Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 12

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 12

Un tardo pomeriggio freddo e ventoso lo invita a varcare le porte dell’ospedale, almeno per scaldarsi un po’.

Quando era piccolo non sarebbe uscito indenne da un pomeriggio come quello; solo mal di gola se era fortunato, febbre più probabilmente. Ora le cose erano diverse, nella sua condizione non è neanche più sicuro di potersi ammalare, non di influenza per lo meno. C’è comunque la possibilità che non esca indenne neanche da quel pomeriggio.

Ci aveva riflettuto a lungo in compagnia di un tramezzino e di una panchina di marmo nel parco vicino al Santa Maria Goretti. Il tramezzino era finito quasi subito ed era rimasto solo con la pietra gelata a ghiacciargli il culo e intorpidirgli i pensieri.

Sarebbe andato in ospedale e avrebbe trovato la stanza dove era ricoverato Max. Era quello che gli aveva chiesto di fare il Mietitore. Anche se ci fosse riuscito, poi cosa sarebbe successo?

Il coinquilino della sua coscienza aveva taciuto tutto il tempo è quando le ombre degli alberi avevano cominciato ad allungarsi sull’erba del parco, Nick si era deciso.

Peccato che la decisione di quel momento fosse svanita presto. Nell’ultimo quarto d’ora Nick ha camminato avanti e indietro senza avere il coraggio di entrare. Tra i vari rimuginamenti emerge anche l’ipotesi che tutta la storia sia frutto della sua fantasia, forse ha una malattia al cervello che gli fa vivere stati allucinatori particolarmente realistici, come… come degli spettri che si spostano con movimenti osceni aggrappati alla facciata dell’ospedale.

Ne vede due, uno scompare dietro l’angolo dell’edificio principale del complesso ospedaliero; avrebbe potuto credere che si trattasse solo di un’ombra fugace, se l’altro non gli stesse passando proprio davanti agli occhi. L’aspetto è quello di un uomo incredibilmente magro visto attraverso una lente appannata. Lo vede, ma sa che non si trova lì con lui, non del tutto almeno, solo quel tanto che basta per essere percepito dai suoi sensi alterati, o dalla sua fantasia malata. Decide di seguire le anime nere – questo il nome che gli viene suggerito dal Mietitore – gli sono sembrate pericolose, affamate e selvagge, fuori controllo; non gli ancora chiaro perché la cosa lo debba riguardare, di fatto però rappresentano un ottimo diversivo, meglio che continuare a camminare avanti e indietro l’ingresso dell’ospedale. Si stupisce del suo coraggio e per la prima volta ha la consapevolezza che la sua paura è stata coperta da un’urgenza insopprimibile, la stessa che spinge un genitore a tuffarsi nelle fiamme incurante del pericolo per salvare suo figlio, la necessità di assolvere un compito superiore alla semplice considerazione di sé stessi, una missione da attuare come strumenti divini. Lo sa, è il Mietitore che pensa per lui. Nick sta al gioco.

Il fianco dell’ospedale è una serie di edifici contingui disposti irregolarmente lungo uno stradone poco illuminato. Le figure sfocate viste prima si rivelano essere solo le retroguardie di una comitiva ben più ampia: le anime nere si muovono a decine, scompaiono nelle rientranze della struttura e riemergono dalle pareti più esposte, sciamano e si scavalcano l’un l’altra come scarafaggi stanati dal pesticida; non stanno fuggendo però, brulicano verso una direzione comune, attirate dallo stesso istinto, che non è istinto di sopravvivenza: sono cose morte.

“Dove stanno andando?”

