gli è di fronte, colossale, indifferente, mentre la carne e le ossa del cranio vengono violate il mietitore lo guarda con orbite vuote e alza la falce pietosa.

Per un istante sono solo loro due. Poi esplode la moltitudine. Emozioni e sensazioni di una violenza mai assaporata lo attraversano, fluiscono attraverso di lui da un luogo di assoluta disperazione e si riversano addosso al fantasma con la faccia da teschio. D’un tratto i suoi pensieri non sono più suoi, la sua mente non è più sua, la sua anima non è più nulla.

Continua a rivivere questo momento per un tempo che non appartiene al mondo, finché non segue il debole richiamo che lo conduce tra gli spiragli della sua coscienza infestata da ombre, e finalmente si sveglia.

È in piedi, in effetti non ricorda di essere caduto. Sei persone formano un semicerchio davanti a lui. Erano persone, non lo sono più, il loro aspetto traslucido è umano solo in parte, mancando quasi del tutto delle caratteristiche che distinguono i singoli individui. Eppure erano come lui, glielo comunicano in qualche modo, lo sente attraverso le radiazioni luminose emanate dai loro corpi. Vuole abbassare gli occhi per controllare la propria condizione, scopre che non è necessario, il suo sguardo è già ovunque, fuori di sé che lo osserva, guarda con gli occhi della consapevolezza, vive la realtà con percezioni non fisiche, e la realtà, quella realtà in cui è precipitato, risponde inviandogli stimoli che compongono il quadro di un incubo gotico.

Un deserto di grafite. Ovunque ponga l’attenzione i sensi gli restituiscono l’immagine di una sterminata distesa di finissima polvere grigia, la superficie irregolare muta in continuazione sotto l’azione del vento increspandosi e formando brutte copie di paesaggi sepolti nella sua memoria; l’ambiente psichedelico è rischiarato dal vorticare della nebbia luminescente che invade il cielo impenetrabile per rarefarsi appena sopra il livello del suolo. L’alone cremisi del cielo è violato da uno sfregio verticale, una colonna nera torreggiante all’orizzonte, talmente colossale da sfidare la nebbia e incombere su di loro, come se stesse per crollare. La colonna è mobile, al pari di tutto ciò che la circonda, il fumo di cui sembra composta ruota pigramente su se stesso dando un aspetto spirale alla superficie sfrangiata e indistinta.

Max non riesce a mantenere la concentrazione per indagare ulteriormente, la colonna gli ricorda un tentacolo che ondeggia per sondare l’aria, cioè una cosa viva, e non sa perché questo lo disturbi fino a dargli la nausea; nausea e vertigini sapendo che poco oltre il velo sottile del pensiero razionale si allunga qualcosa di così immenso da annullare tutte le leggi della prospettiva.

Quasi perso nella contemplazione passiva del puro orrore viene tratto a forza da un sentimento di compassione nei suoi confronti. Uno dei suoi nuovi compagni, la Compassionevole, protende una mano verso di lui, si ritrae istintivamente da quel contatto, già a quella distanza scatena una condivisione forzata che non vuole. Goffo come si ritrova nei movimenti in quello stato non riesce a sfuggire. Il contatto è evitato dall’Eroe, la più luminosa tra le figure che ha vicino. L’Eroe afferra con delicatezza e decisione il polso della Compassionevole e la ammonisce col suo senso di giustizia e di libertà individuale.

L’Eroe, la Vittima, l’Innocente, la Compassionevole, lo Scettico, il Compagno – le sensazioni che gli trasmettono li identificano il quel modo – si sono tutti “risvegliati” come lui in quel limbo senza scopo, e insieme si stanno spostando al seguito dall’Eroe, l’unico con la forza d’animo sufficiente ad avere un’idea su dove andare.

Max si unisce a loro, deve mutare la sua situazione come muta l’ambiente circostante, intuisce essere questo il segreto per evitare l’annientamento. Non aveva pensato alla possibilità di pericoli oltre la totale incomprensione del loro stato, indagando su come venisse identificato lui ai sensi del piccolo gruppo, ha però scoperto una profonda paura alla base della loro peregrinazione nel deserto grigio, il ricordo di quella paura è quasi svanito, ma riverberi gli trasmettono scene sfocate di altre coscienze cadute vittima di orrori rapaci.

Come in risposta ai suoi dubbi, la preoccupazione dell’Eroe si diffonde tra tutti e il gruppo si ferma. Max segue l’attenzione degli altri verso un insieme di macchie scure che si sono staccate dalla colonna, piccole ombre grigie dalla forma vagamente umanoide traslano alla velocità del pensiero nella loro direzione e sono già sopra le loro teste, spaventosi fantasmi di giganti anoressici e dagli arti spezzati.

Prima che il gruppo possa rendersi conto della situazione una delle ombre allunga una mano e afferra lo Scettico. Appena avviene il contatto ramificazioni d’ombra crescono all’interno della coscienza dell’uomo come radici di inchiostro, poi lo spettro mostruoso porta la sagoma luminosa davanti al volto e dalla bocca spalancata in misura orrenda urla il suo canto di annichilimento. Non c’è alcuna strategia dietro, non è una caccia, non c’è un motivo, le anime nere disintegrato e riducono in pulviscolo grigio e inerte le coscienze prigioniere del limbo perché alla fine dietro la fine nulla esiste, nulla deve esistere.

La verità terribile, l’assoluta e totalizzante onesta dei latori del nulla che sciamano sopra di loro, lascia Max esterrefatto, atterrito per la portata della scoperta e follemente estasiato; il principio estremo che aveva cercato scavando nelle viscere delle sue vittime sacrificali gli veniva mostrato in maniera talmente palese da farlo sentire in imbarazzo per non averlo compreso prima.

È talmente rapito dall’estasi che non si accorge delle lunghe dita spettrali che calano alle sue spalle per prenderlo. Comprende la situazione solo quando percepisce un guizzo dorato, è l’Eroe che scatta rapido come il coraggio incosciente di gettarsi in difesa del prossimo, vede la sagoma luminosa bloccare la mano gigantesca dell’ombra e spingerla con forza fuori dalla sua portata.

Si unisce agli altri che corrono via dagli aggressori. Mentre fuggono l’Eroe trasmette loro le sue idee, le sue speranze.

Tutti si affidano e si preparano ad agire secondo il piano. Scappano in direzioni diverse, si allontanano gli uni dagli altri abbastanza da confondere l’attenzione delle ombre, facendo sempre attenzione a mantenere un contatto tra loro; isolarsi vorrebbe dire perdersi.

Anche Max si allontana, più lento degli altri, ancora non si è abituato a quel corpo eterico. Il Compagno, poco avanti a lui, si gira per andarlo a sostenere, forse ha percepito la sua difficoltà.

È subito evidente che così rappresentano una facile preda, nonostante ciò il Compagno non lo molla, non vuole abbandonarlo, neanche quando uno degli spettri si tuffa in picchiata con gli artigli in avanti e la bocca spalancata. Max ha paura, anche se il Compagno continua a rassicurarlo, non importa se ce la faranno o meno, a ogni costo rimarrà con lui. Quando lo prende per il braccio Max lo vede con chiarezza: un uomo devoto, al lavoro, alla famiglia, alla moglie, soprattutto alla moglie, era al suo fianco quando le hanno diagnosticato la malattia, è rimasto al suo fianco mentre la malattia se la portava via un granello alla volta, cancellando ogni traccia della persona di cui si era innamorato, la mente, il carattere, i ricordi la abbandonavano come la forza vitale dell’uomo dal corpo anziano; lui però non l’ha mai abbandonata, soffrendo ogni giorno di più, e quando finalmente lei ha smesso di soffrire lui le si è sdraiato a fianco per l’ultima volta.

Cosa l’altro abbia vissuto di lui, Max non lo sa, qualunque cosa sia è sufficiente a sconvolgerlo, quando prova a scostarsi Max lo trattiene, più lo tiene, più il legame tra loro va a fondo, finché il Compagno non cede il controllo al panico e comincia ad agitarsi come un animale impazzito.

Con un una mezza rotazione Max lo strattona per metterlo tra sé e l’ombra che è sul punto di piombargli addosso. Solo a questo punto lo lascia, quando il Compagno si alza dalla polvere, stretto nel pugno del mostro. Vede il corpo traslucido piagato da un intrico di venuzze nere che crescono al suo interno e lo consumano, eppure ha la certezza che la sofferenza più grande gli venga ancora da quel contatto, da quella condivisione con la mente di Max che lo ossessiona fino all’istante in cui ogni fibra della sua coscienza è dispersa nella nebbia dal grido dello spettro.