L’unica risposta che ottiene è un senso di urgenza, che lo fa correre fino all’aria posteriore dell’ospedale. L’ultimo degli spettri fumosi striscia oltre l’ingresso della camera ardente, tre secondi dopo Nick apre la porta e si immerge nel silenzio carico di emozioni che permea l’ambiente e segna il passaggio tra il fuori e il dentro. Dolore, sollievo, nostalgia, atarassia; le sente sulla pelle come piccole cariche elettrostatiche o deboli correnti d’aria. Sono però le coscienze a focalizzare l’attenzione del Mietitore, le energie dell’esistenza che plasmano la realtà e che unite alla vita nelle sue diverse accezioni pervadono gli individui. I sensi di Nick percepiscono le coscienze come emanazioni luminose mentre cammina tra le stanze che accolgono i feretri dei defunti nei reparti. Il bagliore su una bara si sta affievolendo, una coscienza ha completato il suo percorso e si è riunita al Flusso. Nick sta imparando a non spaventarsi più di queste conoscenze che affiorano all’improvviso dalla sua mente. Non le capisce, ma ha deciso di non ostacolare il procedere degli eventi. E comunque in questo momento ha cose più impellenti a cui pensare.

Le anime nere sono ammassate in una stanza, si muovono attorno a una bara, così pressate da confondersi tra loro perdendo quasi del tutto le sembianze umanoidi; come larve cieche minacciano la sagoma luminosa di una giovane ragazza che si erge dalla cassa di legno laccato dove giace il suo corpo, in una danza macabra e selvaggia, minacciano la coscienza, allungano scheletrici arti uncinati per ghermirla, ma sono inconsistenti, fumose, non riescono ad afferrarla, così ogni volta che artigliano il corpo eterico passandogli attraverso questo perde luminosità, lo inquinano lasciando macchie scure come lividi, creature pietose, ombre dell’umanità, figlie del nulla che bramano di essere qualcosa, e si aggrappano a brandelli di esistenza, li stringono a loro agognando un alito di calore nel gelo eterno della Tenebra. Nel farlo dissipano le coscienze, colmando di ombre le lacerazioni inferte, affievoliscono la luce della creazione aumentando inconsciamente il vuoto che le tormenta, in un circolo entropico ineluttabile.

La coscienza della ragazza agonizza, a ogni nuovo contatto, a ogni nuova ferita si rannicchia sempre più su se stessa, è sul punto perdere la sua identità, a un passo dal diventare nulla, quando le anime nere si fermano. La massa caotica di sagome folli sembra dimenticarsi della ragazza e rivolge tutta la sua attenzione a Nick, che ha appena varcato la soglia della camera. Se fossero essere viventi direbbe che le anime nere sono spaventate, fuggono febbrilmente dalla sua presenza verso gli angoli bui della stanza e da lì rientrano nell’oscurità da cui sono usciti. Usare come passaggio la Tenebra interstiziale è una cosa che delle coscienze così rarefatte e indeterminate non dovrebbero essere in grado di fare. Qualcosa rafforza la loro presa sulla realtà o al contrario indebolisce il velo del Buio.

Penserà dopo alle implicazioni del caso, il suo compito non è ancora finito.

Fissa l’alone luminoso sopra il cadavere, la sagoma al suo interno si rialza, è lesa, ma ancora integra, accetta di proseguire il viaggio e nel giro di pochi istanti la sua luce si fonde con quella del flusso che la avvolge e in cui confluisce, lasciando solo una luminescenza a ricordare il transito.

Ancora una volta Nick osserva tutto come un autore inconsapevole della sua opera. Solo in un secondo momento si accorge che nella stanza, seduta vicino alla bara, c’è anche una signora, che lo guarda con un moto di curiosità negli occhi arrossati.

“Lei era un amico di Sonia?” gli chiede la signora alzandosi.

Cosa rispondere? Ognuno conosce davvero se stesso solo in punto di morte, solo allora riesce a valutare senza pregiudizi e compromessi ciò che è stato l’arco di tempo compreso tra l’inizio e la fine. Lui ha visto cosa c’è oltre la fine. Anche dopo la fine di Sonia.

“Non l’ho conosciuta bene come avrei voluto.”

La signora annuisce lentamente e gli regala un sorriso addolorato.

“Grazie per essere venuto.”

***

La porta scorrevole si apre e si chiude un’infinità di volte mentre Nick cerca di decidere se entrare o meno, il suo riflesso invece scivola sulla superficie trasparente rimanendo immobile davanti a lui per giudicarlo col suo sguardo vuoto e impassibile, vuoto come le orbite del teschio che vede al posto del suo volto.

A mano a mano che aggiunge tasselli alla comprensione del ruolo del Mietitore una domanda si ripropone con costanza.

“È qualcosa con la mente umana è in grado di sopportare?”

Oltre la cappa nera che copre il teschio riflesso controlla la piccola folla alle sue spalle. I giornalisti non hanno nulla a che fare con lui, aspettano da almeno venti minuti qualcosa o qualcuno, comunque non lui. Prende nota del disagio che gli causa la stampa come uno dei tanti dati di fatto irrazionali con cui gli tocca avere a che fare ultimamente. Almeno gli sguardi che si sente puntati tra le scapole, anche se inesistenti, lo spingono a smuoversi.

Sbirciando alle sue spalle per tenere d’occhio i giornalisti non si accorge dell’uomo che gli viene incontro parlando al cellulare, gli sbatte contro, l’uomo scarta di lato, ha buoni riflessi e Nick rimane lì come un fesso, sorpreso per lo scontro, certo, e, soprattutto, sorpredo di ricordare quell’uomo che sa di non aver mai incontrato prima.

Lo ricorda dentro un luogo buio, un sotterraneo, in mezzo a uomini armati, è il loro capo, guardano tutti verso il suo stesso bersaglio, poi gli uomini sparano dalle loro armi una sinfonia di piombo, l’uomo urla, per fermarli, per rimediare a un fatale errore… Ed eccolo lì davanti a lui, che lo guarda come se fosse un povero scemo.

“Tutto a posto?” gli chiede.

Il ricordo si sovrappone ancora all’uomo in carne e ossa negli occhi di Nick. Riesce a rispondere solo quando il flashback si esaurisce lasciandogli una nuova certezza.

“Lei… lei è quello che ha catturato Max.”

L’ispettore Maffei gli rivolge un’espressione sorpresa e umiliante, e non aspetta le sue scuse, lo supera biascicando parole irritate.

“Complimenti, hai visto la TV in questi giorni…”

I giornalisti braccano il poliziotto con domande sulla sorte del satanista e sulla sua vita personale, apparentemente insensibili ai suoi secchi “no comment”. Mentre sale le scale che portano ai reparti, Nick osserva il piccolo sciame di persone allontanarsi dietro le porte trasparenti dell’ospedale e non si spiega il perché del suo interesse proprio verso quell’uomo, forse ha ragione lui, deve averlo visto in qualche telegiornale e deve essergli rimasto in mente.

Quando si gira nella direzione in cui sta salendo, si accorge giusto in tempo che sta andando di nuovo a sbattere contro qualcuno, il suo “mi scusi” però rimane senza fiato. L’anima nera che è uscita dalle ombre del pianerottolo gli passa davanti ignorandolo, si muove a stento, trasla nell’aria, nulla di simile ai movimenti ragneschi dei suoi simili nella camera ardente, sembra in trance, rapita da un’altra volontà.

“Max.”

Aveva lasciato in sospeso la riflessione sull’anomala attività delle anime nere, ripensandoci non può che dipendere dalla presenza di Max; aveva costretto il Mietitore alla fuga durante il loro primo incontro grazie a un’improvvisa e violenta eruzione di spettri corrotti.

Nick non ha idea di dove sia tenuto il satanista, ma gli basta seguire l’anima nera che ha intercettato lungo le scale per i corridoi dei reparti del secondo piano; a quella se ne aggiungono altre, tutte lo ignorano, lui si tiene a debita distanza finché non le vede confluire dentro una stanza della terapia intensiva, o una cosa del genere.

“Dove crede di andare?”

L’agente di polizia gli mette la mano sulla spalla per fermarlo e solo in quel momento Nick si accorge di lui e del suo collega di guardia davanti alla porta della camera.