L’urlo emotivo arriva come un boato, catturando l’attenzione di tutti, tranne che dell’Eroe; Max sente i suoi sensi puntati addosso, sa quello che ha fatto, ha osservato la condivisione con il Compagno e ha compreso qualcosa sul suo conto. Incrociano i loro sensi, si crea un legame a distanza, sufficiente a ingaggiare uno scontro di volontà

L’ombra gigante che ha distrutto il Compagno atterra tra loro interrompendo bruscamente il legame, si china verso Max, si allunga per prenderlo. Max rimane di nuovo estasiato, dall’essere che ha di fronte gli viene trasmessa un’affinità che non aveva mai sperimentato. Un altro se stesso che, come avrebbe fatto lui, cerca di distruggere un suo simile. Prima di decidere se provare a scappare o se abbandonarsi all’ultimo abbraccio, l’Eroe interviene e con una spallata vigorosa spinge l’ombra su un fianco. Lo spettro ruzzola in parte nella polvere in parte per aria.

Ancora una volta salvato dall’Eroe. E da chi altri? La determinatezza del capogruppo, il suo coraggio traspaiono a ogni suo gesto, incurante del pericolo salva chiunque si trovi in difficoltà, chiunque abbia bisogno d’aiuto, anche un nemico, anche in condizioni estreme di sopravvivenza. Come quella bambina rimasta bloccata dal cedimento del vecchio magazzino a seguito della scossa di terremoto, le macerie non l’avevano ferita, i varchi tra le lamiere e i lastroni di cemento erano abbastanza grandi per farla uscire, era solo troppo spaventata per farlo.

Max sperimenta tutto questo mentre mette le mani addosso all’Eroe, lo spinge, serra le sue dita sulle spalle, sul collo, l’Eroe si difende e nell’intreccio di arti che consegue alla lotta Max continua a conoscere l’uomo che ha deciso di eliminare. Apprende di come ha salvato la bambina. Sarebbe stata sufficiente un’altra scossa di assestamento per seppellire per sempre la piccola, e così sarebbe stato se l’Eroe non si fosse infilato tra le rovine del fabbricato, tranquillizzando la bimba e spingendola piano piano tra le braccia della madre disperata, un attimo prima che il cumulo di macerie cedesse.

“Sei un eroe! Un cazzo di eroe! – comunica Max – Che ne sai tu della paura?”

Invece è proprio paura quella che sente arrivare dall’Eroe mentre gli infila una mano nel petto. La sostanza eterica che compone i loro corpi cede alla penetrazione, anzi, si disfa quando le dita dell’assassino si ficcano sempre più in profondità e nelle profondità dell’essere si ramificano in decine, poi centinaia di rivoli neri che risalgono e riempiono la sagoma luminosa. Anche quei rami d’ombra sono Max, li sente come una parte di sé che cresce nella coscienza dell’Eroe minandone l’integrità dall’interno, privandola dell’energia che gli dà forma e vita. Più si insinua, più cresce dentro l’altro, più i pensieri razionali di entrambi cedono il posto a una follia disarticolata, al terrore, che collima in una sintesi di estasi e di agonia.

Presto stanco anche di questa nuova sensazione, Max stringe il pugno con decisione e il fitto reticolo di venuzze legate alla mano va in frantumi, sgretolando il corpo eterico dell’Eroe; già polvere ancor prima di toccare il suolo.

Rimane fermo alcuni istanti a osservare il suo pugno, fuligginoso, circondato da un alone di fumo che sale al cielo e sospinto dal vento confluisce verso il tentacolo nero. La colonna titanica ondeggia facendo ballare tutta la realtà, si piega su se stessa fino a incombere sulla sua testa, occupando tutto lo spazio disponibile, prima di frastagliarsi in milioni di ombre umanoidi che vorticando gli si fanno attorno, lo assalgono, gli si attaccano addosso, lo artigliano, lo dilaniano, finché non sono così ammassate in ogni direzione in cui possa girarsi da fondersi in un unico ambiente oscuro. Si trova in mezzo al nulla, nel buio, la sua forma è quella ectoplasmatica, di nuovo integra. Nel buio dell’ignoto percepisce l’avanzare claudicante di tre sagome deformi. Tenebre nella Tenebra.

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