Convivere con due livelli di percezione differenti lo lascia disorientato, a fatica focalizza la sua attenzione sui due uomini.

“Io… mi scusi, devo… essermi perso.”

I poliziotti si lanciano un’occhiata, poi il secondo gli si rivolge porgendogli la mano.

“Mi può dare un documento?”

“Mi sono solo perso, davvero.”

“Infatti non la stiamo mica arrestando, vogliamo solo sapere chi è.”

Nick sposta il peso da un piede all’altro, quando pensa che gli agenti stiano per intervenire, fugge di scatto lungo il corridoio; un agente lo insegue, la reazione è lenta, è riuscito a coglierlo di sorpresa come sperava; sente l’altro parlare, dà indicazioni sull’accaduto, probabilmente sta lanciando un allarme radio, non ha modo di appurato, si infila nel primo bagno aperto e mette il fermo alla porta, corre dentro uno dei gabbiotti con il water e ripete la procedura.

Qualcuno bussa con insistenza alla porta, la voce del poliziotto gli intima di uscire e per un attimo ha la tentazione di obbedirgli. Anche perché che altro potrebbe fare? Cosa gli è saltato in mente di scappare così? Ha agito di istinto, ma non è un criminale, neanche uno che sa cavarsi d’impaccio in ogni situazione, il suo è l’istinto pigro dell’impiego, al più sensibile all’approssimarsi della pausa caffè.

La prima porta viene aperta da un calcio o da una spallata; lo separano da una grossa umiliazione e forse dalla galera solo una lastra di compensato chiusa da un gancetto. Si siede sulla tazza e si immobilizza, smette anche di respirare mentre sente i passi del poliziotto avvicinarsi al suo gabbiotto, forse se rimane fermo, in silenzio, al buio il poliziotto se ne andrà, anche lui avrà cose più importanti da fare. Al buio… A questo punto spera che l’istinto che l’ha fatto scappare come un idiota non sia stato il suo è che fosse tutto un modo per portarlo lì, al buio.

“Ok amico, se hai in mente di fare qualcosa questo è il momento buono.”

Nocche che colpiscono la porta. Nick tira su i piedi, nei film lo fanno sempre, e chiude gli occhi. Si stupisce abbastanza quando lo strategia funziona, prima i colpi si affievoliscono e poi scompaiono del tutto: il poliziotto se n’è andato dal bagno. Si stupisce ancora di più quando apre gli occhi e si accorge che è il bagno ad essersene andato.

Quello che ha attorno non è più un ambiente fisico, esiste solo l’etereità dell’ombra popolata da movimenti spettrali a tratti luminescenti, il Buio lo inghiotte e Nick precipita senza muoversi attraverso un panorama di costellazioni lontane e in continuo mutamento. Cade finché non si accorge che lo spettro che ora vive in lui è alle sue spalle e lo stringe tra le sue falci, impedendo alla sua coscienza di perdersi nell’Oscurità. Si stanno spostando nel Buio, è vero, ma non era forse questo fin dall’inizio lo scopo di quella malsana intuizione che lo aveva spinto a fuggire? Guardie armate e porte chiuse qui non rappresentano più un problema, il Buio nasconde altri pericoli, ma il Mietitore lo sta conducendo al sicuro fino alla loro metà. Una delle tante lucine, dall’aspetto vigoroso che contraddice la sua parziale trasparenza e mancanza di radiazione luminosa, come se stesse per spegnersi al massimo della sua energia.

Lo spettro lo lascia e Nick cade da solo, attirato dalla coscienza di Max.

Emerge accucciato nelle ombre assiepate tra il muro bianco d’ospedale e un ingombrante macchinario medico.

L’interno della camera è quanto di più simile allo stato di quiete possa apparire a una prima occhiata. La luce è soffusa, il rumore periodico del macchinario accompagna il lento gocciolare del liquido nella flebo e il respiro regolare dell’unico ospite della stanza.

“Finalmente ci incontriamo.”

Vorrebbe dirgli, poi però si ricorda degli agenti di piantone fuori della porta, così si avvicina con passi misurati al letto.

Max è incosciente, come dicevano alla TV, se fosse stato più attento saprebbe se è in come o no, ha un buco in fronte, non lo vede perché è coperto da strati di fasciature, in quelle condizioni dovrebbe essere morto, se lo fosse se ne potrebbe occupare il Mietitore, invece quel figlio di puttana è ancora vivo, e deve occuparsene lui.

Già… occuparsene in che modo? Il mietitore cosa vuole che faccia, che lo uccida? Questo è il compromesso per poter decidere se tornare a vivere o a morire?

Sarebbe stato romantico se avesse contratto un patto col diavolo per la vita di Deborah, avrebbe almeno un senso degno di essere raccontato o ricordato. Invece si trova ancora una volta a centrare tutto su se stesso. Lui la causa, lui il problema, lui l’unica cosa per cui fosse in grado di lottare. Era solo un altro Max della situazione.

Il pensiero che almeno il satanista attira le anime nere mentre lui le respinge gli strappa un sorriso. Anche se di anime nere nella stanza non ne vedono. Le sta cercando nel posto sbagliato. Si sporge sul corpo privo di sensi e le trova lì, alla sua altra vista la sagoma di Max è composta per intero da fantasmi fumosi, una miriade di ombre semi umanoidi schiacciate e imprigionate dentro il ragazzo.

Dovrebbe essere morto, lo sarebbe se la sua coscienza, a patto che ve ne sia ancora una sotto quella massa informe, non fosse schiacciata lì dentro, imprigionata, impossibilitata a scomporsi per riunirsi al Flusso. Forse.

Le anime si agitano colte da un immateriale stato di sofferenza, contemporaneamente il corpo fisico di Max ha un sussulto e i macchinari che tengono monitorato il suo stato vitale emettono suoni irregolari.

Nick non è in grado di interpretare quei segnali, quello che accade a Max è comunque abbastanza allarmante anche senza conoscerne la causa medica.

Una luce intensa si genera in un punto al centro della fronte dell’uomo sdraiato, calda al punto da cominciare a incenerire le bende che gli fasciano la testa. Si alza un sottile filo di fumo dai margini di una bruciatura circolare che lascia un buco irregolare e annerito nel punto dove dovrebbe esserci la ferita mortale, solo che al posto di un foro di proiettile incrostato di sangue, attraverso il tessuto bruciato fa capolino un occhio.

Nick arretra spaventato e inorridito, l’occhio lo fissa, e per la paura non riesce a interpretare i segnali di allarme che gli manda lo spettro dentro di lui finché non è troppo tardi. Le ombre della stanza prendono corpo in forma di tentacoli sfilacciati e gli si avvolgono attorno alle braccia. Dà degli strattoni con i gomiti, riesce a liberarsi solo per cadere vittima di altre volute di fumo denso e oleoso che gli stringono le gambe, di nuovo le braccia e il collo.

Lottare a questo punto si rivela inutile, le sue forze sono insufficienti per vincere la presa dell’Oscurità. Con l’aiuto del Mietitore potrebbe farlo, prova a richiamarlo.

Intanto i legacci di tenebra cominciano a bruciargli la pelle con il loro gelo ultraterreno.

Invoca disperatamente il Mietitore perché entri in lui, perché si fonda con lui.

Tanto più i tentacoli si tendono tanto più lui perde forza, viene risucchiata e usata per fargli del male. Ancora poco e verrà dilaniato grazie alla sua stessa energia vitale.

Il Mietitore rimane sordo alle sue preghiere, le sente, Nick lo sa, le sente e non fa nulla.

Max comincia a brillare di una debole luminescenza e con una flessione innaturale si mette a sedere sul letto; il volto è sempre quello di un uomo privo di sensi, con l’unica orribile eccezione dell’occhio che sporge dalle bende e che lo guarda con sadica curiosità.

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